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Le reti sociali al lavoro aiutano a ... perdere il posto

Lo sprint mattutino per non far tardi in ufficio, la bise in corridoio ai colleghi, l’avvio del pc, la scorsa alle prime mail urgenti e infine la sbirciatina distratta alla propria bacheca su Facebook, Viadeo o all’ultimo Tweet. Tutto normale, direte voi. Ebbene no: questa routine cela dei rischi giuridici di cui è bene essere consapevoli.
Criticare sul Web chi ci ha assunto, esporre a pubblica consultazione informazioni a carattere privato, collegarsi in ufficio alle pagine personali: sono le nuove minacce digitali che incombono sul lavoratore.
Ne sanno qualcosa due sfortunati dipendenti, licenziati di punto e in bianco per la loro imprudenza nell’utilizzo delle reti sociali.
Con una sentenza che ha fatto parecchio discutere, il Conseil de Prud’hommes di Boulogne-Billancourt ha convalidato il licenziamento di due dipendenti per incitazione alla ribellione e denigrazione dell’azienda dopo che questi ultimi avevano pubblicato su Facebook alcune critiche, successivamente riferite al loro datore di lavoro da parte di un terzo “amico”. I due dipendenti, attraverso il proprio profilo personale avevano, infatti, manifestato la loro insoddisfazione creando un “gruppo di accanimento” contro il superiore. Il datore di lavoro non ha gradito e, ritenendo i commenti offensivi, è passato all’azione licenziandoli.
Questa sentenza è la prima, in Francia, a riconoscere ufficialmente che un post possa avere valore di prova giuridica e a considerare che una rete sociale sia uno spazio pubblico, all’interno del quale alla libertà di critica sia opponibile il dovere di fedeltà e riservatezza richiesto al dipendente.
Una situazione analoga vige anche in Italia dove dei dipendenti sono stati licenziati per motivi simili anche se, a mia conoscenza, nessun Tribunale del Lavoro si è ancora pronunciato sino ad oggi.
Ma fino a che punto un messaggio pubblicato sulla bacheca personale da parte di un dipendente può considerarsi come giusta causa di licenziamento? Ed ancora: è possibile avvalorare il principio secondo il quale diventa legittimo per un’azienda servirsi di informazioni raccolte sulle reti sociali per penetrare la sfera privata dei lavoratori e redarguirli professionalmente?
Parrebbe infatti naturale porsi qualche dubbio sulla legittimità di un tale licenziamento; soprattutto quando il tempo trascorso dietro il pc aziendale non eccede il tempo comparabile alla classica pausa sigaretta, o la critica non si spinge oltre un semplice, isolato commento sul social network.
Sono tutti interrogativi che richiederanno, almeno in Francia, una conferma da parte di Corti superiori.
Un secondo aspetto da chiarire: è lecito collegarsi alle pagine private della propria rete sociale preferita ma durante l’orario lavorativo, e per di più sfruttando la connessione aziendale? Si parla sempre più, in questi casi, di “assenteismo virtuale”, poiché il tempo impiegato in un’attività extralavorativa, durante l’orario d’ufficio, va a discapito delle ore che contrattualmente sono dovute al datore di lavoro. Anche qui i provvedimenti adottati sono diversi ma tutti considerati, sino ad oggi, assolutamente legittimi. Ci sono aziende che impediscono, tramite filtri, ogni possibilità di collegarsi ai réseaux sociaux, altre che hanno prestabilito quando e come poterlo fare come, per esempio, unicamente durante la pausa pranzo.
Infine, un ultimo rischio in cui un lavoratore potrebbe incappare con l’uso delle reti sociali, riguarda l’accesso, da parte di terzi, ad informazioni di carattere privato. E’ oramai piuttosto invalsa l’abitudine da parte dei recruteurs di ricorrere alle reti sociali per raccogliere informazioni sui candidati: anche se solo ufficiosamente, quasi la metà ammette di farlo.
Questo comportamento è sovente giustificato adducendo che si tratta di informazioni personali che lo stesso soggetto sceglie di rendere in qualche modo pubbliche. Ma il problema è un altro. Sia l’articolo 8 dello Statuto dei Lavoratori in Italia, sia la legge Informatique et Libertés del 1978 in Francia, vietano qualsiasi indagine, anche pre-assuntiva, sulla vita privata dei dipendenti. La ricerca di informazioni personali sul candidato tramite le reti sociali è quindi da considerarsi illecita e sanzionata penalmente.
Sia in Francia che in Italia sarebbe auspicabile l’introduzione di una normativa a 360° che copra tutte le problematiche sin qui evocate. Una soluzione che possa aiutare a coniugare gli interessi aziendali con la privacy del lavoratore durante i “cinque minuti di pausa”, trascorsi su un social network, piuttosto che dinanzi alla macchina del caffé.
Fintanto che l’attuale situazione persiste, la prudenza è d’obbligo se non si vuol rischiare di perdere il posto di lavoro.

* Marie Brusa, Avocat à la Cour, Socio di Joffe & Associés

mercoledì 27 giugno 2012, di Marie Brusa