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Le bonifiche culturali de Werther Albertazzi

Roma, via Prenestina ex Snia viscosa © Rino Bianchi

Werther Albertazzi ama profondamente i luoghi dismessi, capannoni, opedali, monasteri … soprattutto non sopporta l’idea di lasciarli così. Nel 2004 fonda Planimetrie culturali, l’associazione che tuttora preside. Lo scopo ? Scovare luoghi abbandonati e bonificarli con la cultura. Per esempio a Bologna dove abita, un ex macello è diventato il Cantiere Culturale Bolognese (Ca.Cu.Bo.) e l’ex fabbrica della Samp Utensili - seimila metri quadri su quattro piani - si è trasformata nel Senza Filtro, casa di più di venti associazioni, sale concerti, spazi espositivi, un museo del flipper, una rampa skateboard, un’osteria, un ostello ecc.
Planimetrie culturali nasce dall’incontro con un gruppo di cittadini del Pilastro che vedevano il degrado mangiare quotidianamente l’ex Macello Comunale, area di 80mila mq abbandonata da 7 anni. “Abbiamo pensato come potevamo rispondere all’esigenza di curare l’area e sono nate le ‘bonifiche culturali’, azioni temporanee di custodia degli spazi dormienti”, spiega a Salvatore Papa, “Trasformato l’ex Macello in un ‘cantiere culturale bolognese’ (Ca.Cu.Bo), abbiamo radunato le nostre conoscenze artistiche e ne è nata una programmazione. Aperto il dialogo con quartiere e questura ci siamo proposti ‘custodi temporanei’ fino all’operazione di smantellamento”.
Werther viene da un gruppo, gli Psyconauti, che suonava ovunque - boschi, spiaggie, ponti autostradali, rifugi - quasi ovunque tranne che negli gli spazi normalmente dedicati alla performance musicali. “È un’esperienza unica” racconta sempre a Papa, “cambiare ogni volta la location, ripartire con allestimenti e montaggio sempre ridisegnati. Paese che vai amici che trovi, per passare le serate in balotta [festa in bolognese, ndr] a montare la festa che domani ospiterà tutti i fan della musica suonata dai dj del gruppo. La passione nasce da qui, rigenerare uno spazio nullo e trasformarlo in centro d’aggregazione rispondendo in parte alla mancanza di questi spazi nelle nostre città”.
Come funziona ? Una volta scelto lo spazio da “bonificare”, mettono a disposizione la custodia e la manutenzione ordinaria in cambio dell’uso gratuito per attività socio/culturali, realizzate dalle associazioni locali. Accompagnano il progetto fino a quando non diventa autonomo, poi lo lasciano alle associazioni e vanno a caccia di altri spazi.
Abbiamo chiesto a Werther Albertazzi di parlarci di periferie e rigenerazione.

“Si scrive tanto di periferie e rigenerazione, ma ancora le idee sono confuse. In Italia è trascorso un ventennio di dibattiti, convegni, approfondimenti e consulenze scientifiche prima di attivare progetti di rigenerazione urbana, iniziando da aree terremotate e, appunto, le periferie. In questi ultimi anni l’urbanistica sta subendo una grande trasformazione, trascinando nel cambiamento le figure circostanti come ingegneri ed architetti. Se dal periodo Mussoliniano gli indirizzi erano di costruire intere aree, quartieri, borghi o ghetti all’esterno del centro con l’obiettivo di popolarle poi, ecco che ora ci troviamo ad essere spesso in eccesso di popolazione e quindi la città, nella sua politica urbanistica, si trova costretta sempre più, a soddisfare delle esigenze (vivibilità, inclusione, servizi) e meno a creare delle pure e semplici operazioni di mercato edilizio. La crisi del mattone prima è quella economica poi, hanno rivoluzionato il mercato edilizio. I permessi concessi per costruire in nuovi terreni sono diminuiti del 70/80 % dal 2007 ad oggi. gli architetti sono sempre più impegnati su edifici già costruiti e pure le università, partendo dal Politecnico di Milano allo IUAV di Venezia, sono impegnate allo studio su tecniche di riuso e cambi destinazione di edifici dismessi.
A Bologna, dove Doglio portava tra le strade le sue lezioni e i suoi studenti, insegnando l’urbanistica partecipata, anche l’Accademia delle Belle Arti ha tenuto i primi laboratori e sviluppato diverse tesi, a dimostrazione dell’attenzione al tema da parte di docenti lungimiranti e studenti preparati. Ora si concentra l’attenzione sulle periferie, dove il disagio è più forte ed il mercato immobiliare annaspa. Personalmente ritengo periferie un termine di esclusione sociale che identifica in certe aree un ceto inferiore. Da piccolo mi portavano a vedere il sontuoso Nettuno in città e abitavamo in campagna. Pochi anni dopo, nella stessa abitazione, ci siamo trovati in “periferia”. Suonava come un termine per indicare aree con meno servizi e meno controlli. Ora sono gli anni del “rammendo urbano” (cit : Renzo Piano). Tutti i partiti politici discutono il tema, il governo ha stanziato diversi fondi per la rigenerazione delle periferie che si sommano altri fondi Europei. Di fatto, si installano luci di nuova generazione, si ridisegna la segnaletica lineare dalle strisce pedonali alle ciclabili, si tolgono graffiti dai muri donando un senso comune di decoro urbano, ma poco più. Forse ancora una volta, ci si concentra sul rendere attraenti le città in ottiche di mercato/business. Si attraggono investitori stranieri con fiocchi colorati ma, di nuovo, l’attenzione alle esigenze per un vivere decoroso non arriva ai più. Il fatto che le belle panche di legno che fungevano da catalizzatori di soggetti e dialoghi decorando con la “vita” le nostre piazze grandi e piccole, ora vengono rimosse e, solo dove decide la Pubblica Amministrazione, senza nemmeno passare da processi di partecipazione si posizionano come a Bologna, enormi cubi di cemento scomodi e brutti.... è indicatore di una ricerca di sviluppo urbano solo estetico.
Nulla che fare con la rigenerazione che invece nasce dalla richiesta di spazi, servizi alle persone e politiche di comunità.
La costruzione, la ristrutturazione, l’abbattimento di immobili non creano rigenerazione se non rispondono alle esigenze di chi vive in queste forme urbane. Quindi, se i cittadini sono al centro delle politiche urbanistiche possiamo iniziare veramente è seriamente un percorso per il bene comune nazionale. Costruire una fontana luminosa in marmo e cemento nella piazzetta dell’Aquila post terremoto non può passare come rigenerazione ma semplice pubblicità per l’archistar del caso. Tanto più che non c’ė acqua e non s’illumina nemmeno, un cantiere nel cantiere. Nemmeno trovare scappatoie a volte pericolose per utilizzare spazi, deroghe delibere o patti collaborativi crea rigenerazione. Dove un bunker viene utilizzato a parcheggio bici possiamo lavorare, ma se poi ci si mette un bar e una specie di discoteca ecco che le norme di sicurezza (certificato prevenzione incendi) barcollano. Queste azioni creano disagio, là dov’è altre attività commerciali esistono da anni in regola con tasse e investimenti. La rigenerazione urbana ė maestra per una città sempre migliore, la strada giusta per fare uscire dal disagio alcuni pezzi della città, ricucirli nel sistema urbano e offrire argomenti vitali al senso comune”.

mardi 4 juillet 2017, par Patrizia Molteni