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Intervista a Andrea Inglese

Come ti è venuta l’idea del progetto? Corrisponde ad un tuo percorso personale?
L’idea è nata in un contesto ben preciso: da un lato, vi era un progetto letterario che io coltivavo da tempo e che riguardava, grosso modo, un libro in cui regolassi i conti con Parigi; dall’altro, questo progetto doveva essere accompagnato, per ottenere l’eventuale finanziamento del Conseil Régional de l’Ile de France, da un’azione letteraria sul territorio, indirizzata a un pubblico vario. In pratica, il Conseil Régional m’imponeva di elaborare, assieme al mio progetto solitario di scrittura, un’occasione pubblica, attraverso la quale la mia esperienza di autore potesse incontrare quella di eventuali lettori e produttori. Si tratta di un’idea giusta: l’istituzione accetta di sostenere un tuo progetto di scrittura, a patto che tu renda condivisibile qualcheduno dei tuoi strumenti e delle tue competenze specifiche in un contesto pubblico, aperto a non specialisti. Così ho immaginato l’atelier di scrittura e della memoria, incentrato sul tema della città e dell’identità. In effetti, ho messo assieme diverse cose: la scrittura come moltiplicatore della memoria, e l’esperienza privilegiata dell’espatrio, a partire dalla quale esplorare la città, ma anche la propria forma nuova di cittadinanza, e l’identità che si accompagna ad essa.

Come si sono svolti gli atelier?
Avevo già avuto esperienze di atelier di scrittura soprattutto con giovanissimi. Ragazzini dagli undici ai quattordici anni. Un’impresa abbastanza coraggiosa. Poi qualche incontro con dei liceali, ma incentrato più sulla lettura che sulla scrittura. Non avevo dunque un metodo vero e proprio già approntato. E mi sono reso conto di quanto fosse importante non prendere troppo spazio, nel momento in cui cercavo d’innescare un’esperienza di scrittura. Diciamo che, senza saperlo, e senza neppure essercelo mai detto esplicitamente, il fatto di aver scelto come sede degli incontri la Tour de Babel, che è una libreria, mi sembra sia stato un ottimo punto di partenza. Eravamo, in qualche modo, già lavorati ai fianchi dalla massa di volumi che ci circondavano. Comunque, alla fine ho seguito una via molto semplice: ho aperto ogni volta gli incontri con uno o più testi letterari, che in qualche modo servivano ad orientare non tanto lo stile, ma almeno uno sguardo, un modo di prestare attenzione alle cose o ai propri sentimenti. E poi cercavo di articolare, a partire da un brano di scrittura letteraria, un tema, in maniera tale che forma della scrittura e contenuto dell’esperienza emergessero insieme. Nel corso degli incontri, mi sono reso conto che contava moltissimo qualcosa che inizialmente consideravo marginale. Le persone che partecipavano all’atelier avevano innanzitutto parecchio di cui parlare. Insomma, vi era un momento conviviale e collettivo, che seguiva generalmente i miei brani letterari d’innesco o l’esercizio solitario della scrittura. Per chi dirige un atelier, ovviamente, la parte più difficile riguarda poi la reazione a ciò che hanno scritto gli altri. Non è per niente facile, ma alla fine credo di essermela cavata bene. Il nemico da sconfiggere, per chi si cimenta da novizio nel racconto delle proprie esperienze – quali che siano –, è la paura di scrivere cose banali. Ci vuole del tempo per far capire che, nella scrittura, la vera banalità viene da chi vuol “scrivere bene”, “far letteratura”. Questo penso che molti l’abbiano capito, e infatti hanno cominciato a rendersi conto di quanto sia di per sé ricca l’esperienza anche più familiare e quotidiana, dal momento in cui viene riprodotta in forma scritta.

Ti ha stupito il tipo di pubblico che ti sei trovato davanti?
Più che stupito, mi ha incuriosito. Molti tratti erano comuni: tutti emiliani o romagnoli, quasi tutti tra i venticinque e i trentacinque anni, una maggioranza di donne, tutti laureati, ecc. Eppure, ognuno con una storia e una personalità molto diversa. E la scrittura faceva emergere questa diversità in modo molto più chiaro, ad esempio, che una conversazione.

Ha portato qualcosa a te, cioè hai fatto un percorso anche tu che ti ha fatto cambiare idea sull’identità?
Sì, mi sono reso conto innanzitutto di due cose. Questa faccenda dell’identità, che a me pareva un po’ troppo teorica, intellettuale, non lo è affatto. L’identità, semmai, è una sorta di realtà implicita, taciuta, talmente familiare da essere invisibile. Ma nel momento in cui cominci a interrogarla, diventa qualcosa di articolato e sfuggente, che impone un certo sforzo per metterla a fuoco. Inoltre, questo passaggio dal momento implicito a quello esplicito, dall’ovvietà all’enigma, si è verificato un po’ in tutti. Mi ha sorpreso, poi, che per alcuni l’identità italiana fosse come l’elemento debole, tra due elementi forti: l’identità regionale e quella continentale (europea).

Puoi trarre delle conclusioni “letterarie” e/o “socio- antropologiche” da questo atelier? Che identità viene fuori?
Sarebbe presuntuoso trarre delle conclusioni “socio-antropologiche” da un itinerario alla fine breve e circoscritto. Di sicuro, un atelier incentrato su scrittura, memoria, e identità, realizzato con degli espatriati, permette di indagare aspetti non scontati né prevedibili del nuovo modo di sentirsi europei, italiani, o in ogni caso, stranieri in paesi molto simili culturalmente. L’espatriato, che sia quello di nuova generazione, con qualifica e possesso della lingua straniera, o quello di vecchia generazione, che fuggiva da una situazione di sottosviluppo economico e culturale, rende problematica l’identità e fa affiorare qualcosa che non è semplicemente un mito romantico, ma che riguarda delle peculiarità antropologiche o, se vogliamo culturali, che comunque esistono. Così, come ogni individuo elabora in forma singolare e imprevedibile il dato culturale nazionale. Il terreno d’indagine è comunque ricco, e l’atelier di scrittura fondato sul racconto di sé un ottimo strumento per sondarlo.

martedì 4 ottobre 2011, di Patrizia Molteni