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Il cibo angelico di Mariella Fabbris

Ho conosciuto Mariella Fabbris nell’estate del 1990, anno in cui entrai in contatto con l’allora Laboratorio Fiat Teatro Settimo Torinese. Li raggiunsi a Montalcino durante le prove di Storia di Romeo e Giulietta, spettacolo liberamente tratto da Shakespeare, accompagnandoli nella tournée che seguì. Fu un’esperienza che ha segnato il mio modo di pensare e di fare il teatro. Sperimentale e innovativo, il lavoro di Teatro Settimo contribuì a gettare le basi di quello che in seguito sarà definito il teatro di narrazione, entrato ormai a far parte della tradizione. Un fenomeno specificamente italiano - guardato oggi con interesse da molti teatranti francesi - che vede nei suoi più famosi esponenti attori come Marco Paolini, Ascanio Celestini, Marco Baliani e molti altri ancora.
La presenza della compagnia sul proprio territorio ha dato luogo a importanti conquiste, non ultima la trasformazione di una città-dormitorio operaia della periferia di Torino in un centro culturale e teatrale diventato un punto di riferimento per le nuove generazioni.
Attrice, regista, drammaturga e pedagoga molto attiva nel sociale, Mariella Fabbris ha mantenuto intatto nel tempo tutto il suo spirito militante, dando vita a innumerevoli progetti. Ritrovarla qui a Parigi e accompagnarla nelle date parigine del suo spettacolo Cibo Angelico è per me un immenso piacere.

Come nasce Cibo angelico ?

Questo spettacolo-cena-racconto nasce dalla memoria di mia nonna Pasqualina. Da lei ho ereditato uno schiaccia-patate. Ho sempre raccolto le testimonianze degli altri : operai della fabbrica, partigiani... Ad un certo punto ho sentito il bisogno di occuparmi anche della mia memoria personale. Così da qualche anno vado di casa in casa raccontando un po’ mia nonna e un po’ le parole di Antonio Tabucchi, ispirandomi ai suoi racconti da I volatili del Beato Angelico. Tabucchi l’ho conosciuto a Torino in occasione della sua presentazione di Sostiene Pereira. Gli ho parlato della mia idea di sostituire il protagonista del suo racconto - un frate - con la figura di mia nonna e gli ho detto che mi sarebbe piaciuto che un giorno vedesse lo spettacolo. Mi scrisse una lunga dedica su una pagina del mio diario di viaggio in cui diceva che mi aspettava a Vecchiano, il paese dove era nato. Purtroppo è morto prima che ciò potesse avverarsi. Da lui imparo ancora oggi cosa vuol dire viaggiare, cos’è il luogo della memoria, dell’incontro.
C’è stata un esperienza precedente, con Teatro Settimo, alla fine degli anni ‘80. Lo spettacolo si chiamava Stabat Mater. Insieme a Laura Curino, Lucilla Giagnoni, Roberto Tarasco e Luca Riggio per un anno e mezzo siamo andati di casa in casa, viaggiando su un furgoncino. Contattavamo direttamente le persone interessate ad accoglierci tramite la nostra rete di amici e chiedevamo vitto e alloggio per una sera. All’inizio era un’idea nata per produrre lo spettacolo ma in realtà il vero spettacolo si rivelò essere il viaggio, durante il quale abbiamo tenuto dei diari che in seguito furono pubblicati da Gerardo Guccini e Michela Marelli.

Purtroppo non ho visto Stabat Mater, ma so che non avete mai smesso i panni dei personaggi per tutta la durata del viaggio...
Sì, eravamo tre sorelle figlie di un colonnello dell’esercito. La mattina indossavamo delle giacche militari su vestitini anni ’50 e partivamo.

Ricordo che il personaggio di Lucilla era una donna incinta.
Esatto. Quando dopo un anno, siamo ritornati in alcune zone dove avevamo già fatto lo spettacolo, le persone che lo avevano visto si stupivano che non avesse ancora partorito. Tutti la trattavano con grande attenzione e lei non sapeva se svelare o meno il segreto. Il gioco era molto « stanislavskiano » e Lucilla aveva a poco a poco integrato questa postura e il modo di camminare anche quando non aveva il cuscino a mo’ di pancia. Viaggiamo di giorno e sostavamo nelle case di notte. Raccontavamo testi ispirati a Isabel Allende, Garcìa Marquez, e la mattina, dopo una bella colazione, ripartivamo. Ognuno ci dava un’offerta suffiiciente per fare gasolio. Andammo avanti fino a quando Gabriele Vacis ci richiamò per montare Romeo e Giulietta.

In quel momento ci siamo incontrate...
Sì. Ci aspettavano Marco Paolini, Eugenio Allegri, Mirko Artusi. Dopo fu il turno di mettere in scena Goldoni, e via di seguito. Fino al duemila abbiamo fatto grossi spettacoli. Poi abbiamo chiuso la cooperativa.
Ma continuate a lavorare insieme
Sì, io, Laura e Lucilla facciamo Il sogno di Adriano Olivetti -di cui è previsto un nuovo allestimento a Pozzuoli nel 2019. Presentato in Italia e all’estero, lo spettacolo era in origine una comanda del comune di Ivrea. Ne esistono due versioni televisive : una ripresa sul tetto della fabbrica ed una in studio a Torino, per la Rai, con la regìa di Mario Capanna.

