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Matteo Renzi, maratoneta delle riforme


Il premier sprinter che saliva le scale tre a tre è diventato maratoneta : non più una riforma al mese ma dal 1° settembre si è dato 1000 giorni, con scadenza verso maggio 2017. Tra le tante in discussione poche sono arrivate alla seconda lettura parlamentare così come poche di quelle approvate sono arrivate al decreto attuativo.
Il governo di Renzi ha predisposto un sito, il cui indirizzo www.passodopopasso.it dà la cifra del cambiamento, non più tutto subito a rullo compressore ma una riforma dopo l’altra, con tanto di contatore di giorni - 0030/1000 – ben in vista. Una buona cosa poiché non si capiva come, se non a forza di fiducie e di decreti, si potessero fare delle riforme così impegnative in così poco tempo, ma attenzione Matteo : Roberto Benigni sta contando, l’ha detto a “Ballarò”, e gli manderà un messaggio tutti i giorni “meno 970, 969, 968”… Sicuramente Benigni ha ben altro da fare, ma quello che ha voluto far passare è il messaggio che ha dato a fine intervista, bellissimo : “ricordiamoci il futuro”.
Il sito “passo dopo passo” annuncia in “blocchi” colorati le misure del governo : 13.000 docenti in più per il sostegno dei disabili (con un blocco separato per la “la buona scuola”, 12 punti che sono una buona base ma di cui non viene spiegato come saranno implementati), un’infografica sul nuovo Senato e tutti i cantieri dello sblocca-Italia. Completano il sito i link ai social network e l’immancabile filo diretto con i twit del governo. Un sito al passo coi tempi ed efficace che dovrebbe corrispondere al governo in carica.
Quello che non troverete invece sono gli strumenti per valutare la pertinenza e l’efficacia reale delle riforme. Prendiamo un solo esempio : il Jobs Act [1] e a questione dell’articolo 18, che sta infervorando l’Italia tutta. C’è chi, come i sindacati e i lavoratori, lo considera un “simbolo” e chi, i riformisti, lo vede come una prova di forza per dimostrare che è un governo che va avanti, facendo quello che ritiene giusto.

Articolo 18, non ancora al museo delle cere

Introdotto nel 1970 dal governo di centrosinistra presieduto da Aldo Moro, l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori introduceva diverse misure per tutelare i lavoratori. Una di questa è l’obbligo di reintegro per i licenziamenti senza una giusta causa, in altre parole un datore di lavoro non può licenziare un dipendente semplicemente perché gli sta antipatico o perché improvvisamente vuole assumere al suo posto il figlio dell’amico e neanche la segretaria che non cede alle sue advance. La legge Fornero aveva modificato la “giusta causa” con il “motivo discriminatorio” che non cambiava di molto il concetto : l’articolo 18 elimina il “servilismo” (come lo definisce Susanna Camusso) del lavoratore e tutela la sua dignità.
La riforma prevede anche l’abolizione di altre piccole conquiste dello Statuto dei lavoratori : per esempio in nome di “mansioni flessibili” dei “nuovi modi di lavorare che richiedono comportamenti più duttili e responsabili” si potrà “demansionare” il lavoratore, cioè togliergli i compiti che ha e dargliene altri, in parole povere se l’azienda non ha bisogno del lavoro che fai, può metterti a fare le fotocopie o il caffè per il capo (si chiama mobbing, in Francia “harcèlement” e, qui, costituisce motivo per andare al Tribunale del Lavoro). Idem, si intende sviluppare il telelavoro, al passo anche qui con le nuove tecnologie, introducendo un “controllo a distanza”, una sorta di webcam che ricorda il “grande fratello”.

