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Mafia’s way of life

Grazie al lavoro delle associazioni, “Libera” in testa, in questi ultimi mesi i parigini hanno potuto assistere ad incontri di altisimo livello come, appunto, quello di Cavalli e Civati. In questi casi l‘attenzione si concentra, a giusto titolo, su “nomi, numeri ed infami”, come titola Cavalli. Ma c’è un comportamento mafioso che è entrato a far parte della quotidianità di individui, imprese e persino associazioni e che permette alla mafia di vivere.

Un po’ come la mancanza dei valori e di pensiero berlusconiana penetrata nell’inconscio di una parte degli italiani, questo comportamento fa sì che non ci si stupisca né ci si indigni più di niente. E’ di questo comportamento che vogliamo parlare : l’anti-mafia e l’anti-berlusconismo passano necessariamente attraverso la cultura e l’educazione civica.

Lezione 1 : la “grande famiglia”


Alla base della mafia : la famiglia, di tipo patriarcale, con un padrino cui spettano tutte le decisioni e il rispetto della comunità. Un fenomeno che il sociologo americano Edward C. Banfield ha definito “familismo amorale” (Amoral familism, 1958) in base ad una ricerca sul campo in un piccolo paese dell’Italia meridionale sul ruolo della cultura familiare nello sviluppo sociale ed economico in una determinata area geografica. Questo piccolo centro urbano, che presentava vistosi tratti di arretratezza, venne chiamato nel saggio, convenzionalmente,“Montegrano” e i suoi abitanti “Montegranesi”. Utilizzando strumenti metodologici diversi (osservazione diretta, interviste e test psicologici a campioni rappresentativi della popolazione, dati provenienti da archivi pubblici e privati) il sociologo mise a punto dei dati che in seguito vennero comparati con gli stessi dati rilevati in un paese della provincia di Rovigo e nel Kansas.

Convinto, come Tocqueville, che nei paesi democratici la scienza dell’associarsi sia madre di tutti gli altri progressi, ed attraverso lo studio di Montegrano, l’autore arrivò a ipotizzare che certe comunità culturali presenterebbero una concezione estremizzata dei legami familiari che va a danno della capacità di associarsi e dell’interesse collettivo. Gli individui sembrerebbero agire come seguendo la regola : massimizzare unicamente i vantaggi materiali di breve termine della propria famiglia nucleare, supponendo che tutti gli altri si comportino allo stesso modo”. L’amoralità non sarebbe quindi relativa ai comportamenti interni alla famiglia, ma all’assenza di ethos comunitario, di relazioni sociali morali all’esterno della famiglia.

La famiglia però può anche essere una metafora di una comunità. Associazioni ed imprese a conduzione familiare, anche se nel tempo hanno allargato la sfera dei propri impiegati/associati, magari favorendo matrimoni ed unioni tra impiegati e il nucleo familiare di origine, gestiscono la comunità come se fosse “una grande famiglia”. D’altra parte questa definizione, spesso usata, è anche strategicamente utile al padrino-padrone : fa passare decisioni ingiuste, nascondendosi dietro i “gestisco come un buon padre di famiglia” e suscita nei dipendenti una sorta di affetto filiale e di interesse per gli affari di famiglia (che, insistiamo, non è la sua ed oltre al suo stipendio, se c’è, non può sperare in altra moneta di scambio).

In effetti, queste comunità sono delle famiglie allargate … ma non troppo. Le spesso coptate nuove reclute contano ben poco finché non passano quelle decine d’anni che permettono loro di oltrepassare la barriera della diffidenza. Ancora di più se mostrano di avere un minimo di intelligenza o di iniziativa. Si trasformano allora in potenziali usurpatori della patria podestà. Molto meglio qualcuno di meno intelligente o meno competente ma fedele, leale e soprattutto manipolabile.

