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Accueil > Primo Piano > Ma cos’è questa crisi ? > La cultura è un fatto volontario

La cultura è un fatto volontario

Stanno giocando a un gioco. Stanno giocando a non giocare a un gioco. Se mostro loro che li vedo giocare, infrangerò le regole e mi puniranno. Devo giocare al loro gioco, di non vedere che vedo il gioco.

Ronald Laing

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© Cristina Morello

Adesso lo so. Conosco bene quello che succede. Non ne ho le prove, perché qui non si tratta di averne, ma l’esperienza. Ora lo so e prima non lo sapevo. Non sapevo quando partecipavo a riunioni, incontri, colloqui, festival letterari, rassegne che la frase chiave di quel lavoro culturale, la pietra portante della cattedrale nel deserto alla cui costruzione speravo di dare anche un mio contributo, fosse non vera, non falsa ma semplicemente incompleta. A prescindere da quando venisse profferita, se all’inizio, ancor prima di cominciare un discorso, per onestà intellettuale – su questa parola la cultura radical kitsch ha costruito imperi dell’efficace disimpegno- o alla fine, seguendo a regola d’arte quel principio secondo cui le cattive notizie è meglio darle per ultime.
Non ci sono soldi. Con tutte le sue varianti. Lei lo sa, con i recenti tagli alla cultura non ci sono più soldi. Capisce bene la situazione, più si fa qualcosa di qualità meno si è pagati, il mercato, l’unico che paghi, non ama la qualità. Ci ho messo anni per capirla e per anni pensavo che fosse vera e giusta al punto di essermene servito anch’io per mettere su le mie riviste, per organizzare incontri, rassegne, eventi culturali di qualità. Ed era proprio vero. Soldi non ce n’erano. Ma adesso lo so. So che la frase in questione così com’è non è né falsa né vera, ma semplicemente incompleta. Del resto dovevo pur rendermene conto quando vedevo manifesti e cataloghi stampati in centinaia di migliaia di copie di quelle stesse manifestazioni a cui avevo gratuitamente assicurato la mia partecipazione. Come scrittore dovevo davvero considerarmi come l’ultima ruota del carro, porre il mio lavoro bene al di sotto di quello che aveva svolto il tipografo, il grafico, il copy, che per bontà loro invece erano stato sicuramente pagati ? In genere ti si risponde che per loro è diverso, tu in fondo lo fai, scrivi, perché ti piace e esserci ti farà perfino della buona pubblicità. Così ho saputo che la frase si componeva di una prima parte : non ci sono soldi (e dopo una breve sospensione) per te. Questa seconda parte, chiaramente, sussurrata appena o pronunciata quando si è già usciti e non se n’è registrata la voce. In Italia è così.
In Svizzera, per esempio, no. Ricordo quando come scrittore partecipai insieme a un altro amico italiano a un contest, praticamente un doppio tennistico narrativo, Italia-Svizzera sponsorizzato da una società svizzera per promuovere in Italia un gioco di società sullo storytelling. Pagamento in modalità “Maledetti e subito”, in busta paga a fine evento, questo era l’evento. Ma la vera sorpresa sarebbe stata a cena quando ospiti dei nostri avversari svizzeri venimmo a sapere da uno dei due che avendo una famiglia numerosa, non bastando il solo stipendio da professore, per arrotondare s’era messo a scrivere. Nemmeno nella letteraria Francia, a mio avviso poteva accadere un tale miracolo, scrivere per arrotondare, per arrivare a fine mese. In Italia del resto nulla è più sinistro per un autore della domanda : ma tu riesci a vivere della tua scrittura ? Sinistra perché lo sai, lo hai sempre saputo che il massimo giovamento, l’RMI dell’anima a cui hai accesso è riuscire a non morirne. Ma allora, se non ci sono soldi, se non ci sono soldi per te, cosa devi fare per continuare a svolgere il tuo lavoro culturale senza che sia considerato un hobby, un passatempo ? Se non ci sono soldi, se non ci sono soldi per te, cosa devi fare per continuare a svolgere il tuo lavoro culturale senza che ti si consideri un crumiro ? In una recente polemica scoppiata sul nostro blog letterario Nazione Indiana e che coinvolse diversi attori dell’industria culturale ci fu una vera e propria levata di scudi da parte dei “professionisti” della cultura contro les amateurs, responsabili questi ultimi di prestare gratuitamente il proprio lavoro presso editori, riviste, giornali, televisioni, togliendogli di fatto la possibilità di un qualunque peso contrattuale nelle varie vertenze più o meno in corso, più o meno ufficiali in cui quasi tutti i gruppi editoriali erano coinvolti. C’è chi addirittura propose uno sciopero degli autori ! Immagino il paese bloccato dalle braccia incrociate degli scrittori. La levata di scudi dei travet del mondo editoriale, in difesa della propria dignità e proprietà intellettuale da contrapporre ai “dilettanti” delle lettere non mi ha però sorpreso. Lobbisti contro hobbysti, mi è venuto da pensare leggendoli ; come se scrivere fosse un hobby per uno scrittore e un lavoro per quanti, dal direttore editoriale fino alla telefonista della casa editrice, passando per la stagista addetta alle fotocopie e lo stagista assegnato all’ufficio stampa, avrebbero trasformato quell’hobby nel proprio lavoro. E lo dico con piena cognizione della necessità e del valore di ogni singolo ruolo all’interno di un progetto editoriale, avendo piena esperienza di quanto un progetto, un romanzo, un libro, guadagni in qualità grazie al concorso di ogni singola competenza e capacità. E la qualità va pagata, tutta e subito. Sulla qualità dei prodotti dell’industria culturale poi andrebbe quanto meno sollevato un dibattito, però a pagamento. Quando dico cultura però io parlo anche d’altro. Dico tradizione di pensiero e idee che coprono quasi l’intero arco della nostra storia culturale strappando anno dopo anno alla ferrea legge dei copyright, dei settant’anni dalla morte dell’autore, capolavori dimenticati o diffusi in modo insufficiente. Quando dico volontario non intendo un lavoro che doveva essere retribuito e poi non lo è, né tantomeno l’ancora più odiosa ambiguità di certi rapporti di lavoro, contratti, che di fatto legittimano forme di schiavismo tutte moderne.
Proprio per evitare malintesi ho pensato che la parola volontario, di per sé ambigua, vada sostituita con la francese bénévole e di rimettermi, quanto al suo significato, a quello che, per esempio, i francesi ci dicono a tale proposito in un rapporto di qualche anno fa.
« Le rapport du Conseil économique et social présenté par Marie-Thérèse Cheroutre définissait en 1993 le bénévole comme celui qui s’engage librement pour mener à bien une action non salariée, non soumise à l’obligation de la loi, en dehors de son temps professionnel et familial.
En tant que tel, le bénévolat constitue un enjeu économique évalué à environ 935 000 emplois équivalents temps plein (ETP) dans les associations, concentré dans un petit nombre de secteurs dont quatre bénéficient de l’essentiel de la ressource bénévole, un quart assumant des fonctions d’animation ou d’encadrement d’activités :
Sports 29%
Culture et loisirs 28%
Action sociale, santé, humanitaire 23%
Défense des droits 10%
Économie, développement local 4%
Éducation, formation, insertion 4%
Autres 2% ».

