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Il leone si è addormentato

Quando si è cresciuti a pane, cinema e storia dell’arte, ricevere la conferma che si sarà inviati stampa per la 69a edizione della Mostra internazionale d’Arte cinematografica, davvero, come recita un famoso spot, non ha prezzo! C’è tutto un lavoro dellche accosta i Canaletto, i Tiziano e i Palladio ai Visconti, ai Fellini e così via: e ci si immagina di incappare in qualche Tadzio, o di scorgere qualche mascherina tra le calli, o, magari, di essere travolti dalla passione come per Valli e Granger in “Senso”. Prima dolorosa verità è che il museo en plein air dell’ei fu Serenissima, in realtà è un remoto sfondo alla realtà distante del Lido: se si sceglie di alloggiare vicino alle mete turistiche (come ha fatto il beato ignorante che scrive), vi aspettano 50 minuti di vaporetto ogni giorno, andata/ritorno (tutti goduti a bearsi dinanzi alle plumbee cupole e a pensare su come il moderno concetto di spettacolo – cinema incluso! Tutto torna! – debba essersi sviluppato sul Canal Grande), per abbandonare la cupa dama sulla laguna e approdare sul lembo di terra dove si svolge l’evento.
Approdati al Lido ecco che un nuovo turbinio d’immagini colpisce le meningi: scorrono in un baleno nel pensiero le passerelle dei festival passati, del gran fasto delle edizioni in cui troneggiavano vittoriosi (e calunniati) i miti tutti del cinema d’oggi, i divi da Delon a Mastroianni, dalla Magnani alla Bergman, i maestri da Antonioni a De Sica: ahinoi di quell’epoca restano le memorie e un bus color ocra giallo che lento pede traghetta gli addetti ai lavori e curiosi, o malcapitati, fin all’ingresso del complesso del festival: il fascistissimo Palazzo del Casinò con le sale annesse (e sempre troppo piccole…) per le proiezioni ed un abominevole cantiere a cielo aperto.
E qui via: su e giù, ad andature diverse, fumando o mangiando un boccone, per il lungomare Marconi, ora per mettersi in coda alla proiezione, ora per le interviste, ora per la sala stampa dal wifi a singhiozzi, ora per spiare se nella hall dell’Excelsior c’è qualche celebrity. Biciclette che tagliano la strada, distinte donne abbrustolite da tutt’un’estate che chiedono se quello che passa sul red carpet non sia un attore famoso (in realtà è un fotografo “de Roma” e “se sente!”); bimbe dai gelati squagliati che corrono dietro alle Lancia metallizzate per immortalare Zac Efron o Selena Gomez (Dio mio, sono questi gli eredi di Gassman?), corpulenti buttafuori dalla lampada facile e dagli occhiali da sole-fanali, che impediscono a orde di giornalisti in ciabatte di entrare nel prestigioso (ma anche no!) Lancia café.
Venezia 69 è stato un festival necessario e sono contento che sia stato il mio primo festival da reporter (spero non l’ultimo). Necessario per la tradizione del festival: un’edizione di rigore che ha puntato alla qualità delle opere in concorso piuttosto che al successo di cassetta (merito del novello Barbera), che ha sfrondato i rituali glamour prendendo anche qualche toppa (come dimenticare la Casta che annuncia l’errore nell’assegnazione del Leone d’argento?), che ha avuto il coraggio di rimettere in causa temi forti come quelli della religione, della condizione giovanile e della crisi economica (imperdibile la pellicola vincitrice del Leone d’oro “Pieta” di Kim-ki Duk). Amabilmente presenziato dalla snella figura della madrina Smutniak, compagna del produttore Procacci (scelta coerente con l’autorialità rivendicata da Barbera): il festival ha mostrato un cinema italiano engagé, che è stanco della routine di commediole e crepuscoli tardo-mucciniani. Ma che ha ancora molta strada da fare (l’epifanico “Intervallo” di Di Costanzo fa sperare in bene).
Necessario per me, aspirante critico di cinema, e per chi come me vive in quel divertente complesso dell’età dell’oro: per rendersi conto che non è più il tempo della “Dolce vita” e che non serve andare in giro in smoking con il bocchino (ebbene sì: però ho riscosso successo alla festa di Ciak).
La necessità di una sorta di spaesamento, di ritorno al grado zero da cui si può solamente ripartire: ecco, mi sembra che lo statuto di questa 69a edizione sia stato quello del “leone addormentato” (riprendendo il titolo del film di Bellocchio e un famoso jingle) che si rimette in sesto per sferrare l’attacco con la 70sima edizione. Spero di essere testimone di questo ritorno rampante, per scrivere di nuovi e magari migliori cinema italiani. E perché no: anche per calcare in prima persona, tutto in tiro, papillon e scarpe di vernice, il mitico tappeto rosso! Per il momento ringrazio la redazione di Focus In che mi ha concesso di vestire questi panni (e che panni!), auspicando una feconda e duratura collaborazione. Merci mille fois!

mercoledì 17 ottobre 2012, di Valentino N. Misino