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Il ritorno a scuola

Come iniziare (e continuare) con il piede giusto

Intervista rilasciata da Cinzia Crosali a Cecilia Cacciotto per Euronews in previsione del ritorno a scuola di settembre 2013.

Il ritorno a scuola, dopo le vacanze estive, può essere quasi traumatico, come affrontarlo in classe e a casa?

Come ogni anno il ritorno a scuola è vissuto diversamente da ogni ragazzo, per alcuni è un momento angosciante, fonte di stress e di paure, per qualcun altro può essere un momento di vitalità e entusiasmo: si ritrovano i compagni, si condividono attività e interessi. Non tutti i ragazzi hanno la possibilità e i mezzi per trascorrere vacanze divertenti, per qualcuno il ritorno a scuola può essere la fine della solitudine e della noia.
Nel caso in cui il bambino o il ragazzo manifesti ansia o addirittura angoscia al pensiero del ritorno a scuola, bisogna cercare di capire quali sono i motivi di questo disagio per potere intervenire in forma individuale.
Il rifiuto della scuola è un campanello di allarme circa le insicurezze che vanno al di là dell’ambito scolastico. A volte si tratta di difficoltà relazionali: per esempio il bambino non riesce a socializzare serenamente, ha paura dei compagni, è vittima di “bullismo”, vive rivalità o invidie dolorose generatrici di angoscia. Altre volte è bloccato di fronte all’apprendimento, soffre di inibizioni che possono creare ansia e alimentare un rifiuto crescente per la scuola. Anche le aspettative degli insegnanti e dei genitori possono essere per alcuni ragazzi fonte di angoscia e di tensione psichica.
Solo ascoltando con attenzione i ragazzi, prendendo sul serio il loro discorso senza minimizzare, né enfatizzare le ragioni delle loro difficoltà, si potranno trovare soluzioni; in alcuni casi infine potrà essere utile l’aiuto di uno specialista.
Nella maggioranza dei casi però il ritorno a scuola non è così drammatico, a volte può generare una certa apprensione, qualche timore o qualche riluttanza, ma i genitori potranno sostenere i ragazzi con qualche accorgimento e attenzione. Il passaggio dalle vacanze al tempo scolastico corrisponde a un cambiamento di ritmo e di organizzazione della giornata; i genitori potranno introdurre una gradualità ed evitare un salto troppo brusco nelle abitudini. Potranno per esempio regolarizzare gli orari di veglia-sonno cominciando una settimana prima dell’inizio della scuola ad abituare i bambini ad andare a dormire e ad alzarsi ad orari regolari per prepararsi al ritmo richiesto in seguito. Anche a scuola un inizio graduale delle attività può essere utile, ma la risorsa migliore è sempre la qualità del lavoro e una pedagogia e una didattica coinvolgenti.
Infine quei genitori che hanno un discorso incoraggiante, che parlano del ritorno a scuola come di un momento positivo e entusiasmante, aiutano senz’altro i figli ad affrontare serenamente questo passaggio. L’identificazione con i genitori è inoltre molto importante: se gli adulti si lamentano della fine delle loro ferie e parlano della ripresa del loro lavoro con toni di disappunto e tristezza, anche i ragazzi riprodurranno un atteggiamento analogo nei confronti del loro ritorno a scuola. Non possiamo pretendere che i nostri figli amino il loro lavoro quando noi detestiamo il nostro.

L’acquisto del materiale scolastico a inizio anno è un rituale diffuso. Che valore può ancora avere comprare quaderni e pastelli nel nostro tempo in cui tutto è virtuale?

L’acquisto della fornitura scolastica può essere un momento piacevole, di condivisione, in cui il bambino è protagonista ed esprime i suoi gusti e le sue preferenze per il materiale che lo accompagnerà per tutto l’anno scolastico. Naturalmente il bambino va educato a non cedere a tutte le tentazioni della pubblicità e del marketing, senza privarlo comunque del piacere di scegliere le forme e i colori preferiti. Quaderni e pastelli sono importanti, così come lo sono tutti gli oggetti che permettono lo sviluppo della creatività e della coordinazione oculo-manuale. Va benissimo l’utilizzo del tablet e dei computer, per la scrittura e anche per il disegno, ma questi strumenti non devono sostituire la scrittura e il disegno manuali, attività che coinvolgono tutto il corpo e molte funzioni psico-motorie. Ciò che sembra superato e obsoleto potrà essere così rivalorizzato, e potrà acquisire un valore artistico sul modello della calligrafia cinese o araba. Un giusto dosaggio tra informatica e tradizione permetterà una formazione più completa.

Molto spesso i ritmi scolastici sono modellati sui tempi lavorativi dei genitori. Secondo lei è giusto? E eventualmente come riorganizzare i tempi della scuola?

