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In un mondo che... prigioniero è... navighiamo liberi...

Intervista a Stefano Zacchiroli, presidente di Debian

Il canto libero di Stefano Zacchiroli, presidente di una delle distribuzioni open source più famose al mondo: Debian.

Stefano Zacchiroli, presidente di Debian Vi siete mai chiesti che software fa funzionare il vostro pacemaker?
Forse no (anche perché non ne avete uno), ma il buon senso vi fa sperare che funzioni bene, che non sia bacato e che non possa essere preso di mira a distanza da un pirata informatico.
Peccato però che non si possa verificare: il produttore ha secretato il codice e a voi resta il dubbio...
Nessun dubbio sulla necessità di militare per il software libero invece per Stefano Zacchiroli, maître de conférences in informatica a Parigi 7 e fresco di nomina (per il terzo anno consecutivo) alla testa di una delle distribuzioni open source più famose al mondo: Debian.

Lo chiamate software libero, ma perché è una questione di libertà e cosa significa per voi questa parola?

In questo contesto significa avere il controllo di quello che un software fa: poterlo usare per qualsiasi scopo, poterlo condividere, poter vedere come funziona e poterlo modificare. Avere insomma tutti i diritti che tipicamente un consumatore dovrebbe possedere su un oggetto di sua proprietà.

Due su quattro delle libertà che descrivi sono solo per addetti ai lavori: a noi semplici utenti cosa resta?

Non tutti potranno studiare o modificare un software, certo, ma il punto è essere veramente proprietari di qualcosa e non proprietari di serie B: il che è possibile solo tenendole insieme tutte e quattro. Altrimenti detto, è essenziale che tu possa avere accesso a tutte queste funzioni, non necessariamente che tu sia capace di fare tutto da solo. E’ come avere un’auto con il cofano saldato. Non devo essere io un meccanico, ma il meccanico che scelgo deve potere aprire il cofano per ripararla.

In fondo stiamo parlando semplicemente di libertà dei consumatori.

Sì, libertà intesa come antitesi all’essere prigioniero di qualcuno. Se il software è proprietario (cioé non libero) sei prigioniero di chi il software l’ha scritto e prodotto. I tuoi interessi potrebbero non essere allineati con i suoi, e poi potrebbe un giorno sparire completamente dal mercato.

Prigionieri siamo anche quando mettiamo i nostri dati su Internet, smettendo di fatto di possederli, come nel caso di Facebook.

Certamente. Fino a dieci anni fa tutte le principali attività informatiche avvenivano sul nostro computer. Nel mondo di Facebook, Twitter, Google non è più vero, perché queste aziende non solo scrivono il software, ma controllano anche l’infrastruttura che ci permette di usarlo. I tuoi dati personali quindi non restano sul tuo computer, ma li devi inviare a queste aziende per poter usufruire dei loro servizi. Ovviamente ti dici: “Il contratto di Google/Facebook/Twitter mi garantisce che non fanno niente di male”. Questo è vero, certo, ma ti devi fidare della loro politica aziendale, non hai mezzi concreti per esserne certo.

Parlando di dati, c’è un’altra locuzione che va molto di moda recentemente, gli open data, anche questa ha a che vedere con la libertà del cittadino?

In un certo senso sì. Con questa espressione si intendono i dati prodotti da una istituzione (lo Stato, una regione, un comune), quindi ottenuti con i soldi dei cittadini. Ci sono molti motivi per cui vale la pena spingere le istituzioni a utilizzare software libero. Visto che paghiamo con le nostre tasse il software e i dati che lo Stato produce, dovremmo potere usare il primo e accedere ai secondi. Ci pare doveroso che lo Stato produca software libero, perché è un bene comune. Ci pare necessario che usi software libero, perché non può altrimenti garantire che il software agisca nell’interesse della comunità e non in quello di chi l’ha scritto. Ancora una volta non necessariamente gli interessi di entrambe le parti sono allineati.

Dopo questa larga panoramica, da dove comincia la battaglia per un normale cittadino, mediamente alfabetizzato dal punto di vista digitale?

Prima di tutto bisogna prendere coscienza del problema. La nostra vita è gestita da dispositivi che non controlliamo e che prendono decisioni al posto nostro (decisioni che noi potremmo anche non condividere). E’ accettabile la censura nella lista delle applicazioni disponibili per i nostri telefoni da parte di chi li produce? E’ accettabile che in cambio di un servizio di socializzazione on line tutto il nostro traffico web sia tracciato e i nostri contenuti diventino di proprietà di un’azienda californiana?
In secondo luogo occorre informarsi e cercare alternative. Per i sistemi operativi le alternative ci sono e funzionano allo stesso modo se non meglio di quelle proprietarie (vedi Debian e Ubuntu). Per i servizi in rete la situazione è molto più tragica e solo una presa di coscienza collettiva e un movimento di opinione adeguato, se non legislazioni adeguate, potranno far cambiare le cose. Esistono però già oggi delle possibilità per il consumatore critico: Diaspora al posto di Facebook, Identi.ca al posto di Twitter: ma per ora gli utenti che li scelgono restano lontani dal formare una massa critica.

La massa sceglie Facebook: in fondo premia un’azienda che ha avuto un’idea tecnologica e l’ha abilmente sfruttata a livello commerciale.

Non c’è bisogno di ergersi contro la riuscita imprenditoriale o la logica di mercato. Il problema è piuttosto che gli utenti non sono coscienti dei diritti che gli spettano in un mondo sempre più digitale. Si può agire sul mercato facendo pressione come consumatori per riprendere il controllo sui propri dati e sul software che li manipola, e chiedendo (come per le compagnie di telefonia mobile) la possibilità di migrare da una rete sociale a un’altra.

mercoledì 27 giugno 2012, di Maria Chiara Prodi