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Il calcio nel cuore

Da “Schema Libero” di Enrico Remmert

La faccenda è semplice: il calcio mi fa stare bene. Mi diverte, mi fa gioire, soprattutto mi distrae. Anche quando sono giù, se so che alla sera giocherò, passa tutto: il calcio cancella i pensieri. Letteralmente. Per un’ora l’unico pensiero è seguire la palla, difenderla, cercare di arrivarci prima dell’avversario, scartare, tirare, provare a segnare.
Ho iniziato a giocare a sette anni. All’inizio volevo sempre stare in attacco, ma non faceva per me: avevo fiato, tiro soddisfacente e una buona capacità di anticipo, ma non sono mai stato forte nel dribbling.
Erano i tempi della strada, dell’asfalto, il posto dove, calcisticamente, siamo nati tutti. Io giocavo nei giardinetti di fronte al Politecnico: un mondo di pomeriggi assolati e senza fine, di vecchi urlanti alla finestra, di palloni persi dietro le cancellate o, più spesso, bucati all’improvviso.
Sì, perché il pallone era il leggendario Supertele, leggero come una nuvola, che quando veniva calciato con forza seguiva leggi dinamiche del tutto particolari: schizzava a razzo per qualche metro, dopodiché si bloccava improvvisamente in aria e planava a terra come un aeroplanino di carta. Gli unici ad amarlo erano gli abitanti delle case vicine, perché mai quel pallone avrebbe potuto rompere un vetro, neanche se calciato da due metri contro la finestra del piano terreno. Perciò i pensionati più scaltri davano un’occhiata in strada e quando vedevano che si stava giocando con il Supertele si rimettevano tranquilli a dormire.
A quei tempi le porte non c’erano: si appallottolavano i maglioni e tanto bastava, mentre la traversa, be’, nel pallone di strada la traversa era una linea puramente immaginaria, in genere direttamente proporzionale all’altezza del portiere.
In due giocatori era già una partita: si iniziava con i classici “rigori a turno” che quasi sempre - estenuati da punteggi del tipo centouno a centosei - diventavano poi un “uno contro uno” con porta impossibile. In quattro si era già due squadre bell’e fatte e dai sei in su era una partita con la P maiuscola. Poi c’erano i sabato pomeriggio primaverili e grandi sfide otto contro otto, nove contro nove, dieci contro dieci (undici contro undici non credo sia mai capitato). Oppure l’inverno, in pochi a uscire e tutti intabarrati, dove il numero esiguo, spesso dispari, costringeva alla più bella tra le varianti del calcio da strada, la più barbara e al contempo la più vicina alla natura umana: il “tutti contro tutti, portieri volanti”. Allora la partita smetteva di essere un gioco e diventava una seducente forma di proto-anarchia.
È proprio in quelle partite che mi sono reso conto che davo il meglio come incontrista e così ho iniziato a giocare in difesa e, siccome correvo, ho trovato il mio ruolo: terzino destro.
Quelli sono anche gli anni in cui ho iniziato ad andare in curva. E credo di essermi innamorato davvero del calcio la prima volta che ho visto una partita da lì. Lo so che da fuori sembriamo un mucchio di matti scalmanati, ma la curva è un’emozione fantastica. Cantare tutti insieme, il ritmo dei tamburi, le bandiere che sventolano, il tuo striscione in balconata e tu dietro a difenderlo e rappresentarlo. La curva ha un’anima unica, difficile spiegare. C’è un sentimento di unione straordinario, qualcosa di magico, di mistico, ti senti di far parte di qualcosa di indescrivibile: la curva ti fa appartenere a qualcosa. Non lo so spiegare: questa è una cosa che può capire solo chi va in curva, quelli che commentano la tv seduti dentro un bar non sanno neanche di cosa si parla. Delle volte, quando sei lì, con lo stadio straboccante, e vedi tutte queste teste che si muovono insieme, fianco a fianco a persone che non conosci, che non hai mai visto in vita tua ma che, ai gol e al fischio finale, abbraccerai come fossero i tuoi migliori amici, ecco: senti salire un’energia indescrivibile. Non so davvero spiegarla: bisogna svuotarsi la testa per farci entrare una cosa grande così.

Da “Schema Libero”, a cura della Nazionale scrittori
(Ed. Gazzetta dello Sport)

venerdì 17 giugno 2016, di Enrico Remmert