FOCUS IN - Chi siamo
RICERCA
Une N° 23 Un N° 22 Une N° 21 Une N°20 Une N° 19 Une N° 18 Une N° 17 Une N° 16 Une N° 15 Une 14 Une N° 13 Une N° 12

Accueil > Cultura > Letteratura > Inglese legge "Sono Dio" di Giacomo Sartori

Inglese legge "Sono Dio" di Giacomo Sartori

Letture incrociate

Il protagonista di Sono Dio (Enne Enne Editore, Milano, 2016), il nuovo romanzo di Giacomo Sartori, è proprio Lui, l’altissimo e illustrissimo creatore della tradizione ebraico-cristiana, quello infinito e onnipotente, ma anche individuato, che ha quindi la forma di una persona, e come tale pensa e sente, anche se con mente e sensibilità illimitate. Nel romanzo, questo Dio è quasi sempre in scena e ci fornisce una sorta di diario della propria eternità, ma soprattutto racconta, come farebbe un buon narratore onnisciente di stampo ottocentesco. Racconta di sé e della sua creazione, ossia dell’universo tutto, con le sue splendide galassie, i suoi abissali spazi interstellari, ma anche racconta di quel piccolo pianeta sui cui abita una specie particolarmente pretenziosa, l’umanità, e persino finisce per scendere nel dettaglio di alcune particolarissime vite umane, da cui sarà in misura sempre maggiore ossessionato. La situazione è apertamente assurda : da un lato Dio, affetto da un abbagliante narcisismo, che si specchia per l’eternità nella perfezione di tutto ciò che esiste, e dall’altro una giovane ricercatrice biologa, atea e fanatica della scienza, che cattura progressivamente l’attenzione dell’Onnipotente, occupandolo con le proprie disavventure affettive e professionali. Il tono della narrazione è brioso e surreale, fatto abbastanza inusuale in uno scrittore come Sartori, la cui opera romanzesca è in buona parte permeata da un sentimento tragico dell’esistenza umana. In realtà, come già accadeva in alcuni libri precedenti (Anatomia della battaglia o Autismi), l’ironia appare semplicemente un diverso strumento, meno frontale e definitivo, per sondare quel medesimo mondo di illusioni e violenza, di cui pare costituita la vita delle persone.
Ad essere illusa e violenta, in questo romanzo, è l’umanità intera, agli occhi almeno di Dio, che nei confronti di essa ribadisce più volte una totale assenza di empatia : “Io non ho bisogno degli uomini, devo anzi evitarli. Gli uomini sono solo un infausto incidente di percorso, una poco edificante parentesi”. Gli uomini, infatti, sanno solo mentire, e non mentono mai così bene come a se stessi, e sanno solo distruggere, facendo sfacelo del pianeta e delle sue numerosissime specie viventi.
Bisogna, però, dire qualcosa di più preciso su questo Dio di Sartori. In lui, infatti, emerge a tratti una visione gelida e nullificante che fa pensare paradossalmente all’atmosfera delle Operette morali di Leopardi. Non c’è traccia, ad esempio, di quel privilegio cosmico che il dio abramitico ha accordato alla specie umana. Lo sguardo di questo Dio è radicalmente non-antropocentrico e non-antropomorfo. Non a caso, se non tiene in gran conto le “favole” che gli uomini hanno scritto, a suo nome, nella Bibbia, neppure considera Gesù Cristo il suo figlio legittimo.
Il punto è che : “Ogni specie ha la sua specialità, e loro [gli uomini] eccellono nell’impostura. Sono venuti male, e la situazione non ha fatto che aggravarsi.” Gesù, quindi, essendo uomo, non può fornire nessuna garanzia sul piano della verità. E nonostante i suoi indubitabili e benevoli sforzi, non è riuscito a migliorare la situazione della sua specie. D’altra parte Dio stesso, nel momento in cui ha deciso di esprimersi, sperimenta il vero il peccato originale degli esseri umani : il linguaggio, anzi il pensiero.
