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La luce dentro. Viva Basaglia

Riflessioni su “La luce dentro. Viva Basaglia” della Compagnia teatrale dell’“Accademia della follia” di Trieste, messo in scena da Giuliano Scabia, con la partecipazione attiva di Claudio Misculin.

La manifestazione si inserisce nel programma del Festival, organizzato dall’associazione “Futur Composé”, che, per quattro giorni, si è svolto a Parigi, in collaborazione, tra l’altro, con l’Istituto Culturale Italiano. Uno degli obiettivi prioritari di “Futur Composé” è quello di favorire l’accesso alle pratiche culturali di giovani che soffrono di autismo o di altre malattie psichiche e di valorizzarne il loro impegno. Il progetto ha un respiro internazionale e tende a generare una dinamica europea coinvolgendo vari paesi: Francia, Italia, Belgio, Portogallo, Spagna Croazia. Gli spettacoli e le manifestazioni di questi quattro giorni, realizzati con la partecipazione di persone che soffrono di problemi psichiatrici, si propongono di misurare l’impatto di queste esperienze sulla psichiatria.
Due grandi psichiatri sono stati ricordati durante tutto il festival: Lucien Bonnafé e Franco Basaglia, entrambi famosi per la lotta contro “l’Istituzione Totale” del manicomio e in favore della “liberazione” degli alienati mentali. Gli artisti hanno reso loro omaggio con emozione e riconoscenza.
Autismo, schizofrenia, psicosi, parole terribili, che fanno paura a tutti, etichette brucianti come marchi della diversità e dell’esclusione. Eppure, quando gli attori hanno cominciato a muoversi e a parlare sul palcoscenico dell’Espace Paris Pleine, la distanza e la diffidenza tra “sano” e “malato”, si è dissolta e un grande momento di poesia e di arte si è sviluppato nel gioco del teatro. Le parole di Franco Basaglia: “... la follia è una condizione umana. La follia esiste e è presente in tutti noi come la ragione” hanno preso corpo e vita nel racconto e nell’interpretazione coinvolgente della compagnia triestina. A Trieste, più di trent’anni fa è iniziato il movimento basagliano di liberazione degli alienati dalle catene manicomiali, a Trieste ha preso avvio la lotta per la restituzione della dignità ai malati mentali. Da allora i bilanci, le revisioni, le critiche della famosa legge 180 che ha soppresso gli ospedali psichiatrici, si sono moltiplicati, a volte in modo ragionevole, a volte in forme pretestuose o demagogiche. E’ noto che non è sufficiente, né risolutivo, smantellare un’istituzione, anche se “Totale” e segregativa, se non si procede nello stesso tempo alla costruzione di spazi di vita alternativi. Tuttavia il fatto che questa costruzione sia stata lacunosa o inesistente non giustifica la critica distruttiva dei nostalgici dell’”ancien regime”, che sempre diranno“che si stava meglio, quando si stava peggio”.
Gli anni della rivoluzione basagliana sono quelli in cui mi sono formata come psicologa; sono gli anni in cui ho mosso i primi passi nella pratica clinica. Non posso dimenticare l’entusiasmo che animava allora la ricerca, l’effervescenza dell’invenzione, la voglia di sperimentare un modo nuovo di considerare la malattia mentale, un modo orientato al rispetto e alla dignità della persona.
Una normalità mostruosa
L’“Accademia della Follia” ha rimesso in scena questo entusiasmo, questa _ passione che attraversa la medicina, la clinica psichiatrica, l’educazione, il lavoro sociale, ogni volta che la persona è al centro della relazione e diventa protagonista del suo processo di costruzione.
E’ così che il discorso di Claudio Misculin, grande attore dalla fisicità dirompente, ha potuto trovare un senso, nonostante o grazie ai toni provocatori, nel dibattito che si è svolto alla fine dello spettacolo. Fanno riflettere e sono scomode le sue parole quando dice che l’uso del teatro in psichiatria deve essere sovvertito: “Non pensiamo che il teatro sia da portare avanti come una soluzione terapeutica, ma, crediamo sia più interessante usare il teatro per insegnare la follia alla normalità. E’ la normalità ad essere mostruosa”. Formulazioni certamente provocatorie, ma che acquistano un significato se inserite nella continuità della rivoluzione basagliana. Che cosa resta oggi di questa rivoluzione? Qual è la sua attualità? Il giornalista, scrittore, e sostenitore della Compagnia della Follia, Miguel Benasayag ha cercato di rispondere. “Oggi non si tratta di circoscrivere questa rivoluzione solo nel mondo psichiatrico, ma di estenderla a tutta la società”. E’ la società globale ad essere diventata una “Istituzione Totale”, con la sua logica del controllo, della valutazione, della misurazione. I toni accesi del dibattito del dopo-spettacolo, hanno amplificato il messaggio della troupe, un messaggio che scavalcando il palcoscenico, come il grande Cavallo Azzurro costruito nel ‘73 dai malati dell’ospedale psichiatrico di Trieste, attraversa le vie della “normalità” e vuole scomodare, scuotere, rompere le politiche del consenso e del controllo.
Oggi non occorre essere malati psichiatrici per vivere l’esclusione sociale, è sufficiente non far parte della politica del mercato, non produrre, non consumare nel modo previsto dall’organizzazione sociale, per essere stigmatizzati. Perdere il lavoro, o non averlo mai avuto, non partecipare alla consumazione folle di prodotti elettronici e informatici, non essere parte attiva della macchina di produzione-consumo, sono indici più che sufficienti per essere emarginati. In una società governata dalla statistica, dove anche l’universo psichico è misurato e trasformato in valori quantitativi, in cifre, in rapporti matematici, ben poco spazio resta al valore qualitativo, a quella singolarità che da sempre è refrattaria ad entrare nei calcoli computerizzati degli “psicovalutatori”.
Lo spettacolo dell’Accademia della Follia, non è per niente una nostalgica celebrazione di antiche battaglie, esso veicola un messaggio attuale, fatto di denuncia e di speranza, un messaggio che investe il mondo politico e culturale; e lo fa con una bravura scenica straordinaria, con un talento artistico che è particolare per ognuno degli attori della compagnia. La loro ricetta è fatta di semplicità, di poesia, del linguaggio del corpo e della voce; un linguaggio che proprio grazie ai suoi tentennamenti, ai movimenti non catalogati, ai debordamenti e alle singolarità, riesce a produrre emozioni inattese nello spettatore.
Alla fine della serata Claudio Misculin ha esposto le difficoltà che la Compagnia attraversa per poter esistere, per trovare i finanziamenti, le sale per le prove, il sostegno da parte delle amministrazioni, e in questa protesta, Misculin ha mostrato che la sua compagnia “di matti” è molto, molto “normale”! Questa costante e diffusa difficoltà che gli attori incontrano per potersi esprimere e per continuare a lavorare, iscrive l’Accademia della Follia in una normalità desolante: quella dell’artista, che, quando non produce denaro, profitto, contratti d’oro, incontra la sordità e l’indifferenza generalizzata, le porte chiuse delle amministrazioni e degli sponsor.

giovedì 8 dicembre 2011, di Cinzia Crosali