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La terrazza parigina e l’abnegazione al godimento

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Cittadini rumeni al lago Anguillara © Rino Bianchi

A Parigi non è che sia facile vivere e che la gente si diverta.Vivere in una capitale, in una grande metropoli europea, persino mondiale, in un centro culturale d’eccellenza, cosmopolita, brulicante d’iniziative erotiche inconsuete, di punti di vista inauditi sull’abbigliamento, di credenze su come rendere lo scorrimento del tempo più arioso e inebriante, impone una certa responsabilità, esige in ogni caso competenze, preparazione, allenamento. Non è come chi vive in una periferia qualsiasi, in mezzo ai grigi vialoni dell’anonimato, dedito solo a centri commerciali feroci e a manovre nei parcheggi sotterranei.
Quando durante i miei anni parigini - prima di sabotare il mio futuro, decidendo di abitare in una cittadina di periferia - dicevo a qualche italiano conosciuto da poco : “vivo a Parigi”, subito ottenevo un sguardo d’ammirazione, e quella persona ci teneva a felicitarmi, e non so discernere ancora oggi se quelle felicitazioni riguardassero la fortuna di vivere lontano dall’Italia o la fortuna di vivere proprio a Parigi.
Non è che a Parigi la gente passi il tempo a divertirsi, a salire sulla Tour Eiffel, a contare le statue dei re di Giudea sulla facciata di Notre-Dame, a scattare fotografie dai bateaux-mouches, a mangiarsi ostriche al Wepler o a bersi succo di pomodoro condito al Flore. A Parigi la gente si diverte di rado, perché Parigi è un città raramente divertente per chi ci vive. Si fa una gran fatica, in realtà, a vivere a Parigi, e se sembra che i parigini si divertano in maniera speciale è perché devono mostrare a se stessi e agli altri che si è trattato di un buon investimento, e tutta quella fatica di vivere nel centro di qualcosa ha dato, alla fine, i suoi frutti. I parigini amano mostrare agli altri parigini che si stanno divertendo un mondo, per questo invece di farsi gli affari loro, nei caffè, dando le spalle al monotono e fastidioso andirivieni dei passanti, si mettono alla terrasse, con le seggiole schierate verso la strada, come se sul marciapiede di fronte stesse per cominciare uno spettacolo raro e di straordinario interesse. In realtà, essi devono innanzitutto mostrare ai passanti che sono seduti a non fare nulla, e che quel non fare nulla è allietato da un sorsare indolente di birra, caffè, o vino rosso in calice, mentre il passante, è evidente, sta camminando veloce, è indaffarato, e ha la gola secca. Non solo, ma chi sta seduto nullafacente, seppure con i mezzi per pagarsi una consumazione al tavolo, è spesso accompagnato da un evidente o probabile partner sessuale, oppure da un amico fedele, o ancora meglio da un piccolo numero di amici fedeli e di partner sessuali probabili.
In ogni caso, che sia solo o in compagnia, che beva il suo bicchiere di birra con il naso ficcato dentro un libro o uno smartphone oppure, abbandonato contro lo schienale della sedia, perlustri vagamente il panorama di fronte a lui, o ancora rida fragorosamente, o sussurri all’orecchio della sua vicina o del suo vicino qualcosa di delizioso e intimo, chi è seduto alla terrasse si sta o divertendo in modo esplicito o sta facendo qualcosa di piacevole in modo elegantemente discreto o si sta annoiando a causa del troppo tempo passato a non fare nulla, tra divertimenti espliciti e piacevolezze discrete. Testimonia di appartenere alla razza privilegiata dei parigini che, sì, fanno una vita dura, faticosa, stressata, competitiva, sovraffollata, tra freddezze e diffidenze, tra ruvidezze di relazione e assilli professionali, tra conteggi spaventati di fine mese e angosce di esclusione mondana, ma vengono poi ripagati da quegli intervalli fausti di tempo passati a guardare i propri simili dal piedistallo della terrasse di caffè.
Un piedistallo che, va detto, ha una certa democratica accessibilità : con due euro e cinquanta di caffè liscio, un parigino si conquista la possibilità di non essere sloggiato per un’ora intera dal suo tavolino con seggiola.
In ogni caso, lo spazio denominato “terrazza” costituisce una vera istituzione e ogni istituzione umana non nasce mai dal puro arbitrio, ma tende a bilanciare necessità e deliberazione. La necessità riguarda, in questo caso, il bisogno del parigino, nonostante l’immane fatica della sua esistenza metropolitana persa per lo più dentro faccende di nessuna allegria, di esibire di fronte agli altri e a se stesso un intervallo più o meno lungo di divertimento e su una porzione di suolo pubblico ; la deliberazione, invece, riguarda l’estensione in metri quadrati di questa porzione di suolo dedita al divertimento esibito, ossia quanta superficie di marciapiede l’esercizio commerciale - caffè, pub o ristorante - è in grado, legalmente, di occupare, piazzandoci fioriere, paraventi, tavolinetti e sedie. Il legislatore afferma, nella città di Parigi almeno, che un metro e sessanta centimetri debbono essere lasciati liberi per lo scorrimento degli indaffarati a piedi o su mezzi meccanici o elettrici, come sedie a rotelle o carrozzine mobili. Si dice, anche, che le terrasse, incluse di mobilio e avventori seduti, non devono ostacolare lo scorrimento delle acque pluviali. I diritti, quindi, d’ingombrare parte dello spazio pubblico, per comprovare universalmente l’esistenza, a Parigi, del divertimento, o della noia che l’eccessivo divertimento induce, sono di antica data, antichi probabilmente quante le rogne, le incombenze frustranti, i disagi fisici e psicologici che l’abitare in città hanno prodotto.

