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Il disedentico nell’ultimo cinema italiano

La diseguaglianza negli ultimi anni ha caratterizzato, curiosamente, il cinema italiano e se ne sono avuti degli esempi anche nella ormai chiusa 69a Mostra del cinema di Venezia. Tra questi, due opere come: “Gli equilibristi” di Ivano De Matteo e “La nave dolce” di Daniele Vicari. Sono due film che pongono il tema dell’eguaglianza rispetto ad un modello di società, quello occidentale, che si trova ad affrontare una drammatica crisi di valori, non solo economici ma anche culturali e che ne mette in discussione finanche la predominanza avuta negli ultimi secoli.

L’idea di riprodurre l’omologato modello di benessere che ha caratterizzato il Bel Paese dal boom economico degli anni sessanta fino agli ultimi anni del secolo breve, aveva caratterizzato e ispirato l’idea di felicità di tutti gli italiani, trovando il suo fulcro nella media borghesia; contro di essa si scagliava violentemente Pier Paolo Pasolini invocando la crisi d’identità culturale di larghe aree della penisola volendo preservare una diseguaglianza culturale che fosse tuttavia ricca di considerazione e vitalità. Il suo pensiero contrastava vanamente quel processo d’identificazione sui valori fondativi della società espressi dalla TV pedagogica del tempo di Bernabei e della balena bianca democristiana.
Da li sembrò partire un’escalation che ebbe il suo drammatico culmine a partire dai primi anni novanta in coincidenza con la crisi della prima repubblica e il nascere del “pluralismo” televisivo.
Quel tempo sembra ormai lontanissimo come ben racconta Di Matteo in questa Italia del terzo millennio.
Là dove Vicari ricorda gli anni dei primi sbarchi di albanesi sulle coste della Puglia, erano ancora i tempi di Craxi. Sbarchi di un’umanità alla ricerca di quello che Amelio chiamerà con un suo film: “Lamerica”, senza apostrofo e pronunciato tutto insieme, come nei personaggi del “Mondo Nuovo” (altro film) di Emanule Crialese. Giovani che usciti dall’incubo del socialismo reale, di stampo stalinista di Tirana, cercavano proprio quel modello omologativo e di consumo contro cui Pasolini si era opposto tenacemente.
E’ curioso, dicevamo, perché nel caso di Vicari c’è una speranza di eguaglianza nel benessere che sarà frustrata non solo nel finale dal duro intervento della polizia, ma anche dall’inadeguatezza stessa di quel modello che ha finito, come gli anni del berlusconismo hanno dimostrato, per privilegiare l’immagine di un sé possibile con quella che è la cruda realtà culturale ed economica dell’Italia. Per contro il film di Di Matteo, mostra un processo opposto: un’albanizzazione di un ceto medio italiano che, alle prese non più con processi collettivi e sociali di trasformazione ma con processi individuali e dipendenti dall’originalità della storia di ciascuno, che porta all’irrimediabile perdita di quei “valori, disvalori” di riferimento.
Più che una diseguaglianza siamo al cospetto di un disedentico, ben rappresentato dalla stessa immagine cinematografica.
Il medio borghese in crisi coniugale abbandonato dalla moglie perché infedele (un’idea di valore persistente) che si riduce a lavori umili e di terzo ordine finendo per competere magari, proprio con i “sopravvissuti” albanesi di Vicari.
La crisi che traspare, in queste opere come in recenti altre italiane, del modello di riferimento, induce il cinema italiano, che è spesso non solo specchio dei tempi ma anche precursore dei tempi, a riconsiderare il tema dell’eguaglianza, costringendo per la prima volta i nostri cineasti a mettere in discussione un valore, fino a ieri sacro, quello appunto dell’eguaglianza, almeno nella sua accezione più banale.
Il disedentico Mastrandrea, Giulio nel film, si trova a riscoprire una sua diversità rispetto alla moglie ma anche rispetto ad un insieme di valori tutt’altro che solidi che tuttavia, hanno a lungo dominato i sogni e le aspirazioni di molti italiani e di tanti che in Italia cercavano fortuna.
Ma se nel film di Vicari lo sbarco, in ogni modo, rendeva l’incredula e ancora vergine Italia fiera della sua presunta posizione dominante, il disedentico Giulio è la fotografia della resa di un modello omologativo e non di uguglianza che in quanto tale aveva cercato di rendere identico cio che non può esserlo.
Verrebbe da dire che anche in questo caso Pasolini aveva avuto lo sguardo lungo e si confermava come la Cassandra della nostra letteratura e cinema.
Eppure i toni tragici ma spesso ironici del film di Di Matteo lasciano intravedere in questi anni di globalizzazione e compiuto il tramonto dell’astro Berlusconi, altri mondi possibili, entro cui precariamente (la precarietà, non solo nel linguaggio cinematografico ma in senso lato nel linguaggio, è forse una delle parole che caratterizza meglio questa epoca) bisogna addentrarsi, magari come degli equilibristi, sempre in bilico sul filo, con il rischio di cadere alle prime difficoltà, per poi magari rialzarsi.
Se per gli albanesi la precarietà era ed è lo status, la “normalità delle cose” è evidente che per Giulio, ma metaforicamente per molti italiani, è la drammatica e non rassicurante novità di questo debutto di millennio.
Ma proprio questo dà il senso della comprensione (ovvero del prendere insieme), il ricreare o creare un mondo nuovo fatto da disedenticità che costringono ad uscire dalle ovvietà della vita per percorrere, a volte magari insieme, percorsi esistenziali nuovi, anche se non falsamente rassicuranti come furono quelli disegnati dal consumismo.
Un imporsi a tornare ad essere, con tutta la sofferenza che questo comporta, piuttosto che ad apparire in un’anestetica immagine di Moreliana (dall’Invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares) memoria.

Scritto per noi da Nicola Guarino, del sito www.altritaliani.net

mercoledì 17 ottobre 2012, di Nicola Guarino