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Il teatro omeopatico di Deflorian e Tagliarini

Daria Deflorian e Antonio Tagliarini sono una delle realtà teatrali italiane più interessanti del momento. Protagonisti della scena romana, che in questi anni si è rivelata parecchio vivace e prolifica, il loro sodalizio, nato nel 2008, ha prodotto spettacoli che hanno ricevuto numerosi premi e riconoscimenti importanti.

Premio Ubu per la migliore innovazione drammaturgica per "Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni", tanto per dirne uno. Dal canto suo, Daria Deflorai ha vinto il premio Ubu come migliore attrice per "Reality" e per "L’Origine del mondo" di Lucia Calamaro e il Premio Hystrio come migliore attrice dell’anno nel 2014.
Il loro è un teatro sottile, “omeopatico”, che in modo discreto e quasi invisibile si pone però interrogativi profondi. Molto apprezzati qui in Francia, da fine novembre a dicembre saranno al Théâtre de l’Odeon, agli Ateliers Berthier con due spettacoli da non perdere.
Nell’attesa, vi propongo il resoconto di una chiacchierata con Daria, attualmente in residenza a Losanna, per preparare il nuovo spettacolo Il cielo non è un fondale.

Eccovi di ritorno a Parigi, dopo l’esperienza dell’anno scorso al Théâtre de la Colline.

Sì, dopo una prima puntata a Parigi nel 2014 nel Festival Face à Face. Paroles d’Italie la direttrice del Festival d’Automne, Marie Collin, ci ha invitato a tornare al Théâtre de la Colline con "Reality" e "Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni". È andata molto bene : sala sempre piena, ottime recensioni, hanno persino dovuto aggiungere delle date supplementari. Ci hanno quindi annunciato di voler sostenere anche il nostro prossimo lavoro. Ora stiamo per debuttare qui a Losanna, al Théâtre de Vidy, un teatro francese che è uno dei coproduttori. Nel frattempo, Stéphane Braunshweig, il nuovo direttore dell’Odéon, ci ha inserito nella stgione dell’Odéon, agli Ateliers Berthier. Siamo molto emozionati all’idea di questa fantastica sala, uno spazio meno intimo, più da grandeur. Ci chiediamo come sarà accolto qui il nostro minimalismo.

L’Odéon equivale ad una consacrazione. Ho l’impressione che il pubblico parigino vi ami. Lo avete trovato ricettivo rispetto al vostro lavoro ?

Molto. È stata una bellissima sorpresa." Reality" è stato accolto benissimo, ma il pubblico era colpito in particolare dalle questioni sollevate da Ce ne andiamo, che parla della crisi economica, quel gradino dentro la precarietà che abbiamo sperimentato un po’ tutti. La gente rideva, ma non solo. Reagiva in modo politico. Per quanto il nostro lavoro non sia apertamente politico, il tema certamente lo è, anche se volutamente affrontato da un punto di vista personale. Siamo stati colpiti dal pubblico : eterogeneo, di età varia, molto preparato, intelligente. Sicuramente tanto più abituato che in Italia a vedere spettacoli in lingua originale coi sovratitoli. Il nostro è comunque un teatro pur sempre molto “parlato”. Pensa che abbiamo venduto più libri dei nostri testi a Parigi che in Italia.

"Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni" parte da un’immagine forte, tratta dalle prime pagine di un romanzo giallo dello scrittore greco Petros Markar "L’esattore", che fa parte della Trilogia della crisi. Quattro pensionate scelgono di suicidarsi per non essere di peso alla società. Il lato più agghiacciante, è quanto questa storia sembri verosimile.