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Roma, sonno profondo © Rino Bianchi

In ogni paese, e città, e persino villaggetto sperduto, in realtà, bisogna divertirsi, in quest’epoca che ha venduto alla sua popolazione, tra l’incredulo e lo speranzoso, la promessa di un godimento perpetuo. E riuscire a divertirsi non è impegno di poco conto.
Anche a Champigny si fa qualche sforzo in questo senso. È la cittadina a quindici chilometri da Parigi dove abito, perché vivo ormai in una banlieue non chic, non ricca, anzi popolare, di ottantamila anime, sparse in quartieri decenti e indecenti, con persino delle zone graziose, di case e casette con giardini e giardinetti, e qualche villona collinare con vista sulla Marna, ma pure il quartiere triste, isolato, di torvi palazzoni popolari, dove ogni fantasia su traffici e salafismi è legittima, anche se poi altrettanto legittime sono fantasie di socievolezza, in quei luoghi poveri, perché nelle cité la gente può essere incredibilmente cordiale e rispettosa, senza manfrine ovviamente, persino se non si diverte da pazzi, mentre a Parigi la cordialità ha un costo psichico spesso eccessivo, visto l’impegno già gravoso del divertimento quotidiano. Alla fine, non so neppure se a Champigny la gente abbia molte pretese, viste anche le risorse solide ma limitate : centri commerciali, negozi di ottica, parcheggi, svariate forme di fast-food asiatico e mediorientale, e i frugali sentieri lungo le rive della Marna. Di certo, questa periferia è immune da qualsivoglia tentazione di riscatto da classe media inquieta. Ogni anche timida velleità di bobo per rendere “interessante” l’ambiente urbano trova in Champigny una sorta di opposizione tetragona. O di inerzia e svogliatezza assoluta.
In un centro metropolitano come Parigi è tutta un’altra faccenda. Nessuno può abbassare la guardia. Bisogna avere esperienza e mestiere, tenacia e capacità di sopportazione : godere - sembra strano dirlo - esige sacrificio, stoica volontà, determinazione. A volte, non è per nulla divertente divertirsi. Uno deve intanto organizzarsi un calendario di uscite che mettano in conto una molteplicità di fattori disparati : la disponibilità altrui, la disponibilità finanziaria, la disponibilità dei mezzi di trasporto, la disponibilità dei posti in platea, se si tratta di spettacoli, o ai tavoli, se si tratta di ristorazione, e poi la scelta dell’opera o del dramma teatrale o del film, così come quella del ristorante, europeo o africano o asiatico, debbono essere accurate ed efficaci, con tutto il tempo che si è perso a preparare un’uscita, perché poi se il cibo è pessimo, e il film è una troiata, uno comincia a disperare di potersi, un giorno, divertire per davvero e senza eccessivo sforzo. E quindi finisce anche col guardare con odio, chi gli fa i complimenti per vivere a Parigi, dove tutti quanti sembrano non aver altro da fare che rimestare con estrema calma lo zucchero in una tazzina di caffè, seduti a un tavolino all’aperto.

Lo Studio de l’Ermitage di Parigi ha ospitato “Ciampi ve lo faccio vedere io”, concerto-spettacolo del cantautore livornese Bobo Rondelli, omaggio al suo celebre concittadino Piero Ciampi, artefice di capolavori negli anni ‘70 che hanno reinventato la nostra musica d’autore
e che lo hanno reso poeta immortale.

