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Intervista a Davide Enia

Buongiorno Davide. Cominciamo dal principio. Cosa ti ha portato a fare teatro?
Buongiono a te. E’ molto semplice, fu per una ragione nobilissima: mi piaceva una fimmina che seguiva un laboratorio teatrale, allora mi sono iscritto al corso con lei per cercare di farci qualcosa il prima possibile... Non ci fu, quindi, una spinta vocazionale, ma una fiamma che bruciava per un gioioso desiderio della carne. Penso che l’attrazione fisica sia uno dei motivi più solidi per intraprendere qualsiasi attività.

Come definisci il tuo teatro e da che cosa trae spunto?
Prima di tutto è una forma di teatro onesto, perché non c’è mai nessuna voglia di compiacere il pubblico, al punto che non appena le condizioni di decenza sono cessate, ho smesso di lavorare in teatro.
Il punto di partenza? Osservo come cammina chìddu che porta le cassette di frutta allo scàro (mercato ortofrutticolo di Palermo), cerco di riprodurre il fraseggio delle mani dell’ubriaco della taverna Azzurra della Vucciria, guardo, ascolto e ricostruisco smozzichi di frasi che capto al mercato, vado a lezione dai piccirìddi, i miei grandi maestri di scrittura, e poi racconto le storie. In questi anni invece, l’influenza maggiore, viene dal mondo del fumetto. Andrea Pazienza è un artista la cui lettura mi arricchisce continuamente.

Sei considerato, con Ascanio Celestini ed altri, un rappresentante della seconda generazione del teatro di narrazione. In quanto «autore-narratore» ti senti influenzato anche dal “cunto*” della tradizione siciliana?
In parte sì, in parte no. Diciamo che l’ho ritrovato sul mio corpo di siciliano e l’ho usato per il mio narrare, secondo il mio modo di comporre e le peculiarità del mio modo di raccontare, molto fisico. Non sono un filologo: di un tipo di narrazione uso le possibilità di racconto, cercando di analizzarle il più a fondo possibile, non per perpetrare una tradizione, ma per usarla e usandola, se necessario, tradirla. Se poi il cunto dovesse ritornare attuale, è un passo in più che non spetta a me compiere.

Perché hai scelto di scrivere e raccontare in dialetto siciliano, anzi per essere precisi in palermitano?
Perché penso in dialetto, che è la mia lingua madre, perché è ritmicamente bello e perché possiede una valenza simbolica che l’italiano, per motivi anagrafici, ancora non ha.

Nel panorama teatrale italiano si incontrano molti siciliani: tu, Spiro Scimone, Vincenzo Pirrotta, Emma Dante, Tino Caspanello, Lina Prosa, e altri. Esiste oggi, a tuo parere, una “scuola siciliana” e se c’è, qual è il filo che collega il lavoro di questi autori ?
No, secondo me non esiste una «scuola siciliana». Esistono piuttosto singoli che usano suoni comuni per creare percorsi diversi, in una terra comune in cui le Istituzioni ci schifìano come si schifìa la peste, tenendoci lontani dai teatri pubblici e dai festival: questo ci unisce.
Quel che è certo è che il teatro siciliano, in particolare quello palermitano, è vivo, di una vitalità prepotente e contagiosa. Peccato che le istituzioni stiano perdendo questo ruggente momento di fertilità che ha portato il teatro palermitano ad imporsi in tutta Europa. E non solo il teatro palermitano è rigoglioso. Anche la scena musicale palermitana pullula di talenti che stanno riscuotendo i primi meritatissimi frutti del proprio lavoro.

A Marsiglia a febbraio, al Teatro Gyptis, è stato rappresentato il tuo grande successo “Italia-Brasile 3 a 2” (Italie-Brésil 3 à 2), tradotto da Olivier Favier. Com’è nata l’idea di portare in scena questa memorabile partita del Mondiale ‘82?
Sono felice che il mio spettacolo sia rappresentato in Francia, anche se è passato qualche anno. Dunque, come mi è venuta l’idea dello spettacolo... io vengo dal mondo del calcio, ho frequentato stadi da quando sono piccolo. Nel calcio c’è epica, sudore e poesia, sconfitta e vittoria, tutto materiale adatto a fare un’opera teatrale. Non credi? Ho anche pensato: come posso fare uno spettacolo che piaccia al pescivendolo, ai picciotti di strada e al direttore di banca? Qual è il tema che lega tutti in Italia? Poi ho smesso di pensare perché avevo una partita di pallone con gli amici, in piazza a Palermo, in mezzo alla strada. Ed è così che è nato il primo germe della scrittura di «Italia-Brasile 3 a 2» che poi ha avuto un bel successo, appunto perché quella partita mitica è rimasta nel cuore di tutto un popolo. Ecco tutto.

In effetti, è tutto molto chiaro.Ti ringrazio molto per la tua disponibilità.
Sono io che ringrazio te.

Leggi la recensione dello spettacolo di Rossana Alkham

*cunto termine dialettale
siciliano per racconto

martedì 20 marzo 2012, di Rossana Alkham