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Lavorare o morire, il faut choisir


E’ a tutti evidente che la situazione italiana è ben lontana dall’uscire dalla condizione di crisi che nessuno più osa considerare contingente. Lo dimostrano ogni giorno Il peggioramento delle condizioni produttive, la crescita dei livelli di disoccupazione, la drammatica situazione giovanile. Tutti indicatori che confermano i rischi concreti di un inarrestabile processo di deindustrializzazione in atto nel nostro Paese, che, in modo ancor più drammatico, colpisce il Mezzogiorno.
Seppur con diverse caratteristiche, ne sono esempi paradigmatici il caso Fiat - da Termini Imerese a Pomigliano - il caso Alcoa, il caso Ilva ed i numerosi casi dalla cantieristica al settore ferroviario al settore informatico e delle telecomunicazioni e altri meno conosciuti -, che coinvolgono anche le piccole e medie imprese di ogni comparto industriale su tutto il territorio nazionale.
Conseguenza diretta della recessione economica è l’uso strumentale della stessa per una aggressione senza precedenti al sistema dei diritti nel lavoro che, inevitabilmente, sta mettendo a rischio la tenuta democratica e la coesione sociale dell’Italia e, con sempre maggiore evidenza, dell’intera Europa.
L’assenza oramai decennale di una politica industriale e l’incapacità di mettere in campo un piano straordinario di investimenti pubblici e privati che sono le condizioni indispensabili per poter avviare un processo di salvaguardia, riconversione e rinnovamento del nostro sistema produttivo fondandolo su un nuovo modello di sviluppo ambientalmente sostenibile, capace di coniugare il diritto al lavoro e il diritto alla salute e di creare nuovi posti di lavoro.
Le decisioni e le proposte avanzate dal Governo non sono risultate adeguate a invertire questa tendenza; è inaccettabile la logica che continua ad indicare nell’aumento della durata e dello sfruttamento della prestazione lavorativa la strada per aumentare la produttività e la competitività del nostro sistema industriale.
Emblematici i due casi che stanno monopolizzando l’attenzione italiana sulla gravità della crisi.

Caso Ilva

A Taranto si sta consumando una vicenda che ha risvolti non solo sul piano sociale ma che proprio sul concetto di “condizione sociale” ripropone la dicotomia tra lavoro e tutela della salute.
Per questa ragione fondamentale che troppe volte contrappone il diritto al lavoro con il diritto alla salute sia nei luoghi di lavoro che nel territorio, la CGIL e la FIOM non hanno mai assunto i toni purtroppo emersi con incredibile superficialità nei confronti della magistratura.
Quello dell’ILVA è per il sindacato italiano un banco di prova delicatissimo che impone rigore nell’individuare soluzioni, responsabilità imprenditoriali, responsabilità istituzionali.
E’ superfluo dire che sostenere la necessità di aprire una vertenza per chiedere all’azienda impegni certi di investimenti e di rinnovamento tecnologico degli impianti è l’asse centrale di qualsiasi discussione considerando che sono inconfutabili tutti gli elementi di pericolosità per la salute che stanno drammaticamente emergendo.
Per questo anche se non in maniera risolutiva gli ultimi incontri registrano passi in avanti per individuare una soluzione che concili produzione e ambiente, anche se le risorse che Ilva dichiara di mettere oggi a disposizione non sono sicuramente sufficienti per risolvere i problemi.
Ed è in questo senso che ora è necessario rilanciare l’azione sindacale unitaria senza scorciatoie populiste come purtroppo è accaduto in questi mesi. Per il sindacato è indispensabile, attraverso il coinvolgimento dei lavoratori e delle lavoratrici Ilva, essere parte attiva nel predisporre i contenuti di una soluzione che abbia al centro gli investimenti per la messa a norma degli impianti, condizione per garantire un futuro produttivo all’impresa e al gruppo.
L’impegno sindacale presuppone che le istituzioni siano in grado di avere una visione comune per garantire l’uscita da una situazione occultata per troppo tempo e che inevitabilmente era chiaro che sarebbe esplosa. Per questo non si può che salutare positivamente l’intenzione espressa dal governo per bocca dei ministri Clini e Passera di non aprire un conflitto istituzionale tra poteri dello Stato, ma di sviluppare, con azioni mirate, il massimo della collaborazione, necessaria per dare risposte ai cittadini e ai lavoratori.