Un concerto-spettacolo minimale quello di Bobo : un tavolino, un bicchiere di vino, poche luci. Accompagnato da Fabio Marchiori al piano e Filippo Ceccarini alla tromba, rende un emozionante omaggio alla musica e al genio maledetto di Ciampi, portando alla ribalta l’ispirazione del poeta anarchico e le storie di un artista schivo e ostinatamente controcorrente.
Grazie all’“alter ego” Rondelli, Ciampi torna in qualche modo nella “sua” Parigi, città dove visse per un periodo della sua vita. Quella città dove a fine anni Cinquanta fu uno degli unici chansonnier italiani, dove lo chiamavano “Piero Litaliano”. E lui, Ciampi, proprio così intitolò il suo primo disco datato 1963.
Rondelli è l’ultimo di una lista di artisti che ha voluto rendere omaggio a quest’artista controverso ed estraneo alle logiche di mercato. Prima di lui, i brani di Ciampi sono stati cantati da Nada, Renato Zero, Gino Paoli, Toquinho, Lucio Dalla e Morgan.
Due vite divise dal tempo, che spesso trovano forti punti in comune, un’ammirazione mai celata da Bobo tanto che nell’album Disperati, intellettuali, ubriaconi, registrato con Stefano Bollani, ha voluto reinterpretare la celebrata canzone Io e te, Maria.
La critica ha spesso paragonato i due, forte anche delle tracce lasciate da Rondelli nel corso della sua carriera : oltre a Io e te, Maria, Il vino, Il merlo, Tu no, Sul porto di Livorno sono alcune perle del repertorio di Ciampi interpretate dall’ex voce degli Ottavo Padiglione.
Per Bobo, anch’egli livornese, Ciampi rappresenta il prototipo dell’abitante di quella città : “che rischia, che non ha paura nemmeno della morte, con quella voglia di autodistruggersi e di essere un po’ come ‘l’accattone’ del film di Pasolini”.
Scegliendo le canzoni che più si adattano a un arrangiamento con pianoforte, chitarra e tromba e al suo percorso di vita, Rondelli non ci regala un semplice omaggio.
Introspettivo ed ironico - specchio di una cultura, quella toscana, che racchiude un modo di essere, cinico e spassionato - Bobo sembra perfettamente a suo agio nel cantare di circostanze che ha in qualche modo passato, raggiungendo la maggiore intensità in brani come Tu no, Il vino e Il natale è il 24, negli amori tormentati di Ma che buffa che sei, nella lucida e spietata fotografia di un divorzio di In un palazzo di giustizia (“tu sei pazza : vuoi spiegare / una vita con due frasi”) e nelle conseguenze di Sporca estate.
Prende spunto dalle canzoni che sono poesia, certo, ma anche canoni blues - non si stanca di dirlo - e poi divaga, improvvisa, va a ruota libera, con l’onestà di chi sa cosa canta e sa farlo bene, in maniera sincera.
Portare in tour Ciampi è anche un modo “per far guadagnare qualche soldo ai suoi parenti coi diritti SIAE e per rimettere in circolo le sue canzoni, a beneficio delle nuove generazioni”. “Si parla molto di Ciampi come di uno che non ce l’ha fatta, che non ha avuto successo” - dice Bobo - “ma spesso l’avere troppo offusca la mente. Forse Ciampi è stato geniale anche in questo, a starsene in ‘serie B’, a scrivere parole da scolpire nella pietra da lanciare poi in mare. Oggi più che mai c’è bisogno di poesia, credo sia necessario anche per tutto ciò che sta succedendo nel mondo, c’è bisogno di uscire un po’ da questo ‘si salvi chi può’”.
Forse le canzoni di Ciampi non si possono definire “necessarie”, di sicuro molto utili perchè c’è bisogno di tornare a quel senso di compassione che oggi stiamo tutti perdendo.
“A volte mi sembra che ad avere dei sentimenti, oggi, sei quasi a rischio psichiatria... Bisogna essere tutti cinici, pensare ai fatti propri. Invece Ciampi cercava sempre una sorta di abbraccio, anche spirituale.”, afferma Bobo.
Nei fiori dei campi vive Piero Ciampi, recita un verso della canzone Baudelaire dei Baustelle, con la quale il cantante Francesco Bianconi ha voluto onorare il suo conterraneo : perché “Ciampi è un fiore di campo, libero, che nasce dove vuole e che esplode con tutta la sua tragica e bellissima violenza”.

mardi 4 juillet 2017, par Andrea Inglese