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La periferia disincantata

Molti di voi ricorderanno la memorabile scena del film Bianca in cui un attonito Nanni Moretti osserva il professore di storia del liceo « Marilyn Monroe » tenere a degli allievi impassibili una lezione sulla biografia di Gino Paoli inframmezzata da flash sul contesto politico, con Il cielo in una stanza sparata a tutto volume da un juke box. Credo che poche cose in Italia riescano ad infondere un senso di appartenenza come le canzoni. Colonna sonora dei nostri migliori e peggiori momenti grazie alla loro massiccia diffusione, queste paladine della memoria nazionale accompagnano il cammino del paese senza risparmiarsi niente. Propaganda fascista, boom economico, speculazione edilizia, lotte proletarie, contestazioni ... tutto è immortalato nei loro testi - ingenui, geniali, patetici, o profondi- costituendo il corpus di una lunga narrazione che racconta con lucida immediatezza sogni, aspirazioni, ma anche rabbia e frustrazioni, degli italiani.

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Partita a carte sotto la pensilina © Rino Bianchi

La società post-industriale ha visto le tematiche legate alle zone suburbane salire gradualmente alla ribalta della produzione musicale nelle forme più diverse, più o meno commerciali. Se ieri i canti popolari della protesta operaia risuonanavano nei quartieri-dormitorio delle fabbriche, oggi i martellanti ritmi del rap (e del presunto tale) veicolano prevalentemente - e in modo unilaterale - le istanze di una periferia metropolitana dove a prevalere sono essenzialmente i problemi legati alla difficile convivenza di classi sociali modeste e disagiate ed alla criminalità, in territori estremamente degradati. D’altro canto, le canzoni d’autore e le cosiddette canzonette, tra denuncia e consenso, testimoniano di come, in particolare negli anni della loro rapida espansione, le periferie abbiano incarnato le difficoltà, le paure, ma anche la speranza, troppo spesso disillusa, di una possibile crescita collettiva.
È un paese cresciuto in periferia/ questa brutta città che è la mia : nel 1962 Dario Fo è il cantore (non proprio intonato) di una Milano poetica e burlesca in cui non c’è niente da salvare, a parte le ragazze con cui correre in piazza a spaventare i colombi. È l’inizio di un’epoca in cui le città italiane verranno violentate e deturpate dalle periferie, e i loro confini continuamente ri-disegnati nella corsa alla cementificazione.
Questa è la storia di uno di noi/ anche lui nato per caso in via Gluck, /in una casa, fuori città, /gente tranquilla, che lavorava /Là dove c’era l’erba ora c’è /una città, /e quella casa in mezzo al verde ormai /dove sarà ?
Scolpite nei neuroni di intere generazioni di connazionali, le immortali parole di Adriano Celentano narrano, com’è noto, le gesta di un giovane costretto a lasciare tra le lacrime la sua periferia per andare a vivere in centro. Incurante delle obiezioni di chi gli fa saggiamente notare i vantaggi di abitare in un posto dove non c’è bisogno di andare nel cortile per lavarsi, lo sfortunato giura di ritornare per riascoltare “l’amico treno che fa wa wa”. Ma al ritorno un’amara sorpresa lo attende : la sua vecchia casa è stata demolita per far posto ai palazzoni. Da qui il celebre sfogo :
Eh no/ non so, non so perché/ perché continuano /a costruire, le case /e non lasciano l’erba /non lasciano l’erba /non lasciano l’erba ecc.
Forse pochi sanno che a questo accorato (e un po’ moralista, diciamolo pure) appello rispose Giorgio Gaber che, con la solita ironia provocatoria, volle rivendicare il diritto della povera gente di chiedere case dove abitare.
Siamo nel 1966. Le periferie sono già al centro del dibattito eco-socio-politico. A Il ragazzo della via Gluck fa da controcanto la tragica storia di un poveraccio la cui vita è distrutta proprio da una demolizione che manda all’aria il suo matrimonio : E quel palazzo un po’ malandato/ va demolito per farci un prato/ il nostro amico la casa perde/ per una legge del piano verde./ Ma quella casa ma quella casa/ ora non c’è più/ ma quella casa ma quella casa/ l’han buttata giù /Persa la casa fitto bloccato/ la sua morosa lo ha abbandonato/l’amore è bello ma non è tutto/e per sposarsi occorre un tetto/ Ora quel prato è frequentato /da qualche cane e qualche coppietta/e lui ripensa con gran rimpianto/a quella casa che amava tanto.
Il finale non fa che rincarare la dose :
E’ ora di finirla di buttar giù le case per fare i prati, cosa ci interessano a noi i prati ? Guarda quello lì, doveva sposarsi, gli han buttato giù la casa non può più sposarsi. Roba da matti. Io non capisco perché non buttano giù i palazzoni del centro, quelli lì si che disturbano, mica le case di periferia, mah i soliti problemi, qui non si capisce più niente...
Come dargli torto ?

