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La psicanalisi di fronte al “mariage pour tous”

La cronaca politica e sociale francese ci ha recentemente coinvolti in discussioni e accesi dibattiti sulla questione denominata «mariage pour tous» relativa al progetto di legge sul matrimonio gay. Alcuni oppositori di questo progetto hanno argomentato la loro protesta appoggiandosi alle tesi freudiane, considerandole impropriamente paladine della tradizione, e provocando una accesa reazione da parte di molti psicanalisti.

In particolare l’Ecole de la Cause Freudienne di Parigi ha denunciato la scorrettezza di questo utilizzo improprio della psicanalisi. Dopo essere stata messa all’indice già dalla sua nascita, essere stata accusata per anni di pansessualismo e di sovvertire le regole morali, è alquanto curioso che oggi la psicanalisi venga chiamata in causa per convalidare l’ordine simbolico della famiglia tradizionale. Gran parte degli psicanalisti lacaniani si sono espressi sul sito de «La Regle du Jeu» di Bernard-Henry Lévy e su quello di «Lacan quotidien», per protestare contro questa strumentalizzazione ingiustificata e questa riduzione impropria della teoria psicanalitica. Lacan sottolinea che gli esseri umani, poiché sono esseri parlanti, devono trovare individualmente la soluzione della propria sessualità e questo senza che la libertà dei loro comportamenti sia ostacolata da condizionamenti «invariabili» di tipo animale.
Il matrimonio civile non è una istituzione immutabile nella storia dell’umanità, e la famiglia tradizionale, così come oggi è idealizzata, non è rimasta sempre la stessa nel corso della storia, essa è diversa dalla famiglia romana, da quella patrimoniale del XIX secolo o dalla famiglia ricomposta della nostra modernità; per non parlare poi delle famiglie fondate sulla poligamia o di tutti i dispositivi sociali descritti da Levi-Strauss. Non c’è ragione che l’organizzazione familiare che noi conosciamo non debba ancora cambiare. Per quanto riguarda la psicanalisi, non c’è nulla nella teoria di Freud e di Lacan che possa giustificare l’idea di un fattore antropomorfico immutabile e iscritto nella natura. D’altra parte gli umani non trovano certo nella natura le indicazioni sulle condotte da perseguire e sulla verità che li riguarda. Come dice lo psicanalista Jacques Alain Miller «La natura ha cessato di essere credibile. Da quando si sa che è scritta nel linguaggio matematico, quello che dice conta sempre di meno». Seguire la natura o andare contro-natura non ha più molto senso nel nostro tempo e questo anche in tema di sessualità.
Né per Freud, né per Lacan l’omosessualità è una malattia, essa non è connotata da anormalità, poiché per la psicanalisi nessuna sessualità è normale, nel senso che il godimento non risponde alla categoria della normalità. Inoltre nessun analista può permettersi di definire ciò che è normale e neppure ciò che è anormale, così come non può valutare o prescrivere qual è il modo giusto di amare e di godere per un dato soggetto in una certa epoca.
La pratica clinica ci mostra che la sessualità umana non è mai armonica, né complementare e neppure fatta di corrispondenza perfetta. Essa è sempre bizzarra, atipica e complicata per l’essere umano, eterosessuale o omosessuale che esso sia. Ciascuno ha il suo modo di amare, di godere e di desiderare e questo non si riduce alla conformazione anatomica, ma risponde alla struttura significante di ciascuno e alla storia complessa di ogni soggetto umano. Solo gli animali si accoppiano e si moltiplicano “naturalmente”, senza complicazioni, seguendo un programma prestabilito che poco ha a che fare con l’amore.
