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Giuliano Scabia

L’arte dell’eterno andare

Ho conosciuto Giuliano Scabia nel 1988, anno in cui ho avuto per la prima volta la fortuna di frequentare il suo corso di Drammaturgia in Sala dei Fiorentini, al D.A.M.S. di Bologna. Un incontro determinante - per me e per intere generazioni di studenti - che ha influenzato tutto il mio modo di concepire il teatro, l’arte e, in generale, la vita. Poeta, drammaturgo, attore, pedagogo, pittore, creatore di oggetti fantastici, questo artista poliedrico, tanto geniale quanto discreto, è una delle figure maggiori del teatro italiano.

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Tiziano Terzani - Foto di Vincenzo Cottinelli

Infaticabile narratore in perenne cammino, nella sua lunga carriera - più di cinquant’anni di inarrestabile lavoro ricompensato da una moltitudine di riconoscimenti tra cui due Premi speciali Ubu nel 2005 e nel 2015 Scabia ha tracciato nuove strade, esplorato sentieri mai battuti, praticando un‘arte originale e visionaria, intimamente connessa alle tradizioni popolari. Dal Gorilla Quadrumano, frutto di un laboratorio con gli studenti, a Marco Cavallo, con Franco Basaglia e i malati dell’ospedale psichiatrico di Trieste, passando per le scorribande del Diavolo e il suo Angelo e la grande avventura del Teatro Vagante, le sue innumerevoli e memorabili azioni teatrali, hanno segnato la storia del teatro, contribuendo a scardinarne regole e convenzioni e trascinandolo fuori dalle sue mura. Ne è nato un linguaggio complesso e profondo ma allo stesso tempo accessibile e capace di coinvolgere ogni singolo interlocutore, sviluppatosi nel tempo con una forza innovatrice che conserva ancora oggi tutta la sua carica rivoluzionaria.
“Teatro segreto”, “Teatro del dono”, come lo ha definito Massimo Marino, caratterizzato da una lunga e assidua frequentazione di luoghi e persone - in particolare nell’appennino tosco-emiliano, ma non solo - con cui ha intrecciato legami profondi. Un viaggio di conoscenza, gioioso e giocoso (in senso teatrale e nell’accezione propria al mondo dell’infanzia) in cui il rigore e la disciplina della scrittura drammaturgica e poetica sono speculari all’andare per boschi, per montagne e paesi, a interrogarsi sulla propria essenza. Al crocevia tra poesia e natura, quello di Scabia è un grande teatro universale, luogo d’incontro e di scambio tra umani, animali, alberi, terra e cielo, che sa mantenere uno sguardo sempre nuovo e curioso sulle cose del mondo.
Il suo ultimo libro L’azione perfetta narra del percorso spirituale, iniziatico, della protagonista Sofia, riuscendo l’ardua impresa (penso a Il Maestro e Margherita di Boulgakov) di operare nel racconto una sintesi poetica tra dimensione fantastica e memoria storica.
Ritrovare Giuliano ed il suo universo, in occasione di un’ascesa notturna del Monte Amiata o tra i disegni e le sculture di cartapesta del suo laboratorio (l’Albero dei Poeti, i Cavalli, il Teatro Vagante) non è mai un’esperienza banale, anzi è sempre fonte di puro piacere e di arricchimento. Gli sono grata per aver accettato di rispondere a qualche domanda.

C’è oggi nella gente un forte bisogno di spiritualità, forse intesa più in senso religioso che come fede ad un ideale.
Di fronte alle contraddizioni di una società materialista, quest’esigenza sta generando in alcuni casi mostri difficilmente gestibili. D’altro canto è un bisogno reale, che accomuna persone diverse, anche non credenti. Ha senso per te parlare di spiritualità laica ?

Non uso la parola “spiritualità”, ma “esercizi spirituali” e con un po’ di ironia. Quando ero in Azione Cattolica (fino a 16 anni) ogni anno (o anche più spesso) ci facevano fare gli esercizi spirituali. Tre giorni di raccoglimento, preghiera, con confessione finale. Era un modo per riflettere sul proprio cammino e liberarsi da molti veleni (purtroppo coi limiti dell’educazione cattolica). Oggi gli italiani (noi) sono molto malandati, non fanno che parlare male di tutto, hanno il male oscuro. Per questo mi sembra che ci vorrebbero degli esercizi per vedersi un po’ dentro (“chi lo dice è”, l’ho imparato da Calvino). E per questo ho cominciato un cammino col santino taumaturgico che ho dato anche a te : a piedi, per l’Italia, spero di raggiungere tutti. E suggerirgli, se ne hanno voglia, di leggere L’azione perfetta, che è il mio libro di esercizi spirituali.

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Giuliano Scabia, "L’azione perfetta"

Nel tuo libro evochi più volte la fede : che sia in un ideale, un dio o in una passione, dici che “a volte può portare a penetrare l’anima del mondo oppure a rinnegarla”. Esiste una buona fede ? E una cattiva ? Mi riferisco anche alle utopie ideologiche di cui parli : il comunismo, la lotta armata...
La mia esperienza è che la fede è cosa sacra ma anche pericolosa. Se si trasforma in dogmatica (i secoli traboccano di dogmatica) la persona sparisce. Prima di tutto viene la persona, capire chi è : fedele, infedele ; sei fuori, sei dentro. Anche il ‘77 a Bologna era tutto un domandare : sei fuori, sei dentro il movimento ? C’era la fede nella possibilità e complessità della persona (che non vuol dire assolverla).

I tuoi riferimenti sono spesso tratti dall’iconografia cristiana mescolati con dèi ed eroi di altre mitologie. Sotto le spoglie dei due arcangeli del libro mi è sembrato di ritrovare l’Angelo ed il suo Diavolo (o viceversa). Eternamente legati (perché fatti della stessa materia, la materia della vita) questi due ne hanno fatta di strada, su e giù per l’appennino e altrove... In quanti li hanno visti ?

Per me (come per Feuerbach) tutte le figure divine sono proiezioni della mente. E vanno trattate con rispetto e amore perché sono fate, sono pensieri, sono cose di noi. Per questo ho studiato a lungo la figura del diavolo e sono andato a raccontarlo dove ho potuto, per sette anni. Quanti mi hanno visto e sentito ? Tanti, migliaia. Ma gli uomini sono miliardi. Ognuno ha un nido da cui canta, e il cerchio di chi ascolta è limitato. Ma piano piano…
[...]

“Studiando la mente mi sono resa conto che il gioco, il teatro, possono aiutare a liberarsi della parte più pericolosa della violenza…” Sono parole di Sofia, protagonista de L’azione perfetta, che fa la psichiatra. Pensi che il teatro possa avere una funzione salvifica ?

Il teatro mi ha aiutato, a volte, a stare meglio, a giocare con gli altri, a cercare un sentiero : no, non è salvifico, ma può dare una mano. Come il cantare, il ballare, l’innamorarsi…
Cos’è l’azione perfetta ?
La vera azione perfetta è una sola, e tu che hai letto il libro sai quale : e non bisogna rivelarla. Ma ci sono tutte le azioni del giorno. Quando le facciamo bene, in modo “quasi” perfetto”, ci sentiamo bene. Il bene è azione perfetta.

Articolo integrale su Focus in n° 34

lundi 13 mars 2017, par Serena Rispoli