Periferie malinconiche

In realtà la visione di una « periferia-eden » idealizzata dal molleggiato avrà vita breve. Già a partire dal decennio successivo i sobborghi urbani evocano infatti scenari in cui non c’è proprio da stare allegri, non-luoghi, simbolo di vuoto esistenziale e di relazioni alienanti ed alienate :
Io ti racconto lo squallore/ di una vita vissuta a ore/ di gente che non sa più far l’amore /Ti dico la malinconia/ di vivere in periferia/ del tempo grigio che ci porta via. /Io ti racconto la mia vita/ il mio passato il mio presente/ anche se a te, lo so/ non importa niente /Io ti racconto settimane/ fatte di angosce sovrumane/ vita e tormenti di persone strane /E di domeniche feroci /passate ad ascoltar le voci/ di amici reclutati in pizzeria /Io ti racconto tanta gente/ che vive e non capisce niente/ alla ricerca di un po’ d’allegria...
Ad un Claudio Lolli depresso fa eco un disperato Renato Zero :
Periferia/ dove vivere è un terno alla lotteria... / dove un miracolo è un pane in più / un giorno in più/ che strappi tu ! / Periferia...le baracche più avanti la ferrovia /là c’ero io non certo dio / là tutto fa colore / Rifiuti e povertà... /Qui non è mai Natale/ la noia qui non ha pietà ! /Sporchi stracci senza sorte... / Morte dove sei ? /In periferia... / È li che ho lasciato / un po’ di questa vita mia !/ Periferia ... è casa mia !
Sulla stessa scia, inesorabile come solo lui sa essere, Paolo Conte ne La ragazza fisarmonica descrive la noia nevrotica di una vita di coppia : No mai/mai un giorno che tu mi ringrazi ma no non sai /fare un gesto che sia spiritoso con me/ con te la domenica sei poco igienica si muore sai /Meglio andare via di qua a cercarsi una città /E non restare in questa mia periferia.
Non sarà certo da meno, all’inizio degli anni ’90, il nichilismo simbolico del paesaggio desolato di Francesco Guccini : Conosci l’odore di strade deserte che portano a vecchie scoperte/ e a nafta, telai, ciminiere corrose, a periferie misteriose/ e a rotaie implacabili per nessun dove, a letti, a brandine, ad alcove ?
Insomma, al peggio non c’è fine. Ma qualche voce discordante si stacca dal coro : per Edoardo Bennato, la periferia è il luogo indefinito del ricordo d’infanzia, ricettacolo degli affetti più cari :
Gente che passa, che suono che fa/ non è un paese non è una città/ma era dolce, era dolce per me / quella strada mi è cara, la più cara che c’è.../ Campi Flegrei, gente che va / tempo d’Aprile qualche anno fa/ vecchio pianino, suona per me /quella canzone... Campi Flegrei (...) È vero però che subito dopo aggiunge : Ma se ci penso/forse già da allora/ avevo dentro questa paura/ questa rabbia quest’ansia che/mi continua a portare via lontano da te.
Nei fragili destini di individui eternamente anelanti ad un altrove, la periferia delle canzoni lascia trapelare una sua forma di imperfetta poesia. Culla di nostalgiche emozioni o incubo che stenta a farsi sogno, il suo panorama evoca comunque, nella migliore delle ipotesi, un desiderio di fuga.
È il caso di Anna e Marco, i due adolescenti che con malinconica tenerezza Lucio Dalla descrive mentre camminano tenendosi per mano sotto lo sguardo di una luna di città e dei cani randagi : Anna come sono tante/ Anna permalosa/Anna bello sguardo/ sguardo che ogni giorno perde qualcosa/Se chiude gli occhi lei lo sa/ Stella di periferia/ Anna con le amiche/ Anna che vorrebbe andar via/ Marco grosse scarpe e poca carne/ Marco cuore in allarme/ Con sua madre e una sorella/ Poca vita, sempre quella/ Se chiude gli occhi lui lo sa/ Lupo di periferia/ Marco col branco/ Marco che vorrebbe andar via...

