FOCUS IN - Chi siamo
RICERCA
Une N° 23 Un N° 22 Une N° 21 Une N°20 Une N° 19 Une N° 18 Une N° 17 Une N° 16 Une N° 15 Une 14 Une N° 13 Une N° 12

Accueil > Psicologia > Le donne e la psicanalisi

Le donne e la psicanalisi

Un luogo comune che vorrei sfatare con questo articolo è l’idea di una antica ruggine tra “il femminile” e la psicanalisi, proveniente da una latente accusa di maschilismo rivolta alla psicanalisi.

Berta Pappentheim Non bisogna dimenticare che sono proprio le donne ad avere orientato Freud sulla via dell’inconscio e del metodo psicanalitico. La prima di queste donne fu una ragazza di ventun anni, di nome Bertha Pappenheim, più conosciuta con il nome di Anna O. Considerata la prima paziente della storia della psicanalisi, Anna è descritta come “profondamente intelligente, straordinariamente ingegnosa e intuitiva e dotata tra l’altro del senso dell’umorismo”.
Dopo la morte del padre, intensamente amato, Anna si ammala e comincia a soffrire di disturbi della vista, di paresi agli arti e al collo e di amnesie. Nessuna cura classica allevia la sua sofferenza. Solo “le conversazioni” con il dottor Bruer prima e con Freud successivamente le procurano sollievo. E’ Anna stessa a definire questo tipo di cura : talking cure (cura attraverso la parola). Tra gli altri sintomi c’è la dimenticanza della lingua materna (il tedesco), per cui Anna parla per un certo tempo solo in inglese. Grazie a queste conversazioni catartiche Anna guarisce dai suoi sintomi. Più tardi si impegnerà nelle rivendicazioni sociali femministe del suo tempo e quindi nella lotta per l’emancipazione delle donne.
Il metodo della talking cure scoperto quasi per caso fu poi applicato da Bruer e da Freud ad altri casi di isteria femminile, altrettante donne che, grazie alla psicanalisi, hanno trovato un nuovo approccio al loro malessere. E’ dunque grazie alle donne che il padre della psicanalisi ha inventato questa nuova modalità di cura, attraverso la parola e l’interpretazione delle produzioni inconscie. La psicanalisi è nata e si è sviluppata in un contesto dove le donne sono attivamente protagoniste sia come pazienti, sia come terapeute e teoriche appassionate, avendo spesso occupato entrambe le posizioni : analizzanti prima e analiste poi.

La donna non esiste


Tuttavia è attribuita a Freud una certa misoginia, fu criticato per esempio per la questione del “penisneid” (invidia del pene), o per l’immagine della donna “castrata”. Se le femministe hanno utilizzato questi cliché per protestare contro il presunto “maschilismo” freudiano, Lacan non ha di certo calmato le rimostranze con la sua formula provocatoria : “La donna non esiste”. Tuttavia questa formula, ormai conosciuta anche anche dal grande pubblico, è in realtà un omaggio alle donne, e sottolineo alle donne (al plurale), le quali invece, senza dubbio esistono, anche per Lacan. Infatti per la psicanalasi lacaniana non si può dire “la donna” nello stesso modo in cui si dice “l’uomo”. Un denominatore comune permette di costituire la categoria “uomo”, per cui uno rappresenta il gruppo, l’insieme. Invece per le donne s’impone la singolarità che rende ogni donna diversa, unica e irripetibile. Difficile far marciare al passo le donne, metterle in uniforme, farne un insieme omogeneo. Nonostante tutti i tentativi di uniformazione, c’è in ogni donna qualcosa di ribelle che fa di ciascuna un’eccezione. Così Lacan può dire che “La femme n’existe pas”, ma aggiunge che ci sono “delle vere donne”. Egli ci dà anche una indicazione su come capire quando le donne sono vere, o per dirlo in altri termini, quando c’è della verità in una donna. Una donna (e non La donna) è vera quando non si confonde con la madre. Occorre cioè che sussista una distanza tra una donna e la madre, intendendo per madre sia la madre d’origine, sia la sua propria posizione di madre. Se la madre (nella duplice accezione del termine) ha “tappato” completamente la mancanza, il vuoto, il “buco” del soggetto femminile, questa distanza non c’è. Quando c’è un troppo di “madre” nella vita di una donna, c’è subito anche un sintomo di soffocamento, di oppressione, di insicurezza, di senso di inferiorità, di sfiducia nelle proprie capacità, di instabilità. La depressione femminile ha spesso le sue radici in questo attaccamento materno, in questa influenza di madri troppo opprimenti o troppo presenti, troppo assenti o troppo fredde, troppo giudicanti o troppo accudenti ; madri che riproducono figlie altrettanto votate a una maternità totalizzante, e a una abdicazione del loro essere donne, a una impossibile assunzione della loro posizione femminile. Si tratta di ragazze che ancora prima di essere madri si rapportano al loro compagno mettendosi nella posizione di figlie bisognose di protezione oppure mettendo l’uomo nella posizione di bambino da accudire e controllare, e spesso riproducono gli stessi meccanismi nei confronti dei loro figli.
Mara(1), è venuta recentemente nel mio studio per farsi aiutare a superare i suoi problemi di inibizione e le angoscie quotidiane che incontra sia nel suo lavoro che nella relazione di coppia. Quando le chiedo informazioni sul suo rapporto con la madre, si illumina in viso e mi dice : “ho un rapporto bellissimo con mia madre, è per me una sorella, un’amica, una confidente, ci sentiamo in continuazione, ci telefoniamo più volte al giorno, non faccio nulla senza consultarla, il suo parere è per me prezioso e indispensabile, anche se io sono a Parigi e lei è a Udine è come se fossimo sempre insieme”.
Un rapporto in apparenza troppo perfetto, senza incrinature, né ombre è sempre un po’ sospetto. Mara ha 28 anni, soffre di crisi di pianto e di una profonda insicurezza, ogni frustrazione è per lei insopportabile, nessuna mancanza è sopportabile. Quando noi psicanalisti chiamiamo la mancanza “castrazione” non ci riferiamo solo al genere femminile, ma anche a quello maschile. L’esperienza della “castrazione”, cioè della percezione della mancanza è una esperienza che vale sia al femminile che al maschile. E la castrazione iniziale è il distacco dall’unione fusionale con la madre. L’angoscia della separazione, la paura del distacco e dell’abbandono sono per una donna le forme più frequenti della sua angoscia di castrazione. Alcune donne riproducono questa angoscia nella relazione con il loro compagno, con le amiche, con i figli. La domanda d’amore che esprime Mara è così incolmabile e infinita da essere chiaramente votata alla delusione. La sofferenza e l’angoscia che ne risultano sono le espressioni di questa insoddisfazione costitutiva.
Per accedere al linguaggio, cioè per umanizzarsi, il bambino e la bambina devono rinunciare a “essere il fallo” della madre, vale a dire il significante del desiderio materno, devono cioè rinunciare ad essere ciò che colma e soddisfa completamente la madre. Questa operazione accade circa tra i sei e i diciotto mesi di vita. Non per tutti però questo accade armoniosamente. Frasi del tipo : “io sono tutto per mia madre”, o “mio figlio è tutto per me” indicano il fallimento o la fragilità di questa operazione. La riuscita di questa rinuncia incide sulla possibilità futura del soggetto di accedere al desiderio, di essere un soggetto desiderante, cioè vitale. Se non c’è una distanza sufficiente tra madre/bambino/fallo, distanza operata nella maggioranza dei casi dalla funzione paterna, il soggetto in questione deve provvedere da solo a crearla per soppravvivere, e spesso lo fa attraverso attraverso dei sintomi : le fobie, le angosce, le inibizioni...
Per una donna, si tratta di non lasciare che il suo desiderio femminile venga tutto assorbito nel desiderio materno (essere amata/completata dalla madre, essere a sua volta amata/completata solo come madre). E’ proprio questo il significato di “essere il fallo” della madre.
Per Lacan, a differenza di Freud, una donna non si colloca completamente sul versante del godimento fallico, una donna “n’est pas toute”, non è tutta nella funzione fallica. Quindi la castrazione non è per una donna uno scoglio insormontabile, come teorizzava Freud, ma una donna può in un certo senso emanciparsi dalla castrazione e aprirsi ad altre realtà. A condizione però di attraversare e di confrontarsi con la castrazione. Questo vale anche per quanto riguardo il godimento. E’ un godimento “Altro”, non necessariamente fallico, quello che caratterizza la posizione femminile.

