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Incidenti sul lavoro : la maternità miete vittime

Emanuela ValenteQuando ho scoperto di aspettare il terzo figlio, ho deciso di emigrare. L’Italia non è un paese per mamme e neanche per bambini. Ho deciso di venire a Parigi, nella speranza di verificare con successo quello che avevo letto circa gli aiuti alla famiglia, l’assistenza per le mamme, i servizi alla famiglia.
Sono nata a Roma, ed ho vissuto lì per 38 anni. Mi sono laureata in Scienze Politiche e, dopo una lunga e faticosa gavetta per lo più non retribuita, ho ottenuto un contratto a tempo indeterminato con una società di comunicazione parlamentare, intestata alla moglie di un onorevole. Ma neanche le garanzie teoricamente offerte da un contratto a tempo indeterminato sono riuscite a compiere il miracolo di lasciarmi un lavoro anche se avevo nel frattempo deciso di diventare mamma.
In Italia è così : fai un figlio e come minimo subisci del mobbing, se ne fai due allora il licenziamento te lo sei cercato. Ho raccontato la mia storia su L’Unità, in una lettera accorata che speravo aprisse una breccia in quel recinto di omertà che è il licenziamento in e per maternità. Perché il sentirsi socialmente morte, quando si è vittime di un’illegalità diffusa e perpetrata, è dipeso anche e soprattutto dal non destare neanche un minimo di sorpresa, perché si sa che le cose vanno così e se tu pretendevi di vedere riconosciuto un tuo diritto sei tu che ti sei illusa, o peggio è colpa tua. Qualcuno arriva pure ad accusarti di utilizzare la scusa della maternità per coprire altre magagne, tipo l’assenteismo o peggio la truffa verso il datore di lavoro, come se dietro l’abbandono del lavoro, provocato o indotto, da parte del 70% delle donne italiane dopo il primo figlio non ci fosse altro che poca voglia di lavorare.
La breccia, in effetti, si è aperta, in molti hanno scritto a L’Unità e molti a me direttamente. La maggior parte delle lettere raccontavano storie analoghe, ma molte, troppe, mi accusavano di volere troppo, spiegandomi che non è possibile essere valide lavoratrici e buone madri allo stesso tempo, come se una cosa escludesse l’altra o non potesse essere vero anche il contrario.
Ho allora spiegato che il lavoro e la maternità non sono incompatibili, e che fortunatamente non si tratta neanche di un dibattito da affrontare perché la legge esiste già, e sarebbe una buona legge, se venisse applicata e rispettata, con la punizione di chi deliberatamente la elude.
Paradossalmente, la legge italiana di tutela della maternità e della paternità è un’ottima legge, anche migliore di quella francese, in alcuni casi, per i diritti e le garanzie che dovrebbe offrire alle famiglie, peccato venga ignorata volutamente dai datori di lavoro e colpevolmente dalle lavoratrici.
Il primo passo da compiere, allora, è diffondere informazioni e creare consapevolezza. Il licenziamento per maternità è illegale, l’essere madre non è una discriminante, non deve essere considerato un handicap alle capacità lavorative di una persona. Certo, il sistema giudiziario non aiuta, nella sua lentezza e poca incisività che porta molte ad accettare anche solo un terzo della buona uscita che spetterebbe, pur di averlo sicuramente e subito, e non forse tra quattro o cinque anni.
Inoltre si presenta, per le fortunate donne italiane, un altro problema : ok sono mamma, ok continuo a lavorare…e il bambino ? Non hanno del tutto torto le molte donne che accusano le altre donne di voler lavorare trascurando i figli dopo averli messi al mondo, perché in Italia non c’è un sistema sociale adeguato, che permetta ad entrambi, mamma e figlio, uno stile di vita sereno e costruttivo.
A cominciare dal fatto che, come qualche francese avrà notato, ho parlato sempre e solo di mamme, perché è su di loro (nonostante anche in questo caso la legge sia più avanzata e parli pure dei padri) che ricade nella totalità l’incombenza dei figli e dell’intera famiglia. Insomma, sono qui a Parigi e ogni mattina alzo lo sguardo in cima alla Colonna di Luglio sperando di riuscire ad inviare in Italia un po’ dello spirito che respiro attorno alla Bastille.

dimanche 13 juin 2010, par Emanuela Valente