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Loro di Napoli

Una storia di sport e integrazione

In Italia, si sa, il calcio è una vera e propria istituzione.
A Napoli, la città del calcio e Maradona, avviene una sorta di miracolo. E stavolta non è quello di San Gennaro. A compierlo è l’Afro-Napoli United, squadra che gioca in tornei amatoriali, nei campi della periferia nord di Napoli, vincendo sempre.
Fin qui, nulla di strano. Se non fosse che la squadra è composta da migranti partenopei provenienti dall’Africa e Sudamerica, napoletani provenienti da quartieri difficili e giovani nati da genitori stranieri (dunque considerati anche loro - secondo la legge e lo Stato italiani - stranieri). Tutto bene, finché l’Afro-Napoli non decide di misurarsi con il calcio vero, con le classifiche ufficiali e iscriversi alla terza divisione della FIGC.
Quello che potrebbe essere un percorso normale per qualsiasi squadra di calcio, per l’Afro-Napoli non lo è affatto : il tesseramento di alcuni ragazzi diventa per Antonio, Presidente della squadra, una vera e propria lotta contro la burocrazia sportiva e le leggi italiane.
E questa lotta ha un nome : permesso di soggiorno a lunga durata e certificato di residenza.
Loro di Napoli è all’inizio semplice osservazione : la squadra, i tesseramenti. In un secondo momento si apre alle storie dei protagonisti, ai loro luoghi, alle loro vite, ai loro sogni, al loro bisogno di affermazione di sé.
Lello è nato e cresciuto a Napoli, nei Quartieri Spagnoli da madre marocchina e un padre che non l’ha mai riconosciuto. Pur avendo frequentato la scuola, non risulta mai registrato all’anagrafe. Un apolide.
Maxime, ivoriano, ex under 17 della nazionale del suo Paese, ha lo sguardo di chi in Italia arriva da fuori. Vive in una baracca alla periferia di Pianura e sogna di giocare, un giorno, in una squadra di Serie A.
Adam, originario della Costa d’Avorio, adottato da una famiglia napoletana, vive a Secondigliano, parla in dialetto, si muove nella sua città, Napoli, con la svogliata disinvoltura di qualsiasi suo coetaneo. Come afferma il regista, Adam “è italiano, è napoletano, è l’evidenza incarnata di un’integrazione possibile. Anzi, Adam è cosi dentro il contesto della sua città da viverne tutti i rischi, gli stessi che ogni adolescente di Napoli affronta”.
Accanto ai ragazzi, c’è sempre Antonio, il presidente allenatore. È lui a muoversi tra anagrafe, questura e altri infiniti uffici pubblici. È lui ad aver creato la squadra, con il sogno di offrire un’occasione di integrazione e riscatto ai suoi giocatori.
Due anni di riprese, molte pause e momenti critici. Quasi completamente autoprodotto, ad oggi ancora sprovvisto di una distribuzione ufficiale. Eppure queste difficoltà non hanno impedito al secondo documentario di Pierfrancesco Li Donni di vincere il Premio come Miglior Film italiano al Festival dei Popoli di Firenze nel 2015 e come miglior film internazionale al FIBA (Festival International de Programmes Audiovisuels) di Biarritz e il Premio Télérama come miglior film internazionale.
Le vite di Lello, Adam e Maxime raccontano anche lo scontro quotidiano tra l’integrazione, ormai inarrestabile, i cavilli e l’ostilità della legge italiana.
Ci offre la possibilità di scoprire un microcosmo forse ancora poco conosciuto, la realtà di una Napoli periferica, in cui la battaglia dell’integrazione e della convivenza si gioca nei campi da calcio, negli uffici comunali, all’interno delle case.
Un’integrazione e convivenza non solo possibile, ma preziosa. Perché “L’oro di Napoli”, sono anche “Loro”.

vendredi 17 juin 2016, par Cristina Morello