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L’irrequietezza narrativa dell’espatriato

Tutti i testi che qui vengono presentati sono nati in occasione di un atelier di scrittura, che ho condotto intorno al tema “Raccontare l’espatrio’’ con un gruppo di espatriati italiani (o d’origine italiana) di età e percorsi biografici diversi. Si parla molto di coloro che abbandonano l’Italia per cercare migliori opportunità di lavoro all’estero e si è anche coniata la formula “fuga dei cervelli”, che i giornalisti amano ripetere all’infinito. In una città come Parigi, gli italiani sono tanti. Vi è una piccola parte di privilegiati, che condividono il destino di una borghesia internazionale a suo agio nelle metropoli del mondo, non limitata nelle risorse economiche né in quelle culturali. La grande maggioranza degli italiani, però, si è spostata a Parigi – almeno nel corso degli ultimi venti o trent’anni – per valorizzare il proprio capitale culturale e per conquistarsi, di conseguenza, un lavoro adeguato alla propria formazione universitaria. Anche questa, d’altronde, è un’immagine schematica e solo in parte si attaglia alla varietà di percorsi e di motivazioni che hanno spinto un certo numero di persone all’espatrio e al tentativo di radicamento in un paese come la Francia, e in una città come Parigi.
Il nostro atelier è stata un’occasione per sondare più in profondità la ricchezza e la varietà delle esperienze che stanno dietro a questo fenomeno generale. Un atelier incentrato su un tale tema, innanzitutto, si distingue da un laboratorio di scrittura creativa, dove l’obiettivo principale è quello di sollecitare l’espressione individuale e di fornire ad essa degli strumenti letterari che si suppone le siano consoni. Nel nostro caso, l’urgenza di condivisione attraverso la parola orale, la discussione aperta e informale, ha sempre preceduto la concentrazione individuale sui propri strumenti espressivi. Ognuno era interessato a riconoscere nell’altro la forma generale della propria esperienza. In seconda battuta, si prendeva coscienza di una relativa opacità e rigidezza del racconto, che la scrittura avrebbe permesso forse di illuminare e fluidificare. La scrittura interveniva così come rinforzo, sviluppo, amplificazione di un primo e spontaneo gesto narrativo. In ogni caso, la primaria esigenza di condivisione non è qualcosa di banale per un espatriato. Oggi chi abbandona il proprio paese per cercare un migliore destino professionale all’estero lo fa in genere in una grande solitudine. Non si tratta tanto di una solitudine soggettiva, dal momento che l’inserimento sociale può realizzarsi a volte facilmente e rapidamente; si tratta piuttosto di una solitudine oggettiva, in quanto chi parte lo fa da solo, non portandosi dietro (né seguendo) la famiglia, e neppure si sposta assieme ai compaesani. Le traiettorie sono di conseguenza più individualistiche, rispetto a quelle che hanno conosciuto le ondate migratorie precedenti, motivate per lo più da condizioni di miseria economica.
Anche in questa occasione, ho potuto constatare come ognuno sia un portatore più o meno consapevole di una ricca “materia narrativa”. In altri termini, ognuno ha già contribuito inevitabilmente a dare una forma narrativa, ossia ad elaborare in modo più o meno sofisticato una serie di eventi spesso anche traumatici, che hanno scandito l’inserimento dentro la metropoli e i suoi codici non scritti, le sue usanze e le sue ossessioni. L’atelier, in realtà, non è neppure l’occasione per trascrivere semplicemente una narrazione che già è stata fissata nella propria memoria. Esso non fa che rimettere in moto quel lavoro di elaborazione, per trovare finalmente, attraverso il passaggio per la parola scritta, la giusta distanza verso noi stessi. Non voglio ricondurre la scrittura a una semplice esigenza terapeutica, ma sarebbe sciocco ignorare questo aspetto, che è poi qualcosa di straordinario. La scrittura, infatti, è una terapia che non ha bisogni di farmaci e di medici e che possiamo realizzare da soli, in completa autonomia. Ma certo, la condivisione, e il passaggio per la parola orale, rimane una tappa fondamentale in questo processo. Anche perché, inutile nasconderselo, c’è qualcosa di inevitabilmente enigmatico nella parabola biografica di un espatriato. Il nostro turismo compulsivo rischia di confondere la familiarità dell’eterno e circoscritto spaesamento del volo low cost e lo spaesamento difficilmente rimarginabile dell’espatriato, che oscilla sempre tra l’ossessione verso l’appartenenza culturale e nazionale e una svagatezza un po’ inverosimile. Ognuno, in realtà, è costretto a ricostruire un tessuto di nuove abitudini e di inedite familiarità, andando a collocarsi in una zona mai del tutto certa, neppure quando è confortata dal successo professionale. Qualcosa, per l’espatriato anche felice, rimane fuori, inattingibile, non del tutto risolto. In questa condizione d’irrequietudine affonda una specifica esigenza e una conseguente capacità narrativa, che è affascinante scoprire in persone anche molto diverse.

sabato 23 gennaio 2016, di Andrea Inglese