Caso Alcoa


E’ altresì ancora in bilico il futuro dell’alluminio in Sardegna soprattutto dopo l’insoddisfazione di lavoratori e sindacati per l’esito dell’incontro al Ministero dello Sviluppo Economico sul futuro dello stabilimento Alcoa di Portovesme in attesa, da troppo tempo, di un acquirente disposto a rilevarlo.
Sarebbero due, ad oggi, le multinazionali che si sono dette interessate al rilevamento del sito sardo, dopo il ritiro della Glencore che aveva chiesto delucidazioni su alcuni punti fondamentali: costo dell’energia; investimenti per le infrastrutture e temi della gestione industriale che comprendono i livelli occupazionali e gli ammortizzatori sociali: la torinese Kite gen Research e la Klesh, multinazionale americana che ha ripresentato la manifestazione di interesse già avanzata a giugno e ritenuta non accettabile da Alcoa, lasciando però intravedere la possibilità di modificare le condizioni non accolte precedentemente.
In entrambi i casi, non si è sviluppato un confronto concreto tra Alcoa e i possibili acquirenti, condizione necessaria a far sì che l’interesse delle due aziende si trasformi in una possibilità concreta a rilevare gli impianti.
Per ora l’unico risultato, insufficiente per la ricerca di soluzioni alternative ottenuto dall’ultimo confronto dell’11 settembre, è stato quello del rallentamento della chiusura degli impianti che avverrà il 1° novembre e non più entro fine mese, e la disponibilità della Cassa integrazione in deroga per i lavoratori dell’indotto, mentre a rimanere ancora irrisolta è la questione dei 65 lavoratori interinali.
La CGIL ha invitato il Governo a farsi parte attiva per assicurare quelle “condizioni di contesto” necessarie alla risoluzione positiva della vicenda Alcoa.
Per condizioni di contesto si intende la certezza per i prossimi 3 anni della proroga della superinterrompibilità da parte dell’Ue che abbatterebbe notevolmente il costo dell’energia. Su questo punto il Governo ha dichiarato di avere “sufficienti certezze” stimando un periodo complessivo di 15 anni di abbattimento dei costi.
Tuttavia ad oggi queste certezze “non sono disponibili”.
Per quanto riguarda le infrastrutture necessarie ad agevolare la gestione industriale, il Governo le ha inserite nel progetto più ampio del Piano Sulcis che dovrebbe riorientare le condizioni di sviluppo dell’intera area. Anche qui “siamo alle intenzioni” per un progetto che “può essere valutato positivamente” in quanto riguarda una zona tra le più povere d’Italia, ma a condizione “che venga mantenuto e rinforzato l’attuale assetto industriale dell’area”.
Dunque una “insoddisfazione”, quella provata da lavoratori e sindacati anche al termine dell’incontro “data dalla mancanza di una vera condizione nella quale sia possibile intravedere un futuro per Portovesme” che rischia di alimentare quella tensione sociale oramai non solo latente in molte realtà del Paese.
Due casi emblematici che confermano la gravità della situazione ma soprattutto l’assenza di un’idea concreta di sviluppo industriale innovativo per il Paese. E, nel bel mezzo di questa situazione, il governo continua a ritenere che lo sviluppo si possa realizzare solo intervenendo ulteriormente sulle condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori.
Al Presidente del Consiglio Mario Monti, che attacca in questi giorni nuovamente lo Statuto dei lavoratori con il plauso di buona parte del centro destra, ha risposto senza usare metafore la Segretaria Generale della CGIL Susanna Camusso: “Statuto un limite? Abbiamo passato mesi a discuterne e tutto il mondo ha spiegato che non è questo il problema del Paese. Sono parole che rappresentano il peggiore liberismo, che ha teorizzato come la diseguaglianza abbia fatto crescere il mondo. Si conferma che non c’è un’idea del governo su come affrontare i temi della crescita e dello sviluppo in Italia e si continua a riproporre ricette che hanno già dimostrato la loro fallimentarità, oppure si butta la palla in un altro campo, come hanno fatto sulla questione della produttività. Ci dica invece cosa vuol fare per la crescita”.

martedì 16 ottobre 2012, di Italo Stellon