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La pecora nera di Ascanio Celestini

Letteratura, cinema, teatro

Ascanio Celestini, nato nel 1972, si sta imponendo come una delle voci più innovative e originali del panorama culturale italiano degli ultimi anni. Trascorre la sua gioventù a Morena, una località alla periferia sud di Roma. Dopo gli studi universitari in lettere, con indirizzo antropologico, si avvicina al teatro a partire dalla fine degli anni Novanta. Collabora, in veste di attore, ad alcuni spettacoli del Teatro Agricolo O del Montevaso, prima di cominciare a lavorare in proprio. Il suo è un teatro di narrazione, e le storie raccontate sono precedute da un lavoro di raccolta di materiale « dal vivo » molto coscienzioso. Quasi sempre i suoi spettacoli diventano anche libri, che riscontrano successo : Storie di uno scemo di guerra del 2005, per esempio, è stato votato libro dell’anno dagli ascoltatori del programma Fahrenheit di Rai Radio 3. Nel 2006 inizia a partecipare allo spettacolo televisivo “Parla con me”, condotto su Rai 3 da Serena Dandini.
Per quanto non abbia ancora compiuto 40 anni, la produzione artistica di Celestini è già impressionante. Segnaliamo solo alcune date e opere. Nel 2000, la scrittura ed interpretazione di Radio clandestina (2000), sull’eccidio delle Fosse Ardeatine, segna una svolta decisiva della sua carriera artistica. Nel 2002, con Fabbrica – narrazione epistolare sulla vita operaia condotta attraverso tre generazioni di lavoratori, dalla fine dell’Ottocento agli anni ‘90 – rivolge l’attenzione al mondo del lavoro e alle evoluzioni, o meglio involuzioni che lo hanno colpito in questi ultimi decenni. Parole sante (2007) è un documentario sulle (disastrose) condizioni di lavoro degli operatori di un call center di Roma. Contemporaneamente, con lo stesso titolo, diventa anche un disco. Nel 2009, il romanzo Lotta di classe (Einaudi, di prossima pubblicazione in francese presso Les Allusifs) sviluppa e approfondisce la stessa tematica.
Da questa sommaria descrizione delle opere di Celestini emerge una importante caratteristica del suo “metodo” creativo, che richiama (almeno formalmente) il grande modello di Pasolini : i diversi registri dell’intervento artistico comunicano, sono permeabili l’uno all’altro : musica, canto, teatro, inchiesta sul campo, narrativa, documentario e ora, cinema.
Così, prima di diventare un film, La pecora nera è stato un libro (2006, Einaudi). _ Prima ancora, è stato uno spettacolo teatrale che ha debuttato in Umbria nel 2005, da cui è nata l’idea del film, opera prima come regista, attore e sceneggiatore. Il film è stato presentato in concorso alla 67a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, alla 33a edizione del Festival del cinema italiano di Villerupt, in Lorena, e al Festival del cinema italiano di Annecy dove gli è stato assegnato il Premio Speciale della Giuria. Per altro Ascanio Celestini ha vinto il premio come migliore interpretazione maschile nella 28a edizione del Sulmonacinema Film Festival nel dicembre 2010.
Come tutti sanno, l’espressione la « pecora nera » (la « brebis galeuse », in francese, ma si può anche dire « mouton noir » o « mouton à cinq pattes ») designa una persona che, per la sua condotta diversa da quella ritenuta giusta, spicca negativamente in un qualche gruppo umano, famiglia, comunità o società. La pecora nera di un gruppo è anche spesso un capro espiatorio (« bouc émissaire »), cioè un individuo ingiustamente perseguitato, sul quale la comunità riversa ciecamente le proprie rabbie, fobie e follie irrisolte. Anzi, designando fra i suoi membri una pecora nera, un gruppo definisce implicitamente (e magari inconsciamente) quella che considera normalità, traccia una frontiera tra un dentro e un fuori. Il « diverso » rivela sempre qualcosa di essenziale su come una comunità pensa se stessa.