Modellare i ritmi scolastici sui tempi lavorativi dei genitori ha quasi sempre significato allungare il tempo di permanenza a scuola dei ragazzi. Questa non è la soluzione più auspicabile, e tuttavia questo non è il problema maggiore. Ciò che conta è la qualità della vita scolastica, e la qualità conta più della quantità. Naturalmente si possono pensare moduli e ritmi più adeguati: per esempio si può spezzare la lunga pausa estiva, come accade in Svizzera, o alternare la frequenza dei tempi di scuola e di vacanza, come avviene in Francia, tuttavia il dispositivo organizzativo, il contenitore, non risolve da solo il problema se il contenuto non è adeguato alle esigenze degli alunni e degli studenti. E’ troppo per un ragazzo andare a scuola tutto il giorno? Non è sicuro: anche dove, come in alcune regioni d’Italia, si va a scuola solo al mattino, i problemi di disaffezione allo studio non sono inferiori a quelli delle zone dove vige il tempo pieno. Se i ragazzi non sono motivati, se non si riesce ad interessarli al sapere, a far sorgere in loro il desiderio di conoscere, nessun ritmo scolastico sarà efficace. Bisogna partire dalle esigenze soggettive, dalla valorizzazione della persona e delle sue capacità; curare la relazione insegnante-alunno per creare le condizioni ottimali del processo di insegnamento-apprendimento. Un insegnante raggiunge il suo obiettivo quando, ai ragazzi, non trasmette il “sapere”, ma il desiderio di “sapere”.

C’è un modello scolastico che possiamo prendere come esempio positivo?

Dal mio punto di vista, i paesi scolasticamente più interessanti sono quelli in cui l’organizzazione della scuola centra l’attenzione più sull’individuo e sulle sue capacità, e meno sulla valutazione quantitativa. La scuola diventa così un luogo dove si studia, ma anche dove si socializza e si impara a diventare autonomi. Un luogo cioè, dove si propongono interventi individualizzati, e si presta attenzione al percorso in atto, alla maturazione del singolo, più che all’insegnamento nozionistico e all’apprendimento mnemonico. Non si tratta di insegnare delle nozioni, ma di trasmettere le strategie, i modi individuali per accedere alle informazioni per integrarle e utilizzarle in nuovi contesti. Quindi bisogna insegnare a pensare, a osare il pensiero divergente, creativo e originale. I modelli scolastici che hanno questo obiettivo sono senz’altro i più efficaci. Ogni paese ha comunque un’organizzazione propria che rispecchia la sua cultura e la sua storia e non si può pensare di trasportare meccanicamente i sistemi pedagogici da un paese all’altro senza adattarli alle diverse esigenze culturali.

Il dibattito-polemica sugli zaini pesanti torna puntuale tutti gli anni, cos’è che invece viene tralasciato e di cui invece si dovrebbe parlare?

Lo zaino non dovrebbe superare un quindicesimo del peso del bambino, i pediatri, gli ortopedici lo raccomandano, ma basta il buon senso per capirlo. Le soluzioni sono semplici e molte esperienze sono state fatte in questo senso. Un progetto chiamato « a scuola senza zaino » è stato realizzato in Italia, in Toscana e ha permesso di organizzare il materiale in modo che i libri e i vocabolari fossero lasciati a scuola e che solo poche cose fossero trasportate negli zaini. Inoltre oggi il contenuto di interi libri può stare in una chiavetta USB che pesa pochi grammi, in modo che solo i fogli di lavoro per i compiti debbano essere trasportati da casa a scuola e viceversa. Anche le penne, le matite, i pastelli, il compasso, i righelli possono far parte del materiale che è a disposizione di tutti a scuola e che è condiviso. A casa il ragazzo avrà il proprio materiale personale. Però negli zaini a volte i ragazzi trasportano anche cose che non c’entrano con la scuola, giochi o oggetti che servono loro per compensare le insicurezze o per farsi accettare dai compagni. Occorre allora indagare e intervenire su un malessere che riguarda quel singolo ragazzo e il suo rapporto con gli oggetti e con gli altri.
Per quanto riguarda il mondo della conoscenza virtuale, il vero problema è che gli allievi, a tutte le età, trovano tutto pronto su internet e non sono più capaci di costruire un lavoro da soli e nemmeno di selezionare criticamente quanto trovano già confezionato. Hanno l’illusione che il sapere sia già tutto fatto e si trovi in rete: allora perché fare lo sforzo di imparare e ragionare? La scuola ha il compito di guidare e insegnare la ricerca selettiva e l’uso critico della moltitudine di informazioni offerte da internet.

Esiste una ricetta per avvicinare gli alunni più svogliati e più negligenti allo studio?
La ricetta universale non esiste, possiamo solo parlare di interventi individuali. Bisogna interrogarsi sulle cause del disagio, del rifiuto e a volte persino dei sintomi che il rifiuto scolastico può provocare: quei dolori che appaiono a volte prima di andare a scuola, il mal di testa o il mal di pancia, che spesso non hanno una causa organica, non devono essere trascurati, perché sono il segno di un aumento d’ansia e d’angoscia. Capire le ragioni di questi sintomi permette di intervenire e di trovare il modo adeguato per sostenere, incoraggiare e rassicurare i ragazzi.
In generale la qualità del lavoro didattico e pedagogico deve puntare a valorizzare la capacità di ciascuno di porsi domande e di trovare risposte. Questa mi sembra essere una delle strade percorribili per lottare contro il rifiuto dello sforzo intellettuale; certo questo richiede molta flessibilità sia nei programmi che nelle metodologie da applicare e richiede la collaborazione delle famiglie. Per una scuola che funzioni, occorre quindi che tutti gli attori sociali e familiari siano coinvolti e lavorino nella stessa direzione.

martedì 1 ottobre 2013