Assolutamente sì. Del libro abbiamo solo preso l’immagine iniziale, per il resto è un lavoro completamente autonomo dal romanzo. Quando abbiamo invitato Markaris allo spettacolo è rimasto molto sorpreso di quanto noi avessimo immaginato a partire solo da tre pagine. Ma questo è anche grazie alla capacità di un grande scrittore di raccontare storie con una serie di dettagli che, anche se inventati, attingono sostanzialmente alla realtà. Qualche anno fa, la Grecia aveva, come tutti i paesi del Mediterraneo, una bassa percentuale di suicidi rispetto al nord Europa. Eppure questo fenomeno è in continua crescita.
È un dato che aggiorniamo sempre nello spettacolo, e l’ultimo aggiornamento parlava di diecimila suicidi, contro i tremila di quando abbiamo debuttato, tre anni fa. Anche se adesso la questione della crisi economica non appare più tanto nei giornali, in realtà nulla è risolto.
Per la verità non ci ha colpito tanto il suicidio, quanto il particolare messaggio che le quattro donne lasciano, che è poi la frase da cui abbiamo estratto il titolo. A proposito di verosimiglianza, durante il periodo delle prove è avvenuto un fatto di cronaca che ci ha molto scosso e che raccontiamo nello spettacolo. Avevamo cominciato il lavoro con uno sguardo ad un suicidio “altruistico”, paragonabile a quello di Jan Palach, o di certi monaci buddisti che si danno fuoco, quindi guardavamo a questo gesto in termini alti. Poi, a metà delle prove, a Civitanova Marche, vicino Macerata, ci sono state tre persone che si sono tolte la vita. È stato per noi talmente scioccante che abbiamo interrotto il lavoro, perché c’erano delle similitudini incredibili : cartelle esattoriali, affitto non pagato... Anche queste tre persone - una coppia ed il fratello di uno dei due - avevano lasciato, come le nostre pensionate, le carte d’identità bene in vista e una bottiglia di liquore per darsi coraggio. Ma i messaggi erano molto diversi. Le donne di Markaris davano un messaggio politico : « Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni, così risparmierete sulle nostre pensioni e vivrete meglio voi ». Invece i pensionati di Civitanova hanno lasciato un biglietto che diceva solo : « Perdonateci ». Nello spettacolo raccontiamo come sia diverso riferirsi ad un’immagine inventata, anche se così vicina alla realtà. La realtà è sempre meno “eroica”.

Una realtà che ci aggredisce da più parti in modo sempre più efferato, veicolata da un linguaggio fortemente ansiogeno, che ci fa sentire sempre prossimi all’apocalisse. Come reagire a un fatto di cronaca così violento ?

È una questione difficile. Uno dei pilastri che ha sorretto il lavoro è il saggio La società della stanchezza di Byung-Chul Han, che mette in evidenza l’eccesso di positività della nostra società, il fatto che tutto dipenda da una presunta capacità personale, questo « Yes, we can », per cui se non ce la fai è perché non ti adatti, perché sei tu che hai dei problemi, se non ti riprendi da un fallimento la responsabilità è tua perché dovresti saper reagire. Il filosofo mette l’accento sull’orrore di questo atteggiamento. E parla di una possibilità, che nello spettacolo usiamo come gioco teatrale : la possibilità di dire no. Perché dovremmo accettare tutto quello che ci viene dato come un sacrificio inevitabile ? Una volta il datore di lavoro era esterno a noi. Se ci sentivamo sfruttati, vinti, la sana rabbia contro il padrone era in qualche modo una valvola di sfogo.
Oggi, essendo diventati i padroni di noi stessi, ci autosfruttiamo senza poterci neanche arrabbiare.
Non abbiamo più nessuno con cui prendercela e siamo vittime del burn-out, del bruciarsi in troppe auto-responsabilità, dell’ingiunzione a farcela sempre.
Lo spettacolo, con i poveri e limitati strumenti del teatro, cerca di riflettere su come sottrarsi a tutto questo. Infatti cominciamo dicendo « Non siamo pronti, non possiamo farlo, perché se c’è una cosa che abbiamo capito in questo periodo è l’importanza di dire no ».

Mi sembra che, da teatranti, vi chiediate se il teatro sia ancora in grado di raccontare la realtà...

È vero. Noi teatranti sperimentiamo una doppia impotenza : come persone, perché viviamo - soprattutto in Italia, ma a vari gradi dappertutto - una condizione di estrema precarietà, anche prima degli altri lavoratori. E, in quanto artisti, subiamo tutta la complessità data dalla velocizzazione dell’informazione, dalla spettacolarizzazione della vita, del visibile immediato. Questo altera l’idea di cosa può essere comunicato, detto. Tutto invecchia in un secondo, è superato in un attimo. Per certi versi il teatro potrebbe sembrare uno strumento totalmente obsoleto, inadeguato. Nello stesso tempo - sennò non continueremmo a farlo - abbiamo la presunzione di credere che possa essere una forma di contro-movimento alla società dello spettacolo. Quindi dire che non siamo in grado di raccontare è in realtà un gioco, perché lo diciamo per raccontare.

È toccante, nella frase d’addio delle pensionate, questa dimensione di frontiera tra la sfera dell’intimo e la preoccupazione per il bene comune, un concetto oggi forse fuori moda.

Sì, tutto il progetto è nato dal nostro innamoramento per questa frase. Non si può pensare che ci sia solo una dimensione egocentrica nella gente. Le persone sono anche molto belle. E questa bellezza, non per fare la retorica della povertà o delle minoranze, sta spesso in una specie di zona silenziosa del mondo, di persone poco appariscenti, apparentemente poco attive. Eppure, c’è una grande capacità di tante persone di fare tanti piccoli gesti. E ritorniamo al teatro. Che non ha bisogno di essere mastodontico per esistere. Nessuno nega il fascino del grande, ma vogliamo dare spazio anche alla bellezza del piccolo.

