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Le riforme in Italia

Dalla presentazione del programma di governo “Mille giorni” alla Camera da parte del Primo Ministro italiano Matteo Renzi, di giorni ne sono passati, ad oggi, 330. L’azione delle riforme si è rivelata irta di ostacoli, causati essenzialmente da una parte della società che ne critica i contenuti e da una “minoranza” interna al PD stesso che ne critica la forma. Consultando il sito passodopopasso.it è possibile avere un quadro (composto da grafici, numeri, diagrammi e dichiarazioni) abbastanza completo di ciò che il governo vuol fare. Un altro discorso è accertare, al di là delle presentazioni da marketing e comunicazione (che sono comunque ben recepite) cosa è stato effettivamente fatto e quali riforme segnano quella “svolta” tanto invocata dai tre premier che si sono succeduti nell’epopea mistica della crisi.

Lo sblocca Italia

Con l’azione di governo sul dissesto idrogeologico si è arrivati a 450 cantieri aperti contro frane e alluvioni e 700 milioni di euro sbloccati per realizzare le opere. Lo sblocco di questi fondi è stato avviato con il decreto legge “Sblocca Italia”, che ha permesso alle opere di partire anche se sulla gara d’appalto è presente (come quasi sempre avviene) un ricorso del Tar, nella speranza di riuscire a velocizzare gli iter amministrativi. Questa riforma si è imposta dopo l’alluvione di Genova, dove, secondo esponenti del governo e del PD, i ricorsi al tribunale avrebbero bloccato i lavori sul torrente Bisagno. In realtà i lavori non furono mai sospesi né dal Tar né dal Consiglio di Stato. Lo hanno dichiarato gli stessi giudici amministrativi, smentendo i politici genovesi. Ci sono stati i ricorsi, è vero, ma le istanze di sospensione dell’aggiudicazione dei lavori sono state respinte. È importante ricordare che i provvedimenti amministrativi sono sempre immediatamente esecutivi. Il ricorso al Tar non ne sospende l’esecutività, che può essere sospesa solo dal giudice (in gergo c.d. sospensiva) su istanza di parte solo se il ricorso appare attendibile sul piano giuridico e se dall’esecuzione immediata dei provvedimenti derivi un pregiudizio grave e irreparabile al ricorrente. Analizzando il quadro generale, il dissesto in Italia deriva da anni di incuria e cattiva gestione, dove anche i più nitidi campanelli d’allarme sembrano essere stati ignorati. Di certo non sarà un decreto a cambiare la rotta. Il problema principale sembra di altro tipo, e cioè la gestione da parte di persone sbagliate al posto giusto. Ne è una prova lo scandalo del ponte Himera lungo l’autostrada A19 Palermo-Catania, inaugurato il 23 dicembre e crollato il 31 dello stesso mese. Anche questa storia parla di errori di costruzione e nella struttura, di controlli omessi e cattiva gestione dell’opera, frutto della famigerata “Legge obiettivo” del governo Berlusconi, grazie alla quale controllori e controllati si mescolano e si danno la mano. Il nuovo ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, persona dai più considerata competente e morigerata, ha promesso l’abolizione di questa legge e una riforma più strutturata degli appalti e dei lavori. Un passo avanti sicuramente è stato fatto con l’istituzione del reato ambientale, incredibilmente inesistente fino al 22 maggio del 2015, nonostante l’ecosistema italiano sia uno dei più variegati e fragili del mondo.

Economia e finanza

L’azione di governo si muove nelle (strette) maglie dei vincoli europei. È stato approvato l’investment compact, che prevede la riforma delle banche popolari, che hanno l’obbligo di trasformarsi in S.P.A se hanno un attivo di 8 miliardi di euro. Contenuti nell’ “accordo”, per dirla all’italiana, ci sono anche la portabilità gratuita dei conti correnti, la costituzione di una Società di servizio il cui obiettivo dovrà essere la ristrutturazione, il riequilibrio e il consolidamento industriale di imprese italiane in difficoltà patrimoniali, ma con buone prospettive industriali ; la nascita delle categorie di PMI innovative, che prevedono una spesa in ricerca e sviluppo del 3%, l’impiego di personale altamente qualificato oppure detentrici di brevetti registrati alla SIAE ; la trasformazione dell’istituto SACE ( che si occupa di assicurazioni sui rischi a cui sono esposte le aziende italiane nelle loro transazioni internazionali e negli investimenti all’estero) in banca per rafforzare l’export e l’internazionalizzazione dell’industria italiana.
Anche qui la disamina della riforma porta con se uno strascico di polemiche. Già prima dell’approvazione del Decreto Legge del 20 gennaio, come scrive Gerevini sul Corriere della Sera, “alcuni soggetti di base a Londra” avevano “creato posizioni anche rilevanti in azioni delle banche popolari italiane”. Tra le banche che hanno maggiormente beneficiato delle speculazioni londinesi c’è anche quello della Popolare Etruria e Lazio, di cui il vicepresidente è Pier Luigi Boschi, il padre del ministro per le Riforme Maria Elena Boschi. In più com’è possibile, nonostante la sensibilità della notizia (tanto che le bozze distribuite ai piani alti erano state tracciate per individuare una eventuale fuga di notizie), che molti lobbisti della capitale inglese ne avessero già una bozza a disposizione il 13 gennaio ? Ai ben introdotti bastava andare alle pagine 22 e 23 per trovare le nuove norme sulle popolari e sulle fondazioni bancarie, e poi muoversi sul mercato di conseguenza. Un’altra zona oscura di tale decreto è nel suo fine dichiarato : attrarre fondi esteri, anche sovrani. Infatti c’è una norma che congela le regole fiscali per chi investe in Italia oltre 500 milioni. Nel decreto, però, il governo si dimentica di dichiarare le attività strategiche per lo Stato che devono restare in mano pubblica. In poche parole, i fondi sovrani cinesi e mediorientali potranno investire in Italia di più e in modo più diversificato, così come i fondi pensione statunitensi, che avevano ignorato l’Italia in precedenza. Ma se da una parte un’economia ricca di capitali è un’economia forte, è anche vero che senza dichiarare cosa è strategico per il nostro Paese si corre il rischio di speculazioni e svendite dell’apparato industriale. Molti capitali islamici sono in Unicredit, in Alitalia, nella moda con Valentino, nelle carni Cremonini e in Aeroporti Roma. Dichiarare che, ad esempio, Metroweb (fibra ottica) è un asse fondamentale dove nessuno può metterci i soldi sarebbe utile per evitare vecchi errori delle grandi privatizzazioni degli anni ’90 (vedi Telecom).
Quest’analisi di due delle riforme più importanti fanno intendere come sia difficile e lunga la strada del governo Renzi. Le contestazioni toccano quasi tutti i provvedimenti e nella seconda parte della disamina (nel prossimo numero) si avrà un quadro più completo della struttura legislativa in atto.

mardi 4 août 2015, par Giuseppe De Lauri