Ipotizzando che tali cifre possano funzionare anche nel caso italiano la prima cosa che colpisce è come il settore culturale sia tra quelli più toccati da questo tipo di attività. Certo vengono accorpati culture et loisirs.

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© Cristina Morello

Ma cos’è un loisir ?
La Conférence internationale du travail di Ginevra, del 1924 afferma nelle sue conclusioni : « La Conférence générale ha avuto per oggetto l’assicurare ai lavoratori, oltre alle ore di sonno necessarie, un tempo sufficiente per fare quel che gli piace, così come la indica l’origine etimologica del termine loisir (dal latino licere, permettere) » apparente divagazione in realtà ci permette di identificare da subito tutto il “paradosso” del lavoro culturale che consiste nel volersi rappresentare come un lavoro vero e proprio nonostante il piacere che si provi nel farlo. Se nel mondo del lavoro manuale o tecnico, il piacere che si prova nello svolgere una certa professione, la passione che si nutre dell’esercizio di un’attività sembra, e a torto, un optional, nel mondo culturale è difficile che quella voglia manchi.
In altri termini ci sono in Italia migliaia di giovani e meno giovani che giocoforza non potranno mai accedere a un lavoro, retribuito, regolare, di tipo culturale e non perché gli manchino talento, devozione, capacità, ma perché l’industria culturale non ha bisogno di tantissima gente e la poca di cui ci sarebbe bisogno, tolti i figli di, le amanti di, gli amici di, e i fortunati che erano al posto giusto nel momento giusto, non basta ad assorbire tutti. E poi, che follia pensare addirittura di fare un lavoro che piace ! Così la nostra esperienza ci dice che sono tante, troppe le persone uscite da Lettere e Filosofia, Conservatorio, Accademia delle Belle Arti, Architettura, Sociologia, per non parlare della ricerca scientifica tout court, a gettare prima la spugna e poi il sangue in lavori spesso poco retribuiti, abbastanza infami ma soprattutto lontani anni luce dalle proprie aspirazioni, dalle competenze acquisite per passione.
Per fortuna nostra e loro queste migliaia di persone nonostante tutto questo non si sono arrese ; continuano a leggere, tradurre, recensire libri, presentarli, partecipare a convegni, festival, collaborare a riviste, gratis.
Qualcuno dirà che lo fanno nel loro tempo di loisir, da bénévoles, esattamente come fecero durante la loro vita letteraria Primo Levi, James Joyce, Franz Kafka, Roberto Bolaño, strappando ore di scrittura ai rispettivi tempi di lavoro retribuito.
E allora ? Allora io vorrei che qualcuno mi dicesse a quanto tutto questo corrisponda in termini percentuali sul lavoro culturale e soprattutto in che modo incida sulla qualità della produzione il fatto di essere sostanzialmente libera dal mercato. Fuori i dati, le cifre, i numeri ma soprattutto lasciateci liberi di scrivere anche per la gloria.

Traduzione in francese di Olivier Maillart su Focus in n° 33

dimanche 27 novembre 2016, par Francesco Forlani