Lezione 2 : mi faccia il piacere ! Clan e clientes

A quanto pare l’inventore del clientelismo è stato Romolo. I romani infatti furono i primi ad istituire i primi leccaculo della storia, i “clientes”. Erano gente della pleba e/o in difficoltà finanziarie che si legavano a un “patrono” per avere cibo, protezione, raccomandazioni o denaro. Una delle loro attività principali era la “salutatio mattutina” : si raccoglievano all’alba davanti alla casa del patrono per dargli il buongiorno. Ricevevano una “sportula”, un cestino pieno di cibo e regali. Un lavoro, insomma, che permetteva loro di sopravvivere. Ma al patrono chi glielo faceva fare ? Era un misura del proprio potere, più gente si radunava davanti a casa sua, più era visibile il suo potere. E – si direbbe oggi – la sua popolarità elettorale. Sì, perché dalla sportula siamo passati al voto di scambio e a favori pubblici. I clientes votano per questo o quel politico perché possono ricevere in cambio la “mazzetta” (pagamento in denaro) ma anche perché possono trovare un lavoro per sé o per la propria famiglia. Per i ruffiani altolocati può voler dire la direzione di un’ospedale, un appalto, un grosso contratto.

Come evidenzia il rapporto 2010 di Transparency International (organizzazione internazionale che si batte contro la corruzione e per la promozione dell’etica) nel nostro paese la fiducia nella trasparenza e nella legalità degli affari pubblici è scesa a 3,9%, ponendoci al 67° posto nel mondo, tra il Rwanda e la Georgia. Una rassegnazione, quella italiana, che viene da lontano. Ce lo spiega Carlo Tullio-Altan, antropologo, sociologo e filosofo, nel libro La coscienza civile degli italiani. Valori e disvalori degli italiani. Tra il 1500 e il 1700 quando in Europa cercavano di affermarsi nuovi valori come la solidarietà e il senso dello Stato, in Italia i Principati e le Signorie hanno lasciato “una diffusa asocialità, una mancanza di solidarietà al di fuori della ristretta cerchia delle famiglie e parentele, con un rifiuto totale, addirittura rabbioso, di ogni impegno morale e politico nell’interesse della collettività…. La politica delle fazioni, la struttura clientelare del potere e quel diffuso stato d’animo che oggi viene chiamato qualunquismo affondano le loro radici in quel terreno”. Sono questi “disvalori”, come li definisce Tullio-Altan, che fanno proliferare il comportamento mafioso basato sul clan e sui “favori”.

L’individuo in tutto questo che c’entra ? Per un dirigente di un’impresa è più facile ottenere favori da un politico (l’appalto, il contratto, il condono, un occhio chiuso sull’inquinamento provocato dall’impresa) se in cambio gli fa regali e favori : la messa a disposizione di macchine, aerei, alberghi lussuosi, persino ragazzine ben disposte. E’ schifoso, ma il rapporto è chiaro, si chiama “voto di scambio” o “corruzione” e, come ci dice Transparency international non stupisce neanche quattro persone su 10. Ma ci sono anche tutti quelli che non hanno potere economico, i clientes di Romolo. La loro risorsa sono i voti o i consensi che possono radunare. Ritroviamo allora il comportamento mafioso anche in contesti insospettabili e inconcepibili. Grosse associazioni possono diventare una riserva di voti molto interessante, anche per elezioni di piccolissima portata.

Il linguaggio usato da alcune di queste associazioni ricalca il lessico del clan. Quante volte avete sentito dire “quello è uno dei nostri” (appoggiando fortemente sul “nostri”) o “smuovete i cammelli” per dire che bisogna fare numero o persuadere la gente a votare. Ma come si fa a convincere un cammello ? Basta fargli intravedere un miraggio. E ritorniamo ai favori. Nella testa della gente, il presidente di associazione è un “potente” (falsità totale), proporzionalmente al numero di cammelli che può smuovere. E’ uno che può intercedere presso le autorità locali, le istituzioni, che ha amici altolocati. Può sempre servire, insomma. Non solo : questi potenti sanno come fare per far passare una cortesia normale o addirittura un diritto come un grande favore che vi stanno facendo. Se trovare uno stage alla nipote del vicino di casa in Italia o aiutare una persona a riempire una pratica che non capisce, sono tutti lodevoli iniziative di solidarietà e del vivere in comune, quando il vicino è, non dico Moubarak, ma assessore regionale, per esempio, o la pratica è comunque dovuta si crea la strategia del favore : ricambiare sarà un obbligo.