L’articolo 18 (e con esso lo Statuto) sembrerebbe il “basic” di qualsiasi contratto di lavoro, ma Renzi non la pensa così. Va eliminato, dice il Premier, perché coinvolge solo 2500 persone, perché si applica solo alle imprese con più di 15 dipendenti e soprattutto perché il non poter licenziare quando e come si vuole impedisce gli investimenti dall’estero nel nostro paese. E argomenta : “la memoria senza speranza è il museo delle cere”, peggio, “una cosa da Flintstone” (i Pierres à Feu, quelli di “Wilma, dammi la clava !”, ndr). Certo in un paese come l’Italia in cui la criminalità organizzata e l’evasione fiscale non esistono, non può essere che l’articolo 18 il deterrente principale. O no ?
Personalmente non capisco questo calcolo su cose che rappresentano un progresso, conquistate dopo anni di lotte. Secondo lo stesso principio, eliminiamo le elezioni visto che vota meno del 50% ; le tasse, tanto quelli che le pagano portano in cassa meno degli evasori, l’assistenza sanitaria perché gli ospedali sono saturi e succede che la gente muore perché non trova posto… Che principio è ? Non si potrebbe invece estendere l’articolo 18 alle aziende con meno di 15 dipendenti (che rappresentano buona parte dell’imprenditoria italiana), così magari implicherebbe più delle 2500 persone attuali (che comunque non vanno buttate con l’acqua sporca) ? Ancora : se gli investitori esteri sono attirati dal fatto di avere manodopera a basso costo di cui si può disporre a piacere, e che per questo si orientano verso i Balcani o la Cina, perché siamo noi che dobbiamo regredire e non loro che meritano condizioni di lavoro migliori ? E com’è che la Francia o la Germania dove non si può licenziare senza giusta causa e il mobbing è punito, sono più competitive di noi ?

Superlativi e dispregiativi

Per chi si fosse perso Matteo Renzi a “Che tempo che fa” il 28 settembre scorso, consiglio di rivederlo su youtube, anche solo per l’uso dei superlativi (avviso ai professori) : lui è il capo del “paese più bello del mondo”, l’insegnante è il “mestiere più bello del mondo”, il suo partito, “è il più forte d’Europa”, e così via. Ma come può essere il paese più bello del mondo se vengono disprezzati i pochi che lavorano ? L’ha detto pure il Cardinale Bagnasco : “Non ci sono dogmi di nessun genere per quel che riguarda le prassi sociali. Anche questo nodo deve essere affrontato con una sola intenzione, un solo obiettivo : bisogna valutare questa questione in chiave propositiva perché qualunque decisione, in qualunque modo si affronti l’articolo 18, deve mirare a creare posti di lavoro, altrimenti non serve a niente : vincerà un’idea ma non vincerà il bene di tutti”.
In cambio dell’articolo 18, il Premier butta la carta dell’eliminazione di tutti i contratti a progetto (gli unici ancora accessibili ai giovani), sostituendoli con un contratto unico a “tutele crescenti” in base all’anzianità, il che si potrebbe tradurre nelle “vecchie” garanzie solo per chi il lavoro già ce l’ha e in nessuna per quelli che riescono ad entrare adesso (se mai ci riescono), sempre i soliti precari, gli stessi che l’articolo 18 non hanno mai avuto la fortuna di praticarlo.

Altre carte sul tavolo : un sussidio di disoccupazione, un compenso orario minimo (che sarebbe 8€/ora lordi contro il 9,53€ della Francia), la formazione e l’assistenza. A chi perde il lavoro, si propone una formazione e un posto, con una sola possibilità di rifiuto, il tutto entro un anno dal licenziamento. Mai sentito parlare dei disoccupati di lunga durata ? E dei contratti di solidarietà, aiutati dal governo ? In Francia, dove il sistema di accompagnamento alla ricerca di lavoro esiste da decenni, sono stati questi ultimi a rendere possibile l’inserimento nel mercato di lavoro di tanti giovani e degli over 50.
Ma veniamo alla vera questione : con quali soldi ? Il premier dice di aver già trovato un miliardo e mezzo ma i sindacati temono che questo bottino – comunque insufficiente per coprire le spese – provenga dall’eliminazione della cassa integrazione e degli ammortizzatori sociali prevista nella riforma. Sarà pure una questione ideologica, ma io #stoconbagnasco.


[1Non si capisce cosa stia a significare la “s” di “Jobs”, visto che il lavoro in questo caso è un aggettivo e seguirebbe la regola del non accordo al plurale (come Independence Act o Sister Act). Anche nel caso si volessero indicare più lavori (i mini-job della Merkel che il governo sta pure studiando) o vengono considerati solo quelli e ci vorrebbe un altro aggettivo o un avverbio per qualificarli (Mini Jobs Act, Joke Jobs Act, At Last Jobs Act). Alcuni crittologi politici attivi sul web ci hanno visto un’allusione al JOBS Act di Obama che però stava per Jumpstart Our Business Startups, cioè “Avviamo o diamo una spinta alle nostre startup”, ma le startup nostrane avrebbero bisogno di molto di più che una spinta.

vendredi 10 octobre 2014, par Patrizia Molteni