Le maggiori resistenze, nel dibattito in corso, si sono manifestate rispetto alla questione dei bambini. Se l’unione tra due persone dello stesso sesso potrebbe anche essere tollerata dai cosiddetti tradizionalisti, nessuna concessione è invece fatta sul fronte della filiazione. «I bambini devono avere un papà e una mamma» è stato ribadito dagli oppositori del «mariage pour tous». Le perplessità dei conservatori riguardano molteplici rivendicazioni della nostra epoca: il diritto alla mono-genitorialità, l’adozione dei bambini concessa agli omosessuali, la procreazione medicalmente assistita, la donazione di sperma o di ovuli.... Che ne sarà dei bambini nati o adottati in tali circostanze, si chiedono gli oppositori del matrimonio gay. Di quali conseguenze psichiche saranno vittime? Queste domande trascurano un elemento importante: questi bambini esistono già, molti sono già adolescenti o giovani adulti. Gli studi attualmente condotti1 hanno dimostrato che essi non presentano differenze rispetto ai figli nati da unioni eterosessuali, nel senso che questi bambini, questi giovani non sono più problematici degli altri (e neppure meno). Non si evidenziano differenze in termini di sviluppo, di capacità cognitive, d’identità e di orientamento sessuale2. E del resto la famiglia tradizionale non è mai stata una garanzia di filiazioni serene ed equilibrate. La coppia genitoriale eterosessuale non è sempre una promessa di felicità familiare e di benessere psichico dei figli, e ognuno sa quanto essa possa essere traumatica. La psicanalisi non ha bisogno delle statistiche per sapere che non è la forma sociale della famiglia a essere determinante per i figli, ma piuttosto il modo con cui essi sono stati desiderati e accolti, il modo in cui il desiderio e la voglia di vivere sono stati loro trasmessi. La particolarità con cui il bambino è venuto biologicamente al mondo non è la cosa più essenziale; quello che conta è la relazione che l’adulto o gli adulti che accoglieranno questo bambino sapranno creare con lui, è l’incontro di questo bambino con un desiderio dell’Altro che non sia anonimo.
La funzione materna e la funzione paterna non sono facilmente sovrapponibili alla posizione femminile e alla posizione maschile. Incontriamo spesso mamme sole, vedove, ragazze madri o donne divorziate che hanno saputo introdurre nella loro relazione con i figli la funzione simbolica della legge, cioè il limite che rende possibile il desiderio; hanno cioè reso operante la funzione paterna anche in assenza di un uomo o del padre biologico. La funzione paterna non è biologica, ma simbolica, essa opera in modo che il bambino non sia “tutto” per la madre, e che la madre non abbia una relazione esclusiva con il figlio; questa funzione può essere esercitata anche in assenza di un uomo nella famiglia. Anche la funzione materna è simbolica e non biologica e un padre può crescere adeguatamente un figlio anche se la madre non c’è o non c’è mai stata, può trasmettere valori, linguaggio e affettività, indipendentemente dalla sua scelta sessuale. Inversamente in molte famiglie tradizionali, formate da un uomo, da una donna e da figli, la funzione paterna (o materna) può essere completamente assente, nonostante l’esistenza del padre (o della madre) biologico(a). L’identificazione del bambino e del ragazzo con gli adulti significativi non avviene sulla base dell’anatomia dei sessi, ma sulle funzioni simboliche.
La psicanalisi non si oppone al matrimonio gay, ma non ne fa neppure l’apologia. E’ consapevole che anche le coppie omosessuali incontrano rotture, gelosie, tradimenti e incomprensioni come accade nelle coppie eterosessuali e che i loro figli avranno sintomi, inciampi e difficoltà come tutti gli altri. Ma poiché questi figli sono una realtà già esistente, la società non può ignorarli, essa può dar loro la possibilità di iscriversi legittimamente nell’organizzazione sociale senza l’imbarazzo della marginalizzazione e della discriminazione legata al sesso dei familiari o alla modalità della loro nascita. Inoltre gli adulti che li crescono dovrebbero avere gli stessi diritti civili che proteggono i genitori tradizionali.
La diffidenza nei confronti dei matrimoni gay è allora ingiustificata: i nuovi matrimoni saranno sintomatici almeno quanto quelli vecchi e non esonereranno comunque i partner dal confronto con i nodi ingarbugliati dell’amore, del desiderio e del godimento che riguardano ogni essere umano.

1 Fond G. et alli, Homoparentalté et développement de l’enfant : données actuelles, L’Encéphale, 2011: disponible su Internet) citato da Maleval J-C. «Le droit n’est pas le devoir» in Du mariage et des psychanalyse, La Regle du jeu, Navarin/LE Champ freudien 2013,
2 Maleval J-C. «Le droit n’est pas le devoir», citato sopra.

martedì 27 agosto 2013, di Cinzia Crosali