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Le sorelle Macaluso

ovvero la psicanalisi dei vulcani

C’è gente che pretende di andare a teatro e di uscirne indenne, anzi edotta. Queste persone costituiscono probabilmente la maggioranza dei frequentatori dei teatri : arrivano ben vestiti, pettinati di fresco, profumati ed esigono di ripartire nello stesso stato, con in più il sorrisetto soddisfatto di coloro che hanno partecipato ad una serata gradevole, ma non per questo meno istruttiva e se possibile piena di buoni sentimenti.
Per queste persone, assistere alla rappresentazione de « Le sorelle Macaluso », ultima creazione della palermitana Emma Dante, dovrebbe essere obbligatorio. Ne usciranno fatalmente spettinate, ma anche, per una volta, rese edotte di una verità fondamentale : non si dovrebbe uscire indenni dal teatro, come non si esce mai indenni dalla vita.
Di cosa si tratta, dunque ? Lo spettacolo racconta, in un’ora e mezzo circa, la vita di una decina di persone, i drammi e gli amori di una coppia e delle loro sette figlie, « povera gente » come il cinema italiano ci aveva abituato a presentarcene, prima che Berlusconi e il credito bancario ci facessero prendere per degli americani. Queste vicissitudini ci vengono letteralmente gettate in faccia, con la stessa innocente violenza di un’eruzione vulcanica, su una scena nuda, dove campeggiano solo qualche crocifisso, qualche scudo e qualche spada di latta. Simboli, più che accessori, di questo straordinario spettacolo, che si situa in effetti qualche parte tra il teatro dei pupi e quello dei misteri (ma sul versante dell’indimenticabile “Mistero Buffo” di Dario Fo). I monologhi e i dialoghi, recitati per lo più nei dialetti d’origine dei protagonisti (e non solamente in siciliano) hanno la crudezza della vita e l’eleganza di un combattimento di boxe e se non sono sempre totalmente percettibili, anche da chi parla l’italiano e capisce un po’ i dialetti del sud, non lasciano mai il minimo equivoco su quello che si agita in scena e nel cuore dei personaggi.
Gli attori, anzi, i performer, perché in questo spettacolo si salta, si danza e si canta, quando non si piange, sono straordinari. Per avere avuto il piacere d’incontrarli dopo lo spettacolo, posso testimoniare che neanche loro ne escono indenni, e che Emma Dante ha saputo costruire i suoi personaggi andando a scavare nella verità di ciascuno degli interpreti. Non avrebbe senso metterli in competizione tra loro, citandone l’una piuttosto dell’altro, tanto è evidente che si tratta di una performance collettiva, dove ognuno si carica dell’energia degli altri.
La drammaturgia alterna sapientemente le scene di eruzione vitalista a quelle di morte, perché di morte è sempre questione, in questa storia, e della morte più crudele ed incomprensibile, quella dei nostri figli. In questa forma vulcanica del racconto, più che nell’uso del dialetto, mi pare risiedere il tratto più tipicamente siciliano della rappresentazione. I Macaluso, padre, madre e figlie, si abbracciano, si baciano, si palpano, si picchiano, si insultano e si sbracano dal ridere, e riescono così ad accettare la loro vita, il loro destino e la sua imperturbabile crudeltà. Fino alla magnifica scena di catarsi finale, che sembra uscire come un’apparizione dai sotterranei delle catacombe dei Cappuccini di Palermo, e che immerge lo spettatore in uno stato quasi estatico, dal quale diventa necessario strapparsi fuori con l’applauso, per non finire per annegarcisi.
La tournée francese delle sorelle Macaluso è terminata in aprile. Se per vostra sfortuna non avete potuto assistere a questo spettacolo fuori dal comune, vi lascio riflettere su questa frase, che, se non dirà nulla della sua potenza espressiva, potrebbe aiutarvi almeno a coglierne il senso : per gioco, i bambini lanciano sassi alle lucertole. Le lucertole muoiono per davvero. Meditate gente, meditate.

vendredi 17 juin 2016, par Franco Lombardi