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Lucio Parrotto, il minatore indomito

Ci fa un po’ male al cuore riprendere la nostra rubrica
«Il bello dell’Italia» parlando di qualcuno che è deceduto (in aprile di quest’anno). Non che non ci siano dei viventi che meritano di apparire in questa rubrica, ma il caso di Lucio Parrotto ci è parso troppo esemplare per non parlarne.

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Lucio Parrotto (al centro) all’interno del suo Museo del Minatore, in compagnia di uno dei nostri più fedeli lettori, Rocco Macagnino, anche lui originario di Casarano, che ci ha trasmesso l’essenziale delle informazioni per questa pagina.

L’avventura di Lucio comincia nel secondo dopoguerra, quando il Governo Italiano stipula un accordo col Belgio, grazie al quale 50.000 lavoratori italiani furono mandati a lavorare nelle miniere. L’Italia percepiva per ogni lavoratore 200 chili di carbone che servivano alla ricostruzione del paese. La storia di Lucio Parrotto è dunque la storia di uno di queste migliaia d’emigrati partiti un giorno per guadagnare (o perdere !) la vita scendendo fino a mille metri sotto terra. Ancora qualche cifra: dei 140.000 italiani partiti per lavorare nelle miniere belghe dal 1946 al 1956, 867 sono morti in fondo ai pozzi, 35.000 sono rimasti invalidi a seguito d’incidenti sul lavoro, 20.000 sono deceduti negli ospizi per incurabili (se volete, potete leggere che son morti di silicosi), 150 sono morti in manicomio.
Lucio Parrotto ha rischiato di far parte di queste tragiche statistiche : l’8 agosto 1956 sta lavorando, come 273 altri colleghi, nel pozzo del Bois du Cazier, sul sito di Marcinelle, quando scoppia un incendio. 262 minatori, fra i quali 136 italiani, periscono in quello che resterà il più grande disastro minerario del Belgio. Il nostro uomo fa parte dei 12 miracolati che escono vivi, dopo esser rimasto più di 24 ore sepolto a quasi 900 metri sottoterra. Dopo averlo estratto dalle rovine, i soccorritori decideranno di cessare le ricerche, con un laconico e agghiacciante « Tutti cadaveri ».
Tornato in Puglia 30 anni più tardi, nella sua cittadina natale di Casarano, Lucio Parrotto si mette subito al lavoro per evitare che il sacrificio dei suoi compagni sia dimenticato. La sua ragione di vita, ormai, è di difendere la memoria e la dignità di una categoria di lavoratori emigrati che ha fatto tanti sacrifici ed ha pagato un prezzo così terribile per partecipare alla ricostruzione dell’Italia, traendono infine così poco profitto, al contrario di una certa casta di affaristi e politicanti.
Nel 1996 il suo primo sogno si realizza, con la costruzione del monumento al minatore di fronte all’ospedale cittadino. Seguirà, nel 2002, la concretizzazione del gemellaggio tra Casarano, Charleroi (la città belga capitale del bacino del carbone) e Manoppello, la cittadina abruzzese dalla quale veniva il maggior numero d’italiani morti a Marcinelle.
Infine, il 26 maggio 2006 il museo del minatore apre i battenti nei locali messi a disposizione dal Comune : Lucio può infine esporvi tutti gli oggetti che ha riportato con lui dal Belgio o che ha raccolto in tutti questi anni : vestigia e ricordi, documenti ed attrezzi, abiti di lavoro e foto, che ricostruiscono un percorso virtuale nelle viscere della terra, per rendere omaggio a tutti coloro che erano stati arruolati, volenti o nolenti, nella terribile guerra del carbone.
Grazie a questo museo (che potrete visitare da casa vostra, consultando il sito internet www.museodelminatore.it) Lucio Parrotto ha potuto coronare una vita esemplare, quella di un italiano qualunque, un lavoratore che non ha mai cessato di battersi per la dignità della sua storia e di quella di tanti come lui.
Vogliamo terminare citando qualche frase di quest’uomo, che, parlando del suo lavoro di minatore, testimonia del suo carattere indomito, ma anche dell’acutezza della sua visione della realtà.

«Lavoravamo in condizioni disumane, come bestie, senza aria e luce e con la morte come compagna; si lavorava con temperature che superavano i 45 gradi in cunicoli alti 30 centimetri (…). Dopo il lavoro si tornava a casa, cioè nelle baracche di lamiera ondulata con il fondo in terra battuta; erano le baracche dei campi di concentramento dei tedeschi lasciate dopo la seconda guerra mondiale, dove non era stato tolto neppure il filo spinato che le circondava. (…) Se qualcuno di noi non ce la faceva o si rifiutava di continuare a lavorare, veniva rinchiuso in un luogo di detenzione chiamato Petit Château a Bruxelles, finché non era rispedito a casa col primo treno utile. (…) Per noi non c’erano garanzie. Nonostante il disastro di Marcinelle fummo abbandonati dal governo italiano e per ottenere il passaporto dovevamo passare visite mediche e controlli di buona condotta. Quando siamo tornati in Italia, tutti gli uffici sanitari che si dovevano preoccupare di accertare le nostre condizioni di salute ed avviare le pratiche di sostegno al riconoscimento di malattie professionali come la silicosi, li abbiamo trovati chiusi. Il nostro sacrificio serviva a risolvere molti problemi: rendeva ricco il Belgio, consentiva all’Italia di risollevarsi dalle rovine della seconda guerra mondiale, consentiva alle nostre famiglie di superare la miseria nella quale versavano e toglieva al governo italiano il problema del lavoro nel sud Italia. Fatta eccezione per le nostre famiglie che soffrivano con noi, il resto veniva fatto sulla nostra pelle.
Tutto questo non lo diciamo per spirito polemico; lo diciamo perché è la verità dei fatti, nella speranza che il nostro sacrificio non venga dimenticato e che ne resti memoria per le future generazioni
”.

giovedì 8 dicembre 2011, di Franco Lombardi