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La periferia brucia ?

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© Rino Bianchi

Le banlieue in fiamme, Parigi brucia, come titolavano i giornali qualche anno fa durante le sommosse della periferia parigina (ma non solo). E’ la prima cosa che ho pensato quando comodamente seduta sul balcone della redazione, in una cité appena fuori porta, ho assistito in diretta all’incendio di un appartamento al 13° piano del palazzo di fronte : i primi bagliori, le fiamme, il fumo che avvolge gli ultimi piani del palazzo, i condomini che scendono le scale, mentre fuori gli abitanti urlano “è un regolamento di conti !” e stridono le sirene dei pompieri. Ci ho pensato anch’io : la mattina proprio quel palazzo era sul Parisien (che non è un grande onore) perché gli abitanti avevano deciso di “far salotto” in ciascuna delle hall per evitare che gruppi di giovani incappucciati le usassero come “ufficio” per lo spaccio. Si è trattato invece di una stupidissima prolunga. Se questo fosse successo al centro di Parigi sicuramente l’ipotesi regolamento di conti sarebbe venuta almeno seconda. Perché periferia è sinonimo di palazzoni grigi e pericolosi, di delinquenza, miseria, disoccupazione, droga (senza sesso e rock’n roll) ? Perché tutto evolve intorno a un centro, necessariamente meglio della periferia ?
Sicurezza e lavoro. Sono le ossessioni del cittadino, dal borghese medio in giù, che poi sono le due facce della stessa medaglia : se tutti avessero il diritto a un tetto e a un lavoro, a un minimo di dignità, la sicurezza sarebbe un problema minore. E’ questo che chiedono al populista di turno, che a sua volta punta l’indice verso quelli che individua come i “colpevoli”, immigrati essenzialmente. Sciacalli che fanno leva sulle paure e sulla disperazione, ma funziona.
Il nostro non vuole essere un primo piano di urbanistica (anche se di paesaggio si parla), né una delle ennesime analisi socio-politiche da Bar Sport. Anzi.
Innazitutto delimitiamo il campo. Ce lo dicono quasi tutti gli autori di questo numero : non c’è periferia se non in rapporto a un centro, ;Gianni Biondillo ci spiega che questa dualità - ancora oggi alla base del concetto di urbanismo di grandi architetti come Renzo Piano - è obsoleta perché la società è cambiata. E poi si tende a mischiare periferia, banlieue, borgata, sobborgo… come sinonimi di luogo dove “stanno gli altri, che non ci somigliano”. Si pensa alla banlieue come un luogo dove venivano “bandite” le persone indesiderate, cosi come suburb (sobborgo) ha la connotazione di una “sotto” specie, mentre periferia è etimologicamente la “circonferenza” che delimita uno spazio dentro e uno fuori. Non esclude, include. Non isola, trasmette, tanto è vero che il “périphérique” parigino, la tangenziale o ancora meglio il “raccordo” romano hanno il senso di unire e di mettere in comunicazione spazi diversi. Un geo-filosofo, Marcello Tanca, e un geo-storico, Antonio Canovi, ci parlano proprio di questo, il primo di quanto la città debba “amalgamare, includere, unire” ; il secondo di quanto sia importante raccontare i luoghi, leggere “nel” territorio, vedere la comunità “immaginata”. Quello che fa di fatto, Fortunato Tramuta nel suo articolo “Dalla periferia al centro e viceversa”, racconto della periferia fiorentina vista da un bambino immigrato dalla Sicilia e omaggio al più grande viaggiatore della Storia, Ulisse, poi finito nell’Inferno di Dante perché aveva voluto, invece di tornare, andare oltre il conosciuto.
Con queste premesse abbiamo voluto sentire chi cerca di sfatare i cliché, da Carla Diamanti, travelblogger, che ci parla di esempi di rivalutazione e recupero attraverso i colori, all’architetto Werther Albertazzi, che rigenera attraverso la cultura passando per la poesia di Cinzia Crosali. Poesia è anche il racconto di Andrea Inglese (che poeta lo è) e quella dei cantautori italiani che ne hanno sempre cantato i pregi o i difetti (cf l’excursus di Serena Rispoli nella canzone italiana). Infine il racconto, anche disegnato, di Gianni Carino sulle periferie culturali di chi considerava Totò un guitto, uno sfigato, un popolano e… sulla moda oggi di incensarlo. Questioni di punti di vista.
Il racconto fotografico di Rino Bianchi ci mostra tutto questo, mettendo l’uomo e lo sguardo al centro dei suoi paesaggi.

mardi 4 juillet 2017, par Patrizia Molteni