Linguaggio e pensiero infatti vanno di pari passo. “L’umanità è messa male perché pensa : il pensiero è per definizione lacunoso e imperfetto, e fuorviante. (…) Un dio non pensa, ci mancherebbe altro.” Questo Dio, insomma, che (di solito) non pensa, che guarda con scetticismo a tutte le religioni positive, che rifiuta la propria paternità a Cristo, che ama passeggiare per le galassie e scrutare i neutrini, assomiglia molto a una divinità epicurea, che rimane chiusa nella sua beatitudine ed è del tutto indifferente alla sorte degli uomini. Per di più, oltre ad essere molto epicureo, il Dio di Sartori sembra pure essere molto scientista : guarda il mondo come lo guarderebbe un astrofisico, che avesse però sottomano strumenti ed equazioni perfette.
In questo scenario da Operette morali, in cui domina non il punto di vista dell’Islandese, ma semmai quello della Natura, s’intromette un elemento estraneo, un granellino di sabbia che finirà per far deragliare il monologo divino, apparentemente beato e pago di sé. Dio comincerà a perdere la sua indifferenza, a ridurre l’infinita distanza che lo separa dagli esseri umani. Ma non succederà, come vorrebbe la dottrina evangelica, in virtù di una nascente simpatia universale, pronta a volgersi in amore assoluto e indiscriminato per l’umanità intera. Dio finirà per interessarsi a una sola persona, sperimentando quell’amore ossessivo ed esclusivo che è tipico degli esseri umani.
Oggetto del suo desiderio è Dafne, la giovane atea, che persegue con tenacia un progetto per realizzare delle pile a partire dai batteri, lavorando con magri finanziamenti in un laboratorio universitario. Per mantenersi è costretta a svolgere una seconda attività più redditizia, ossia l’inseminatrice di bovini per un’Associazione di allevatori. Seguendo le peripezie di Dafne, la narrazione ci porta su di un terreno familiare, per chi già conosce i precedenti romanzi di Sartori. Dafne va, infatti, a popolare quella galleria di personaggi marginali, a cui Sartori è particolarmente affezionato. Anche in questo caso, la protagonista femminile del romanzo non è un’esclusa della società, ma semplicemente una persona che difficilmente riesce a integrarsi nei meccanismi della vita sociale, che richiedono un buon dosaggio d’ipocrisia e cinismo. Una storia famigliare anomala alle spalle, con un’infanzia traumatizzata dalla violenza degli adulti, la rende indocile rispetto alle forme di vita ordinarie, indocile e nello stesso tempo estremamente ingenua e generosa sia sul piano della vita professionale che su quello della vita sentimentale. Non è quindi un caso, che la persona a lei più cara sia un’altra giovane ragazza, un’ecologista radicale, che invece non ha nessuna fiducia nel progresso scientifico e sogna delle comunità neo-bucoliche, dove l’uomo ritrovi un’equilibrata fratellanza con le altre specie viventi.
Sono Dio non è comunque un romanzo a tesi, né un romanzo ecologista. Ma il talento di Sartori sta ancora una volta nella capacità di prendere dentro un filo narrativo più questioni decisive e dolorose per noi tutti : la spietatezza delle relazioni di lavoro, famigliari e persino amorose, la cecità della specie umana rispetto al proprio destino – che è ormai talmente palese, da essere divenuta ritornello giornalistico –, il rapporto perverso che le istituzioni religiose stabiliscono con le aspirazioni umane alla trascendenza e all’angoscia nei confronti della morte.
Sartori non ha una morale della favola da fornire, se non forse questa. I problemi importanti, fondamentali dell’esistenza, si leggono più chiaramente nelle vite disordinate e poco raccomandabile dei marginali, piuttosto che in quelle edificanti delle persone di successo.

mercredi 12 octobre 2016, par Andrea Inglese