Ci dici qualcosa del nuovo lavoro Il cielo non è un fondale : un bel titolo...

Ogni nuovo spettacolo è anche un ricominciare daccapo. È un progetto nato attorno al paesaggio, ai luoghi.
Di nuovo una battaglia tra realtà, con la difficoltà a rappresentarla, e finzione. Ma ancora, attraverso una negazione, la voglia di sottolineare una relazione. Tra fondale e cielo c’è una relazione. Il lavoro era cominciato con un impeto “paesaggistico”. Avevamo sperimentato durante "Ce ne andiamo" quanto fosse difficile raccontare in teatro il contesto nel quale quelle quattro figure avevano fatto quel gesto. Come porti dentro il mondo, la realtà, quello che sta avvenendo ? Abbiamo provato a mettere questo sfondo in primo piano. Man mano che le prove sono andate avanti, questo paesaggio è diventato sempre più un paesaggio umano. Non c’è più una figura elettiva, ci sono “questi altri”, si sono moltiplicati. Spesso diciamo che non hanno volto, che riusciamo a ricordare delle posizioni, dei corpi, ma è molto difficile vederli. Cerchiamo di affrontare questo tema, sempre in maniera un po’ “piccola”, partendo da questioni personali. Ci siamo dati un confine molto preciso : quello di parlare solo di cose che avevamo vissuto realmente. Nel farlo abbiamo dovuto escludere tanto. Abbiamo l’impressione di conoscere molto, ma gran parte di quello che sappiamo del mondo lo sappiamo solo per informazione indiretta. Noi europei stiamo vivendo dei grandi fatti che cominciano a toccarci.
Parigi l’anno scorso, è stata una ferita fortissima.
Due giorni dopo gli attentati, sono andata a Place de la République per portare dei fiori. Avevo visto quella piazza al telegiornale, per me era la piazza che conoscevo, quella della mia fermata della metro nei mesi che ho passato a Parigi l’anno scorso, ma quando sono arrivata era tutta circondata dalle reti televisive. Ho capito che anche il mio gesto era dentro a un set. Sono quelle piccole esperienze “dirette” che ti fanno capire come sia “indiretta” di continuo la tua esperienza. Ognuno vuole il set perfetto, ma nessuno filma il set. Ecco, stiamo affrontando la questione di dire : cosa conosco ? Di cosa posso parlare ? Cosa ho vissuto realmente ? Cosa so del mondo ?
È la prima volta che portiamo in scena noi stessi, senza appoggiarci a nessuna figura. Ci sentiamo fragili, ma volevamo uscire dai sentieri battuti, per non cadere in una forma di maniera. Quando ti dicono : « come ti viene bene quella cosa », improvvisamente questa diventa una prigione. Sono con noi Monica Demuru, cantante e attrice, e Francesco Alberici.
Per noi è importante aprirci, lavorare con altre persone. Già in quattro è una comunità ! Lavoriamo tanto, facciamo lunghi periodi di prove.

Questo è ormai un privilegio in teatro

Infatti ci guardano spesso come dei matti. Raccogliamo molto materiale negli anni, ma ne scartiamo anche tanto. Per quello è molto difficile fino all’ultimo poter parlare dei lavori nuovi. Vedremo al debutto.
Che relazione avete con l’Italia, un altro paese fragile in questo momento, da tanti punti di vista ?
Inevitabilmente il sentimento è doppio. C’è un legame forte con la lingua, il paesaggio, la cultura, le radici, la gente. Stiamo vivendo un momento fortunato, riceviamo molta energia da fuori.
Se i nostri lavori stanno avendo una vita più lunga è grazie alla Francia, alla Svizzera, siamo stati anche in tournée in Canada. Una cosa inimmaginabile.
Per questo tornare in Italia non è mai soffocante. Siamo consapevoli del fatto che c’è chi in Italia vive situazioni ben più difficili e ci piace l’idea di dare un esempio positivo. Ci vuole una grande determinazione, e soprattutto la capacità di non rassegnarsi mai.

Ringrazio Daria e le dico « Merda » per il debutto (scusate, si dice così).
Questo bel segnale di vitalità di certa drammaturgia italiana non può che esserci di conforto.
Oggi, sotto cieli piuttosto cupi, i motivi di preoccupazione non mancano, e l’urgenza di esplorare il fondale, di capirlo e di raccontarlo ci sembra in effetti una priorità.
Non ci resta che correre agli Ateliers Berthier.

Du 29/11 au 7/12/2016
PARIS (17e)

Ateliers Berthier
1, rue André Suares

lundi 21 novembre 2016, par Serena Rispoli