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La fiamma della bugia

«Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero», diceva Oscar Wilde, che amava i paradossi ed era irriverente. Ma la sua universalizzazione della bugia, ci fa riflettere piuttosto sui concetti di sincerità e di verità. Se ci sembra di saper molto bene che cos’è una menzogna, le cose si complicano quando ci chiediamo che cos’è la verità, ed è evidentemente difficile definire un concetto senza l’altro. Eppure la menzogna ha senso solo in rapporto alla verità. Ma la verità non è mai assoluta e oggettiva, e quindi non tutte le bugie hanno le gambe corte. Gli psicoanalisti non si preoccupano molto di sapere se quello che il paziente dice, corrisponde alla «verità» comunemente intesa, in quanto il «dire» del paziente in una seduta, ha un valore in sé, è una costruzione logica, che è vera quanto è vero un sogno, l’interesse del quale non sta nella sua verità fattuale, ma nel racconto che ne fa il sognatore. Come succede per i sogni, così anche le bugie sono un indizio di desideri, paure, invidie, aspirazioni della persona che le racconta.
E quando sono i bambini a mentire? Gli adulti si preoccupano, i genitori si interrogano sulle bugie dei figli e sul senso di comportamenti tanto discordanti dalla loro educazione. Eppure le bugie fanno parte del comportamento abituale dell’età evolutiva e solo quando la loro presenza è molto frequente e ripetuta, deve scattare il campanello d’allarme. Spesso il bambino piccolo che viene ripreso dall’adulto a causa di un comportamento scorretto si difende dicendo immediatamente: «non sono stato io» oppure «è stato lui». Non si tratta sempre di menzogne o di denunce calunniose per salvare se stessi. I bambini piccoli non sono ancora individualizzati, nel senso che la differenziazione è ancora così incompleta che essi confondono il sé e l’altro. E’ come se «l’altro», il coetaneo, fosse un’immagine allo specchio. Questo fenomeno infantile, chiamato «transitivismo», è lo stesso che fa sì che un bambino piccolo pianga se il compagno cade e si fa male.

