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La Morta di Venezia

elzeviro incazzato non imparziale a sette giorni dall’inizio della 70° Mostra del cinema


Spotlight puntati sul Lido di Venezia per la settantesima edizione della Mostra che nel lontano 1932 apriva i battenti sotto l’egida della propaganda littoria. Una ricorrenza, quella del 2013, forte, attesa, inesorabilmente deludente. Lo spirito dell’Esposizione Internazionale d’arte cinematografica, nome originale, che fa sognare, voluto da Volpi/Maraini/De Feo era un misto tra il mondano e il culturale: la celeberrima sede dell’Excelsior, le vedette, la “festa” del cinema italiano che incontra il mondo. Ei fu. “La storia corre, il cinema cammina, i festival segnano il passo”: dice il direttore Barbera, proclamando una Mostra che “fornisce – se non delle risposte – almeno qualche indicazione sul perché i festival siano ancora necessari. […] Ci sono gli autori affermati dai quali non sarebbe né giusto né logico prescindere, […] gli esordienti e i registi in cerca di quella auspicata consacrazione, […] i cosiddetti film di genere, nei confronti dei quali non esiste alcuna forma di prevenzione”. Premesse e promesse di rinnovo, possibili anche grazie alle sovvenzioni della Biennale, come precisa il presidente Baratta. Tra dire e fare, soprattutto in laguna, c’è di mezzo il mare: la competizione e il livello, tutto sembra immobile. La ricorrenza decennale passa impercettibile: l’unica trovata originale è quella di Cinecittà Luce di proporre prima di ogni film uno dei settanta cinegiornali rimasterizzati, che mostrano la storia della kermesse. Un’iniziativa a doppio taglio: perché la bellezza di quei tempi, in cui Clouzot e Rossellini calcavano il podio della Sala Grande, polverizza l’infimità attuale. Senza infamia e senza lode, i film in concorso si mantengono sul giusto mezzo: una scelta saggia, economica più che estetica, per non scontentare né gli intenditori né i meno addetti ai lavori. Bisogna salvare capra e cavoli perché la Mostra ha perso la sua funzione di faro e slitta sempre più verso l’autocompiacimento crepuscolare. I tratti tematici e formali comuni che si colgono in questa selezione ufficiale sono nel segno della violenza, della solitudine e di un determinismo votato alla morte, intessendo un’incosciente (?) coerenza con la nostra gravità dei tempi: un caso, forse, che sia il tanto futuristico quanto asfittico “3D Gravity” di Cuaròn, con Clooney e Bullock, a levare il sipario? Gli abusi familiari (Gröning, Avranas, Gordon Green), l’insistenza sui conflitti privati (Dolan, Curran) e pubblici (Landesman), il gusto per l’aggressione (Glazer): anche il film italiano Via Castellana Bandiera (Emma Dante), parla della lotta di una donna, a colpi di clacson e parabrezza, contro se stessa, sua madre, il mondo. Non mancano i soliti film “da festival” come il cartoon di Miyazaki (bah!), come il piano-sequenza engagé di Gitai (lo consiglio a chi soffre d’insonnia) o, ancora, come il ritrito apologo realtà-fiction di Gilliam.
Si attende il finale dell’evento: ma già un bilancio si profila. In negativo. Il malcontento dilaga in sala stampa, tra i soliti giornalisti, imperanti sui loro troni di recensioni e di costrutti sorrisi al caffè, ammantati di boutade e di sguardi nel vuoto. Agli antipodi di ogni clima d’arte cosmopolita, si respira nelle immense hall del mussoliniano Palazzo del Casinò (sarà colpa del fascismo, come sempre) una certa tensione, una specie d’aspettata catastrofe, che defibrilli l’elettrocardiogramma piatto del Lido. È il ricorrente stagno italiano che si ripropone in quelle braccia conserte in un misto di sufficienza e invidia, e colpa, mentre si guarda, lo spritz alla mano, la Marini annaspante su quello stesso tappeto rosso dove un tempo camminarono le Callas e gli Zavattini. Ci si sente presi in giro, questa è la realtà! Barbera e l’orchestrina si affannano a dipingere un cielo rosato dove, invece, c’è un temporale biblico: la madrina incespicante Eva Riccobono (all’attivo due film da non protagonista! Bene: per cosa è stata scelta?), l’assoluto mancato rinnovamento estetico rispetto all’anno scorso (né locandina né sigla né tantomeno décor sono cambiati), i moderatori di press conference (made in Osservatore Romano! Amen!) che non sanno l’inglese, decine di sacchi di rifiuti ammassati dinanzi alla main door (non si tratta di land art, garantisco)… Il festival più antico del mondo è al suo requiem: si tiene in vita alimentato artificialmente solo perché non si ha il coraggio dell’eutanasia. I suoi badanti si troverebbero, altrimenti, tutti disoccupati! Si parla d’orizzonti, di novità, di scelte di vita e invece ci si lascia seppellire. Le vent se lève, dice Valéry (Miyazaki lo cita), il faut tenter de vivre. Il cinema è questo: una prova, un tentativo proiettato (è il caso di dire!) tutto alla vita. Si deve avere l’onestà intellettuale di dissacrare le grandi messe per ritrovare quel vigore autentico che fa dire “sum”. Tutto il resto è immondizia e Venezia 70 è irreversibilmente in balia della spazzatura, detriti e relitti: vivere per credere.
Si licet, Lido di Venezia, 3 settembre 2013.

domenica 29 settembre 2013, di Valentino N. Misino