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La banalità del male


La banalità del male è il titolo di un libro di Hannah Arendt in cui la filosofa spiegava che Adolf Eichmann, criminale nazista, ha ammazzato perché era un mediocre e zelante funzionario che non ha mai visto l’atrocità di quello che faceva, si trattava per lui una banalissimo lavoro di “contabilità” di cadaveri. Per non provocare disgusto e ribellione, il Reich distruggeva la capacità di vedere il male. Non per questo Arendt giustificava il criminale di guerra, anzi. Eppure all’epoca il suo saggio aveva provocato una valanga di reazioni e polemiche.
A nessuno sarà sfuggito il fotomontaggio apparso sul blog di Beppe Grillo (che filosofo non è mai stato): parafrasando il libro di Primo Levi, il post era intitolato “Se questo è un paese”; sotto, la foto dell’insegna all’entrata del campo di Auschwitz in cui ha sostituito “P2 macht frei” all’“Arbeit macht frei” (“il lavoro rende liberi”) permettendosi persino un adattamento satirico-demente della poesia di Levi. Di fatto una profanazione, come quelli che vanno a distruggere le tombe di ebrei e deportati.
Lungi da me voler paragonare un comico fascistoide all’uomo (uomo?) responsabile dell’atrocità suprema, ma lo showman genovese non è alle prime armi per fotomontaggi e battute infelici. A forza di mettere insieme indistintamente Hitler, Dell’Utri, Napolitano, la presidente del Senato Boldrini e chiunque capiti a tiro, si è finito per banalizzare tutto anche il razzismo, il fascismo, le violenze alle donne, l’aggressività…
E se invece delle dichiarazioni di sdegno, si applicassero le leggi? Il fascismo e l’antisemitismo sono banditi dalla legge e dalla Costituzione. Così come la minaccia, la diffamazione, la menzogna, la manipolazione prevedono tutte una sanzione civile o penale… nel mondo reale. Perché – come suggerisce Stefano Rodotà ne Il mondo nella rete – invece di cercare di trovare una legislazione virtuale non cominciamo ad applicare quella esistente? E invece no, Grillo continua a far campagna nei teatri d’Italia; quell’altro, l’ex papi Silvio, che ha truffato milioni di italiani si ritrova con 4 ore alla settimana di servizi sociali in un centro per anziani (magari pure più giovani di lui, speriamo solo non siano femmine), gli si concede di andare a Roma 3 giorni a settimana, di far campagna in tivvù e di essere leader di un partito. Un solo avvertimento: se insulta i magistrati hanno già pronto il cappello d’asino. E via che il furbetto continua ma attraverso allusioni che fanno ridere solo se stesso e i pochi rimasti a fargli da claque.
La cosa preoccupante è che questi signori hanno legittimato - con questa banalizzazione costante - uno come Renzi che da buona figlia degli anni Settanta avrei bollato come un fighetto di Comunione e Liberazione ed evitato come la peste. E invece è lì che si appresta a eliminare, ridurre o comunque denaturare il Senato, introdotto dai padri costituenti perché ci fosse una valvola di sicurezza contro i fascismi di ogni genere. Ma non lo sopprime, sarebbe troppo facile e poco redditizio in termini di voti, sopprime solo l’elezione diretta e la sua utilità (visto che non avranno potere decisionale in molte questioni) insieme a una metà dei senatori. Così come la vendita di qualche auto blu o l’abolizione delle province (dove andranno gli impiegati? A pesare sulla disoccupazione? O saranno mantenuti con gli stessi costi? A che pro?).
Queste operazioni faranno risparmiare un pugno di dollari e tanta democrazia ma che volete, il male è fatto. That’s showbizz baby!

giovedì 1 maggio 2014, di Patrizia Molteni