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Lampo di lucidità nelle tenebre dell’arteriosclerosi

Succede di tutto, nella vita. Per esempio, per una volta sono d’accordo col Grande Leader. No, non Gheddafi, che ha altre gatte da pelare, al momento in cui scrivo, ma il suo amico di Bunga Bunga un po’ meno (appena un po’ meno) abbronzato, il Berlusca, là. Che, come avrete certamente saputo, ha definito l’Italia «un paese di merda». Ebbene, sottoscrivo: trovo anch’io che il nostro è diventato un paese di merda.
Ma io mi chiedo, come mai?
Notate bene, il Cavalierissimo, in un lampo di lucidità per lui insolito, non ha dato la colpa agli italiani, sennò avrebbe detto «popolo di merda».
Ma allora, da cosa dipende se l’Italia è diventato un paese di merda?
Non certo dalle sue bellezze naturali ed artistiche, di cui può andare fiera nonostante lo scempio che da qualche decennio gli speculatori edilizi come il nostro ineffabile Premier ne stanno facendo.
Neanche parlava del clima, suppongo, che in Europa c’è ben di peggio, come sappiamo noi che viviamo in Francia, per esempio. E del resto Lui, quando fa un po’ freschetto in quel di Arcore, prende l’elicottero e fa un salto in Costa Smeralda, o viceversa, quando l’afa comincia a farsi pesante per un latin lover della sua età.
Ma allora, cos’è che c’è di marcio in Italia? La gastronomia? Ma non scherziamo! Le donne? Le più belle del mondo.
Un’ideuzza io ce l’avrei. Se il Bel Paese è diventato un paese di merda, non dipenderà mica per caso dalla sua classe dirigente, da una classe politica rappresentata, per esempio, da un ministro che fa pernacchie in canottiera davanti ai giornalisti? Che ha trasformato il governo della cosa pubblica in gestione dei propri interessi più o meno confessabili? Che ha eretto il sopruso, la smargiasseria, la cafonaggine e il menefreghismo a valori comunemente ammessi e condivisi, come durante la dittatura del Ganascione?
E allora, se Silvio «B.B.» Berlusconi trova che vive in un paese di merda, non si lamenti. Come dice il proverbio: chi è causa del suo mal, pianga se stesso.

martedì 4 ottobre 2011, di Patrizia Molteni