Meno magnamo, mejo stamo

Temperata da una certa rassegnazione, ma animata da fiduciosa energia, Semo gente de borgata, scritta nel 1972 da Franco Califano e Marco Piacente e portata al successo da I Vianella, al secolo Wilma Goich e Edoardo Vianello : ‘Na stanzetta in affitto è trovata/ pe er momento va be’ /semo gente de borgata/ nun potemo pagà. /Da domani comincia er carvario/ nun c’è altro da fa’ / finirà ‘sto calendario/ e quarcosa cambierà /semo ricchi de volontà... /Core mio core mio/ la speranza nun costa gnente/ Quanta gente c’ha tanti sordi e l’ammore no ? /E stamo mejo noi/ che nun magnamo mai !
Come saremmo tentati, anche noi nel terzo millennio, di prendere queste parole alla lettera ! Quanto ci piacerebbe farci trasportare dalla carica romantica e caciarona del Califfo e lasciarci cullare dall’illusione che meno magnamo e mejo stamo. E soprattutto dalla certezza che quei maledetti che i soldi ce l’hanno restano soli a rosicare perché nessuno li ama... Ma il dubbio amletico s’insinua e non ci dà pace. In realtà, oggi forse più avvisati di ieri, ci risulta difficile consolarci così. Quando c’è l’amore... O no ? « Chell’è ‘a salute » risponderebbe Massimo Troisi, tranciando così di netto sulla questione.
Non dimentichiamo però che c’è stato un tempo in cui la vita in periferia equivaleva ad una vera e propria conquista. È -non a caso- nel 1938 che Gilberto Mazzi incide la mitica Mille lire al mese (di cui vi consiglio, tra le varie interpretazioni, anche quella di Bruno Lauzi, in falsetto) : Se potessi avere/ Mille lire al mese/ Senza esagerare/ Sarei certo di trovare/ Tutta la felicità.../ Una casettina/In periferia/ Una mogliettina/ Semplice e carina/ Tale e quale come te.
Siamo ben lontani dalle tristi elucubrazioni di Paolo Conte. Da segnalare la ripresa di Daniele Silvestri, che nel 2002, al momento del passaggio all’euro, aggiorna l’agognato stipendio portandolo a mille euro, a riprova che certi concetti sono sempre d’attualità.
Faticando non poco, alla fine ho trovato chi in periferia è sinceramente felice e non aspira ad altro : Sergio Endrigo. Indovinate perché ? Io amo la periferia/ Da quando ho incontrato te/ Mi piace aspettare la sera/ Seguendo le strade/ Che portan lontano dalla città/ Le case in periferia/ Risuonan di grida e di canzoni/ E mille mille panni colorati/ Si muovono al vento/ Bandiere di festa solo per noi/ Passan le ore ad una ad una/ E non mi stanco di aspettarti/ Ma se solo ritardi di un minuto/ Io non vivo più/ Poi quando in periferia/ Si accendono le prime luci/ Tu vieni e nell’ombra mi baci/ Dimentico il mondo/ Ritorno bambino/ Insieme a te
Appena più che bambini sono i Due zingari di Francesco De Gregori (sempre sia lodato !) che riesce a compiere il miracolo di mandare letteralmente a quel paese tutti gli stereotipi sui rom. Sembra di vederla al cinema la scena : due ragazzini, lui e lei, ai margini di una periferia in una sera “con queste stelle appiccicate al cielo”. Vale la pena ascoltarla, anche per l’assolo di sax di Mario Schiano :
E due zingari stavano/ appoggiati alla notte/ forse mano nella mano e /si tenevano negli occhi/ aspettavano il sole del giorno dopo/ senza guardare niente/ sull’autostrada accanto al campo/le macchine passano velocemente/ e gli autotreni mangiano chilometri /sicuramente vanno molto lontano/ gli autisti si fermano e poi ripartono/ dicono : c’è nebbia bisogna andare piano/ si lasciano dietro/ si lasciamo dietro un sogno metropolitano.

mardi 4 juillet 2017, par Serena Rispoli