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Il riscatto della letteratura di genere

Non si può più dire che gli studiosi universitari di letteratura continuino a guardare con sospetto la letteratura di genere, e in particolar modo quella “gialla” e “noir”, che è testimone anche in Italia di un indiscusso successo commerciale. Da un po’ di anni, le porte delle accademie si sono aperte a convegni e corsi che prendono in esame questo fenomeno letterario vasto e multiforme. Ciò è dovuto a una legittima esigenza di aggiornare temi e oggetti della ricerca, di riflettere criticamente sulle forme significative della cultura di massa, ma è dovuto anche – inutile celarlo – ad una certa dose di opportunismo. L’università deve far fronte a un’industria culturale che nell’ultimo decennio si è fatta più agguerrita, condizionando la sensibilità comune, che vede con sempre maggiore insofferenza ogni gerarchia netta di valori, anche in campo letterario e artistico. Quali che siano le motivazioni che hanno repentinamente cancellato le riserve dell’accademia per la letteratura di genere, si tratta in ogni caso di un’occasione importante d’incontro tra una ricca famiglia di testi e gli strumenti di lettura sofisticati dei critici letterari.
Un felice esempio di tale incontro è rappresentato dal convegno tenutosi il 10 e l’11 ottobre 2008 alla Maison d’Italie e all’Univeristà di Paris III, convegno organizzato dal Centro di ricerca sulle immagini e i testi dell’Italia moderna e contemporanea, che fa capo al Dipartimento di italianistica di Paris III. Ora di questo incontro sono stati pubblicati gli atti a cura di Maria Pia De Paulis-Dalembert, sotto il titolo L’Italie en jaune et noir. La littérature policière de 1990 à nos jours (Presses Sorbonne Nouvelle 2010). Il volume è ricco, ben curato, e include gli interventi di quindici autori, più un’ampia introduzione della curatrice, un’intervista a Carlo Lucarelli e una bibliografia. Quattro sono i capitoli in cui si articola la ricerca : “La revisitation du genre : pour une anthtropologie de l’histoire et de la société contemporaine”, “Les avatars du roman policier : techniques d’écriture et nouveaux contenus”, “Univers policier et rapports avec d’autres formes de production policière”, “Le roman policier italien vu de France et d’Italie”.
Uno dei maggiori meriti del volume è quello di fornire una geografia ben documentata dei titoli, degli autori e dei diversi filoni, che nell’arco di vent’anni hanno nutrito uno spazio editoriale sempre più importante, che va dal giallo al noir e che, in tempi recenti, si spinge anche oltre i confini di genere, delineando zone ibride, difficilmente definibili attraverso le categorie tradizionali. Questa attenzione documentaria si spinge fino a investigare da vicino le strategie editoriali in Italia e Francia, prestando attenzione al mutamento di collocazione del genere all’interno delle collane o al tipo di penetrazione che gli autori italiani hanno nel mercato francese. Si tratta, in effetti, di premesse importanti per avviare un dibattito critico sulla rilevanza letteraria di tali romanzi. Su questa strada, però, sono pochi gli autori del volume collettivo ad avventurarsi veramente. Prevale l’impressione di una “promozione” generale e un po’ indiscriminata dei generi noir e giallo dagli inferi della paraletteratura al paradiso della letteratura “impegnata”. Il discorso critico sembra in molti punti riprendere e far proprio il discorso che gli stessi romanzieri elaborano sul loro lavoro. Se appare indubbio che un certo numero di autori è motivato da un forte presupposto etico-politico, che utilizza la forma popolare del giallo per portare alla luce ciò che sfugge alla memoria condivisa del paese – episodi ambigui, oscuri, traumatici della storia nazionale –, è anche vero che i buoni intenti non sono sempre sufficienti a realizzare opere di valore letterario duraturo. In alcuni saggi dalla portata meno panoramica e più analitica, tali questioni emergono chiaramente e permettono di trovare una giusta misura tra il vecchio disinteresse e l’attuale entusiasmo. Vale qui la pena di ricordare una citazione di Giuseppe Petronio, ripresa in un intervento di Élisabeth Kertesz-Vial, che afferma : “la distinzione di valore (quella tra ‘opere alte’ e ‘opere basse’, tra ‘opere d’arte autentiche’ e ‘opere d’arte di consumo’) passa non tra l’uno e l’altro genere, ma all’interno di ciascun genere, e pertanto caratterizza opere non generi”. Ma forse questo tipo di vaglio appare oggi precoce, in quanto abbisogna di un tempo fisiologico, di una sedimentazione inevitabile, che sarebbe precoce realizzare oggi.

Samuele Battagliero

dimanche 13 juin 2010