Madri e figlie
Per Freud, la bambina che in un primo tempo considera (come il bambino) la madre come l’oggetto d’amore prioritario, è rapidamente delusa quando si accorge che la madre è sprovvista del fallo, è “castrata”. Trasferisce quindi il suo interesse e il suo amore verso padre, ma un residuo di attaccamento alla madre resta sotto forma di un sentimento di perdita, spesso connotato da rivendicazione e aggressività, come quelle di una innamorata ferita e delusa.
L’apporto lacaniano per quanto riguarda il “femminile” è stato quello di uscire dalla logica binaria : avere o non avere il fallo (il potere, la supremazia, il comando, la facoltà di erigersi...), di scavalcare l’opposizione classica tipica di un mondo fallicamente ordinato e di superare così anche il fallocentrismo imputato a Freud.
L’originalità lacaniana sta nell’aver dedotto la posizione femminile a partire da un certo tipo di godimento : un godimento che non è solo fallico, un godimento che è “Altro”. Tutti i soggetti che hanno accesso a questo tipo di godimento “Altro”, possono situarsi dalla parte del “femminile” indipendentemente della loro posizione anatomica e biologica.
In questo senso, la psicanalisi non milita per la parità dei sessi, tende piuttosto a valorizzare la differenza fondamentale del femminile, non per indicarne la superiorià, né l’inferiorità, ma la radicale disimmetria rispetto alla posizione maschile. Quello che Lacan mette in evidenza è la configurazione speciale del femminile. La famosa “invidia del pene” di matrice freudiana, non è più, in questa logica, un impedimento o un punto di impotenza destinato alla rassegnazione. Lacan individua piuttosto in questo limite, in questa mancanza, la risorsa del femminile. L’assunzione di questa mancanza strutturale, permette alle donne di non fermarsi nel “compiacimento” doloroso della mancanza vissuta come oltraggio, (vittimizzazione, autoesclusione...) e permette loro di acconsentire a essere un soggetto desiderante (cioè mancante) e a fare del proprio sintomo una risorsa creatrice.

(1) Nomi, e luoghi sono naturalmente modificati

Cinzia Crosali, psicologa italiana a Parigi La dottoressa Cinzia Crosali, psicologa clinica e psicanalista, pratica a Parigi. E’ iscritta all’Albo degli Psicologi e Psicoterapeuti della Regione Lombardia. Laurea in Psicologia presso l’Università di Padova. Specializzazione in Criminologia presso la Facoltà di Medicina Legale, Università di Milano. DEA in Psicanalisi presso l’Università di Paris 8 (Parigi). DESS in Psicopatologia Clinica presso l’Università di Rennes. Dottorato in Psicanalisi e in Psicologia Clinica presso l’Università di Bergamo e di Paris 8. Riceve su appuntamento e può essere contattata al numero : 06 10 02 77 52 o via mail : Cinzia Crosali.

dimanche 13 juin 2010, par Cinzia Crosali