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Les Jours Heureux di Gilles Perret

Uscito in novembre, il film di Perret racconta per la prima volta la storia del CNR, il Consiglio Nazionale della Resistenza e della redazione di un programma rivoluzionario – l’equivalente della nostra Costituzione – che ha portato la Francia ad essere lo Stato sociale che è. Tra i testimoni d’epoca che guidano in questo percorso storico-emotivo, Léon Landini, resistente dell’FTP-MOI.

Foto di Veronica MecchiaI fatti: durante l’occupazione nazista della Francia, il Consiglio Nazionale della Resistenza (nato il 27 maggio 1943) adotta nella clandestinità (siamo il 15 marzo 1944) un programma rivoluzionario, con un piano «immediato» con il quale sbarazzarsi dell’occupante e un programma politico molto più ambizioso che porterà alla sécurité sociale, ai comitati nelle imprese, alla libertà della stampa, alla nazionalizzazione di un certo numero di servizi ai cittadini … a quello stato sociale che in Francia esiste ancora oggi.
Il film è strutturato esattamente così: una prima parte in cui Léon Landini, resistente di origine italiana (toscano) che faceva parte dell’FTP-MOI racconta le gesta sue e dei partigiani, filmato sui luoghi. E una seconda parte dove resistenti, storici e politici raccontano, in modo più riflessivo, come si è arrivati al programma del CNR e in che modo secondo loro questo influisce sul presente. C’è anche una terza parte che costituisce la vera forza del film ed è quella in cui il regista va a interrogare presidenti della Repubblica (Sarkozy, Hollande) o politici molto presenti nella scena politica francese, da Mélenchon a Bayrout o Copé. Persone che citano regolarmente il CNR e il famoso programma ma che in gran parte non sanno neanche come e perché sia stato fatto, né tantomeno cosa contenga.
Una ricerca lunghissima che si nota anche nelle interviste a storici e nelle citazioni di archivi, ma che lascia tutto lo spazio necessario al lato umano ed emotivo della storia. «Les Jours heureux» non è un documentario, si vede come un film, a mano a mano si impara a conoscere i quattro testimoni principali (Léon Landini, Stephane Hessel, Raymond Aubrac, Daniel Cordier, segretario di Jean Moulin), cresce l’ammirazione, l’empatia, anche un po’ di spirito ribelle, forse per contagio.
Gli italiani non possono che innamorarsi di Léon Landini, classe 1926, figlio di genitori comunisti che si sono rifugiati in Francia per sfuggire il fascismo, ancora oggi cittadino impegnato, innanzitutto perché i 52 amici che hanno dato la vita per un futuro migliore sapevano che ci sarebbe stata gente come lui che avrebbe portato avanti le loro idee e i loro valori. Landini racconta che la Resistenza è stata un fatto d’armi, che si è trovato a 16 anni a fare il suo primo deragliamento, che poco più grande uccideva i tedeschi (“uccidere non è umano, una volta ho visto per qualche secondo delle farfalle bianche che uscivano dal mitra”, commenta), che ha conosciuto la prigione, la tortura per mano di Klaus Barbie, la morte degli amici (anche se mai nessuno di fronte alle peggiori torture ha parlato) ma anche che allora « tutto era possibile ». «Il programma non è stato redatto con la penna ma col sangue di coloro che sono morti per darci un mondo in cui si vive bene, non il mondo odierno», dice. Oggi non si può dire « non possiamo farci niente », ci vuole coraggio ma si può lottare contro le piaghe che distruggono il pianeta, come l’economia globalizzante.
Landini è presidente dell’Amicale Carmagnole-Liberté dei « Francs-tireurs et partisans - Main-d’œuvre immigrée » (FTP-MOI) e si batte ancora oggi per ridare lustro ai partigiani stranieri che hanno liberato città intere ma il cui ruolo per ovvie ragioni di orgoglio nazionale non è mai stato riconosciuto. E’ uno dei testimoni del progetto “Partigiani e resistenti: i geni dell’antifascismo” realizzato dalle Associazioni Fratellanza, Emilia-Romagna di Parigi e Liegi, in collaborazione con l’ANPI, i Jardins numériques e la Leonardo da Vinci di Liegi e un suo ritratto realizzato da Chiara Zappalà sarà presto disponibile online (www.resistenti.eu) e su Focus in (la foto del riquadro è di Veronica Mecchia e fa parte della mostra che sarà allestita in Francia, Italia e Belgio all’inizio del 2014).

venerdì 6 dicembre 2013, di Patrizia Molteni