Nel film, la « pecora nera » è il personaggio principale e narratore, interpretato da Celestini. Sbattuto in manicomio dalla famiglia quando era ancora ragazzo, ci vive da ormai trentacinque anni. Sembra aver trovato un suo equilibrio, ha un comportamento innocuo e molto tranquillo, e comunque meno strano e ossessivo del suo inseparabile amico, Nicola, anche lui rinchiuso in manicomio da tempo. Ogni settimana, il protagonista-narratore accompagna, spesso con Nicola, la suora che dirige il manicomio a fare la spesa al supermercato, unica uscita concessa in un mondo segnato dalla chiusura. Questi confronti con il mondo esterno – il supermercato, con i suoi slogan pubblicitari, con la sua sovrabbondanza di merci, con la sua finta allegria, è una metonimia della società attuale – portano lo spettatore a riflettere sul nostro tempo, e su quella che chiamiamo normalità : è normale chi consuma, chi compra cose superflue, chi sacrifica (e si sacrifica) quotidianamente al rito del dio-profitto. Esclusi dal mondo dei consumi, il narratore e il suo amico vivono invece in una forma di autenticità emotiva e interiore preclusa ai più. Ma il prezzo da pagare è alto.
Il personaggio interpretato da Celestini è un uomo irreversibilmente segnato dalla diversità, un « povero matto » rinchiuso da decenni in un mondo appartato, in cui il tempo è fermo, in cui ognuno è condannato a rivivere sempre le stesse cose. La vita nel manicomio è organizzata secondo regole e ritmi immutabili, che poco o niente hanno a che vedere con la cura. I « malati » vengono divisi per sintomi, gli agitati con gli agitati, i catatonici con i catatonici, e cioè secondo un criterio puramente utilitario. Si tratta solo di tenere sotto controllo la popolazione dell’istituto, di farla stare buona a furia di divieti, di costrizioni e di psicofarmaci. Dal manicomio, nessuno può sperare di uscire. L’idea di una possibile guarigione non è mai evocata nel film. I matti sono incarcerati nel loro destino, nella rievocazione interiore del loro passato. Sono scene talvolta bellissime, quelle in cui il narratore rivede la propria infanzia, in cui rivivono personaggi d’altri tempi, come quello commovente della nonna. Ma talvolta sono scene atroci, che ci permettono di ricostruire il tragico percorso che ha bollato a fuoco la vita di un bambino fra tanti.
È ovvio però che, descrivendo il mondo del manicomio, Celestini ha in mente anche qualcos’altro. Il manicomio non è poi così diverso strutturalmente da altre istituzioni in cui delle persone vengono inchiodate a un ruolo, a una condizione sociale, a un destino, fissate al loro posto in una struttura gerarchica ferrea dalla quale non si fugge : il carcere, la scuola, l’azienda... Le condizioni di vita dei ricoverati sono una forma parossistica di quelle in vigore per molti individui « normali e « liberi ». Marinella, l’ex fidanzatina che il narratore ritrova per caso al supermercato, dove lei lavora, è certo libera, la sera, di tornarsene a casa. Ma sul lavoro è anche lei schiava di un ordine superiore, che decide quando ha il diritto di andare al cesso. In fondo, la condizione sociale dei più non è dissimile da quella dei poveri matti condannati a una specie di ergastolo psichiatrico : è vano sperare di poterne uscire, e le regole del gioco sono definite in una sfera alla quale non si ha accesso. Per gli oppressi, siano essi matti o operatori di call center, la vita tutta è una condanna all’ergastolo. Per loro, vale quello che dice un personaggio di Lotta di classe : « lo sai qual è la prigione più grande del mondo ? È il mondo ».
La pecora nera è un film potente, ad alta tensione emotiva, estremamente rigoroso anche dal punto di vista clinico, e che non lascia indenni. Ci pone, fra altre, di fronte a una interrogazione inquietante : chi è matto, chi non lo è, come si fa a diventarlo, chi decide ? A cosa e a chi servono i matti ? Rivisitando l’infanzia del narratore, si è colti dal dubbio : era follia, la sua ? Era follia la noia a scuola, erano follia le fantasticherie sui marziani, le bravate con la fidanzata ? O non era, semplicemente, infanzia ? Cioè attese, speranze e sogni destinati a essere spezzati dal buon senso, dalll’ipocrisia e dalle menzogne del mondo adulto, del mondo normale.

vendredi 3 juin 2011, par Christophe Mileschi, Tiziana Jacoponi