Gli Olivetti incarnano un’ imprenditorìa diversa, basata su valori sociali e non solo sul profitto.
Infatti. L’Olivetti è stata tra le prime industrie a rinascere nel dopo-guerra. Gli operai erano contadini o figli di contadini. Durante la guerra avevano nascosto i macchinari nel letame delle campagne per sottrarli alla distruzione e alla fine la fabbrica fu salvata grazie al contributo di tutti. C’era un’idea di comunità molto forte. Olivetti rispettava i lavoratori, voleva renderli azionisti. Era capace di circondarsi di persone valide e aveva intuizioni geniali come il coinvolgimento di Lecorbusier, o di Furio Colombo. Era aperto alle proposte innovatrici, per esempio dare alle operaie uno spazio per allattare. Pensò alla mutua, alla biblioteca. Organizzava regolarmente incontri culturali con personalità del calibro di De Sica. Anche quella di creare lo stabilimento di Pozzuoli fu una scelta idealista. In contro-tendenza col fatto che tutte le fabbriche erano al nord, lui ha pensato di farne una al sud, davanti al mare. C’è un film che racconta la sua storia.
Ritornando al teatro nelle case, non l’abbiamo inventato noi. È una forma di narrazione antica come il mondo. Per noi è stata una vera e propria formazione. Con Stabat Mater siamo andati in Romania, in Bulgaria, al Fringe festival di Edimburgo, abbiamo vinto alcuni premi. Non ho rinunciato agli spettacoli nei teatri. Ultimamente con Alessandro Baricco, abbiamo ripreso Smith and Wesson. Quella di andare in giro nelle case è però per me la possibilità di raccontare quando e dove voglio, senza dover sottostare ai ritmi della stagione teatrale. È anche una sfida, non sempre facile.

Però funziona, si vede che la gente ha bisogno di questo contatto diretto.
Sì funziona e mi permette di incontrare gente diversa, che magari non frequenta spesso i teatri. Raccontare le storie è una grande palestra. Quella della memoria è la dimensione che preferisco. Una dimensione semplice, di pace.

Teatro Settimo è stato un punto di riferimento per il teatro italiano di quegli anni. Non mi piacciono le etichette « di ricerca » « sociale » « civile ». Il teatro per me è tutto questo allo stesso tempo. È un atto sociale e politico.
Sì, è bene ribadirlo. Non « facciamo » cultura, « siamo » cultura. A Settimo Torinese, eravamo tutti figli di operai, arrivati da ogni parte d’Italia. In città non ci sono monumenti antichi, solo fabbriche. Tre acciaierie, una di colori e vernici, un’altra di rivestimento cavi, dove ha lavorato Primo Levi... Questo tessuto industriale di città-dormitorio costituisce l’identità del luogo. Da giovani potevamo scegliere tra drogarci o provare a raccontare chi eravamo. Oggi Settimo prende sul serio la sua vocazione culturale : l’anno scorso si è candidata a Capitale della Cultura 2018. Siamo arrivati secondi dopo Palermo, dietro di noi c’era Recanati. È un motivo di orgoglio, una forza. Grazie al teatro la comunità può raccontarsi con la propria voce.

Hai lavorato molto anche sui percorsi dell’identità femminile ?
I progetti sono tanti. Per citarne alcuni : Non mi arrendo non mi arrendo, nato nel 2005 dall’idea di commemorare i cinquant’anni della Resistenza, mi ha permesso di conoscere partigiane che combattendo hanno salvato i propri figli, gli uomini, la terra. Parlando con loro ho misurato il coraggio e la capacità delle donne di comprendere la complessità della vita. Da qui è scaturito Divagazioni sul potere, riflessione sul ruolo delle donne in politica, con cui io, Gabriella Bordin, Elena Ruzza e Rossana Bezzana abbiamo vinto il « Premio per l‘invecchiamento attivo ». Poi Divina. Osservatorio femminile, fu realizzato con Teatro Settimo, insieme ad Antonia Spaliviero, Laura Curino e Adriana Zambon con l’intento di raccogliere le testimonianze di attrici di generazioni diverse- e diede vita allo spettacolo Mestiere d’attrice - ma che maniera far finta di essere un’altra - poi riallestito col titolo Divina- in cui prendevo spunto da Il tempo delle attrici, di Laura Mariani. Ultimo in ordine di tempo, con le Scienziate di biotecnologia di Torino, Fate Scienza è un racconto sull’importanza delle staminali e un omaggio alla passione delle donne scienziate. Una ricerca fatta con Tiziana Cravero della MBC che ha ricevuto il premio Horizon.

vendredi 25 mai 2018, par Serena Rispoli