L’ebrezza della bugia

Ad un certo punto però, la bugia diventa davvero tale; è un momento importante, una scoperta formidabile: il bambino scopre che il suo pensiero è inaccessibile ai suoi genitori, la sua mente non è trasparente agli adulti : “se la mamma non si è accorta che ho detto una bugia, vuol dire che non legge nei miei pensieri”. Momento di ebrezza, di potere, ma anche di solitudine e di separazione. Questo processo di individualizzazione e di separazione non è semplice; a questa età, nella prima infanzia, le bugie sono trasparenti, facili da smascherare, perché spesso sono esercizi, test, sono un modo di mettere alla prova l’adulto, compiuto dal bambino per verificare il nuovo uso del suo pensiero, per sperimentare la consapevolezza che ciò che pensa è solo suo, che può dirlo o non dirlo, e che non è obbligato a dire tutto. Una dimensione nuova e vertiginosa! E’ per questo che noi adulti dobbiamo essere flessibili di fronte alle bugie dei bambini, guidarli, ammonirli, qualche volta sgridarli, ma con dolcezza e elasticità.
Poi il bambino cresce e le sue bugie possono diventare più raffinate e utilitaristiche: gli servono per evitare una punizione, per ottenere qualcosa. Nei casi in cui mentire diventi il modo prevalente di esprimersi di un bambino, occorre porsi qualche domanda: si tratta di insicurezza? di bisogno di affermazione? di un atteggiamento di opposizione? di provocazione? Oppure quel bambino ha un vero problema di alterazione della realtà? Il suo mondo fantastico e quello reale si confondono? Che cosa dobbiamo fare? Parlare con lui, istaurare un dialogo costruttivo e rassicurante è il modo più efficace per capire di che cosa si tratta e per intervenire.
A volte i bambini copiano i genitori nella deformazione della realtà. Per esempio, ascoltare la mamma che racconta all’amica quanto siano state meravigliose le vacanze, allorché il bambino ha assistito, per dieci giorni, solo a lamenti e a litigi fra i genitori, è una forma di autorizzazione a mentire. Oppure la formula “digli che non ci sono” quando non si vuole parlare al telefono con qualcuno, è un altro modello di “bugia autorizzata”. In molte occasioni usiamo con leggerezza le deformazioni della realtà senza considerare l’effetto che questo può produrre sui bambini che ci guardano e che ci imitano.
In età adolescenziale le cose si complicano nuovamente: la sperimentazione dell’indipendenza e l’affermazione individuale del ragazzo possono produrre l’esigenza di mentire non appena genitori o inseganti non approvano il suo comportamento. Quelle dell’adolescente non sono più considerate bugie, ma menzogne, inganni, abuso della nostra fiducia. Il ragazzo, la ragazza, sfidano le regole, trasgrediscono, provocano. Se vengono scoperti, possono rispondere con convinzione: “se ti avessi detto la verità non mi avresti capito”. Eterni incompresi, gli adolescenti rifiutano spesso di mettersi in discussione e criticano a spada tratta il mondo degli adulti. Ci obbligano nello stesso tempo a metterci, noi, in discussione. Nessun genitore è al riparo dalla ribellione adolescenziale. Armati di pazienza e di disponibilità all’ascolto saremo pronti ad accogliere le loro contraddizioni, ad accompagnarli con dolce fermezza nella loro ricerca di affermazione. Su alcune cose saremo tolleranti, su altre inflessibili. Saremo odiati e poi amati, correremo il rischio di essere detestati, li lasceremo prendere le loro distanze, sentiremo in noi la ferita della separazione. Sapremo valutare i campanelli d’allarme di bugie troppo gravi per essere perdonate, anticiperemo il pericolo delle condotte a rischio, talvolta sapremo riconoscere la nostra incapacità e accetteremo di ricorrere ad esperti che potranno aiutarci e aiutarli.
Nei casi problematici dove mentire copre dei “passaggi all’atto” critici, delle scelte delinquenziali e l’uso di sostanze stupefacenti, è bene non sbagliare l’obiettivo dell’intervento. La bugia in quei casi non è il vero problema, essa è solo l’anello finale di un disagio profondo, è il segnale di un malessere più grande.
Allora scoprire una bugia che “vorrebbe” coprire questi comportamenti è piuttosto una chance, un’occasione di parola e di incontro. Se il ragazzo “si è fatto scoprire”, se ha lasciato una breccia perché il genitore lo smascheri, la cosa non è forse del tutto casuale. “Farsi scoprire” è spesso inconsciamente desiderato, è una modalità, complessa e disperata del ragazzo, di chiedere aiuto, è un appello al quale non possiamo sottrarci.
Per fortuna non tutte le bugie dei ragazzi nascondono inclinazioni preoccupanti. Ci sono le bugie “generose” dette per difendere un compagno, per proteggere qualcuno, o per non denunciare, per non fare la spia. Ci sono le bugie di protezione del proprio spazio, della propria intimità, sentita come minacciata dall’intervento intrusivo dell’adulto. I genitori non capiscono perché il figlio menta; gli dicono “io non ti ho mai mentito, se l’ho fatto era in fin di bene”.
La psicoanalisi ritiene che sia impossibile dire la “verità, tutta la verità” . Non solo perché ognuno ha la sua verità, ma anche perché essa cambia in continuazione per lo stesso soggetto. E questo non per volubilità o mancanza di carattere, ma perché ogni volta il linguaggio è insufficiente per dire “tutto”, le parole ci mancano… E’ già molto se riusciamo a parlare tra noi, a sopportare gli equivoci e i malintesi, i lapsus e le sviste del linguaggio, senza ricorrere sempre ai tribunali inquisitori delle cattive intenzioni.
L’antico paradosso di Epimenide è ancora portatore di saggezza. Egli sconcertò i controllori delle porte della città, che avevano l’ordine di fare entrare solo chi dicesse sempre la verità, perché disse loro: “io mento sempre”. Stava dicendo la verità o stava mentendo?

venerdì 6 dicembre 2013, di Cinzia Crosali