Lezione 3 : Cose nostre

A questa economia del favore, deve naturalmente corrispondere il bisogno del favoreggiato. Nei luoghi della camorra – ce lo spiega chiaramente Roberto Saviano – i ragazzi hanno la scelta tra il guadagno facile con il mafioso locale o morire di fame perché il lavoro, per loro, non c’è. Il principio dell’”offerta che non si può rifiutare”. Il clan deve dare ai suoi accoliti dei vantaggi, se no, se si potesse lavorare al di fuori di esso, non avrebbe senso la scelta di farne parte. Si viene a creare quindi un “noi”, circolo chiuso, contro gli altri, i nemici. E come in tutte le guerre i nemici vanno distrutti, annientati. E’ un esempio per i “loro”, casomai pensassero che si può rifiutare impunemente di stare dalla loro parte.

Ci sono i mafiosi veri che i nemici li annientano fisicamente, con un codice ben preciso in base al reato che il pover’uomo avrebbe commesso (eccessiva onestà, lotta aperta contro di loro o semplice testimonianza).

La mafia d’animo, invece, quella comportamentale, usa armi più sottili. Per esempio possono imperdirti di trovare un lavoro o di avere un appalto, facendo girare voci tra gli amici del clan, oppure possono far appello ai loro avvocati e sommergere le persone o le imprese (meglio ancora se piccole) di denunce e processi : gli avvocati, se li possono permettere, le prove, le possono fabbricare, che problema c’è ? In altri termini, possono rovinare la vite di persone ed enti non grati togliendo loro i mezzi di sussistenza economica e sociale. Un comportamento che si applica ai nemici di sempre ma anche ai traditori, quelli cioè che scelgono di emanciparsi dalla morsa della “grande famiglia”.

In Francia, una “pentita” che aveva lavorato in una grossa associazione, ci ha confessato che aveva paura di avere altre rappresaglie e che preferiva non testimoniare per la propria pace mentale.

Lezione 4 : potenti e potentati

Al padrino-padrone la paura e l’interesse danno l’impressione di onnipotenza e di impunità. Tramite la loro rete di parenti ed amici troveranno sempre un politico o un funzionario che copre i loro atti o che aggiusta le cose nel migliore dei modi.

Così ci si guadagna tutti : il politico si assicura voti, il funzionario la stima del politico e del potente, magari pure una bustarella, il potentato il diritto di fare esattamente quello che gli pare.

L’atteggiamento mafioso - anche a livello quotidiano - diffonde un sistema basato sui favori, legittima l’introduzione delle mafie - quelle vere - nelle istituzioni e favorisce l’illegalità nella vita professionale e sociale.

In America, negli anni 90 lo studioso J. S. Coleman aveva introdotto il concetto di “capitale sociale”, l’insieme di risorse collettive che appartengono a una città, a una regione, a una provincia. Più il capitale sociale è forte, più si potrà agire per un cambiamento e influire sulla politica e sulle istituzioni per il bene di tutti. E’ una questione di cultura che si basa su una cosa fondamentale : il rapporto con le leggi, le istituzioni, la Costituzione. Se ciascuno di noi avesse ben chiara la differenza tra diritto e favore, si eviterebbe di cadere nella trappola dello scambio, dell’obbligo, del paternalistmo clientelare. Se individuasse il comportamento mafioso, lo denunciasse, se ricominciasse a pensare al bene di tutti piuttosto che solo agli interessi suoi e della sua famiglia, se ciascuno di noi si comportasse da cittadino, allora questo comportamento non troverebbe spazio.

dimanche 10 avril 2011, par Patrizia Molteni