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La Trilogia del naufragio di Lina Prosa

Dopo il grande successo di “Lampedusa Beach” rappresentato nell’aprile del 2013 allo Studio Théâtre della Comédie Française, l’autrice sicula Lina Prosa ha riconquistato Parigi con l’intera Trilogia del Naufragio: “Lampedusa Beach”, “Lampedusa Snow” e “Lampedusa Way” questa volta messo in scena dall’autrice stessa nella sala del Théâtre du Vieux-Colombier nella traduzione di Jean-Paul Manganaro.

« Il naufragio è stato totale
Ma è stato di una semplicità assoluta
Lo sai perché ?
Non c’è stata tempesta.
Non c’è stata lotta, resistenza.
Nessuna manovra di perizia marinara.
Nessuna chiamata di capitano.
Nessun avviso.
Nessuna campanella.
Non c’è stato innalzamento
di onda.
Niente che riguardasse il mare.
Il mare è innocente. »

Dal 31 gennaio al 5 febbraio 2013, la drammaturga siciliana Lina Prosa, con la sua “Trilogia del Naufragio” (Triptyque du Naufrage, in francese), estremamente poetica e al contempo aspra, ha ancora una volta messo il pubblico parigino di fronte a un argomento d’estrema attualità, generalmente scomodo da raccontare, come quello dell’ immigrazione clandestina che troppo spesso si risolve con la morte di centinaia di innocenti.
Di cosa si tratta esattamente? Sono tre testi di circa un’ora, “Lampedusa Beach”, “Lampedusa Snow” e “Lampedusa Way”, scritti in tre momenti diversi grazie al bel sodalizio dell’autrice e della Comédie Française che dura ormai da anni.
“Lampedusa Beach”, testo per un’attrice “che sa recitare in apnea”, magistralmente interpretato da Céline Samie, racconta il disperato viaggio di un barcone con a bordo cinquecento emigranti, che affonda durante l’attraversamento dello stretto che separa l’Africa da Lampedusa, isola all’estremo sud della Sicilia, ahimé, ormai ben nota.
E’ notte fonda e un tragico buio avvolge la scena; un vecchio e un giovane litigano perché vogliono entrambi violentare il corpo di Shauba, ma fanno ribaltare la scialuppa, scaraventando così i passeggieri nelle acque del Mediterraeno. Il silenzio pian piano avvolge lo spazio che si fa liquido e sul palcoscenico vediamo solo una giovane donna, Shauba, aggrappata ai suoi occhiali da sole, immersa tra la vita e la morte durante il tempo della sua discesa negli abissi marini. In un sorprendente “monologo” a più voci, il pubblico assiste allora al racconto in apnea delle diverse tappe del suo viaggio epico, fatto a volte di speranza a volte d’angoscia, in cui prendono vita i personaggi incontrati: l’amata zia Mahama, la madre, lo scafista, una sarda...
Shauba sprofonda lentamente, parla boccheggiando mentre annega, e durante la discesa osserva e analizza ciò che le sta succedendo, rivolgendosi a Mahama, ai capi di Stato, a Dio. Infine, il suo corpo tocca il fondo sabbioso della Lampedusa tanto sognata in una sorta di sogno allegorico che corrisponde all’agonia della fine: “Lampedusa Beach racconta il naufragio presso le coste dell’isola di Lampedusa di Shauba, immigrata africana clandestina. Il tempo della discesa del suo corpo negli abissi del mare coincide con il tempo della scrittura. Ma è anche l’evento di un teatro nell’acqua, in simbiosi con un corpo di donna che ha perso l’ormeggio terreno e a cui l’autrice chiede l’intervento di un’attrice che sa recitare in apnea. La parola annegata di Shauba dà vita infatti ad un’odissea sott’acqua in cui la fine, l’arrivo al fondo, è un respiro lungo elevato a racconto”, così descrive Lina Prosa il suo testo.
“Lampedusa Snow,” interpretato da Bakary Sangaré, nato come “commande” del teatro parigino in seguito al successo della prima rappresentazione di Lampedusa Beach nell’aprile 2013, s’ispira a un altro fatto di cronaca: circa tre anni fa, un centinaio di migranti africani sbarcati a Lampedusa erano stati trasferiti e « accolti » in un centro situato in montagna à 1800 m. d’altitudine, causa il sovrappopolamento dei centri d’accoglienza dell’isola.
Il protagonista di questo secondo monologo, Mohamed, è uno di questi migranti: con indosso una felpa usata troppo grande per lui, datagli da un’associazione caritativa, il giovane ingegnere africano, stanco dell’attesa che sembra non dover finire mai, decide di cercare un varco per arrivare sull’altro versante. Dopo l’immersione negli abissi di Shauba (che fa parte della stessa famiglia), il pubblico assiste allora alla sofferta ascensione di Mohamed verso le vette alpine: dopo aver incontrato un partigiano che gli parla della rivoluzione e gli insegna la canzone Bella ciao, l’attore, il cui respiro si fa sempre più ansimante, viene avvolto dal freddo e dalla neve fino all’ultimo soffio di vita.
“Lampedusa Way”, vede su scena Cécile Brune e Gilles David come interpreti del terzo e ultimo libro della trilogia che racconta l’incontro di Mahama, la zia tanto amata da Shauba, e di Saïf, lo zio di Mahamed, più volte invocato invano nel monologo precedente, entrambi maestri di vita dei due personaggi.
Da troppo tempo senza notizie dei due giovani, essi si recano a Lampedusa per tentare di ritrovarli, e i loro destini si ritrovano strettamente legati nella straziante attesa di notizie, fino a quando, sommersi dall’angoscia, decidono di scrivere all’ambasciatore.
Ma il loro permesso di soggiorno arriva a termine ed è così che Mahama e Saïf decidono di non tornare più in patria e di diventare a loro volta clandestini.
In questo bel testo di chiusura, il naufragio fisico si trasforma in naufragio esistenziale e con i protagonisti di questa pala d’autore allegorica, anche noi ci ritroviamo immersi nella nostra triste epoca e accogliamo il dramma di quest’odissea contemporanea che vede il nostro Mediterraneo trasformarsi da “culla della civiltà del viaggio, in una fabbrica di disperazione e di morte, a cui non si poteva restare insensibile”.

martedì 18 febbraio 2014, di Rossana Alkham