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Meglio tardi che mai…

Battiato, De Gregori, Guccini

Il tempo non sembra averli presi di mira, lunghi periodi di assenza ma per ritornare in forza a risplendere dall’Olimpo della canzone italiana d’autore di cui restano tra le più belle colonne portanti, anche dopo 4… 5… 8 anni di silenzio. Tre gli attesi ritorni-novità: «Apriti sesamo» di Franco Battiato (Universal), «Sulla strada» di Francesco De Gregori (Serraglio Edizioni Musicali) e «L’ultima Thule» (davvero ultima !) di Francesco Guccini (EMI).

Battiato, Il magico ritorno del “cinghiale bianco”

«Apriti sesamo» arriva dopo cinque anni dall’ultima produzione d’inediti del “maestro”. La celebre formula magica che intitola l’album, invece di aprire l’accesso a una caverna svela una serie di dubbi in un filo narrativo intriso di citazioni, riferimenti filosofici (Glück, Rimsky-Korsakov…), secentisti e danteschi, oltre a riflessioni e meditazioni di stampo buddista. Ma in questi ultimi anni il compositore catanese non è certo rimasto con le mani in mano, dedicandosi a innumerevoli altri progetti, come la titanica opera lirica «Telesio». Infatti, nel nuovo racconto musicale risuona il Battiato più pop come quello più appassionato di musica operistica, instancabile suggeritore di “scomposizioni” ritmiche ardite.
Un Battiato anche combattuto: tra la condizione di cittadino indignato dai soprusi della politica e dalle prevaricazioni dell’economia da una parte, e quella dell’artista costantemente proteso alla ricerca di nuovi equilibri morali dall’altra. Il cantautore spazia da temi più intimi, in cui traccia uno spaccato della sua gioventù («Quando ero giovane»), ad argomenti di attualità e politica, come nel «Serpente», metaforica rappresentazione del denaro che «strisciava nelle città d’Occidente…». Qui l’accorato pianoforte rimanda direttamente a «Povera patria» del ’91 (dall’album «Come un cammello in una grondaia»).
Dall’ascolto, la spiritualità risulta il luogo eletto nel quale rifugiarsi, oppure dal quale ripartire per migliorare il mondo. Questa contrapposizione esistenziale è il tema forte che fa di «Apriti Sesamo» un disco d’ indagine interiore, come traspare anche nella scrittura. L’eleganza soprannaturale di «Un irresistibile richiamo» rimanda a Santa Teresa d’Avila (forse anche un affettuoso pensiero alla compianta Giuni Russo). È come se Franco Battiato, dopo averla metabolizzata, fosse riuscito a trascinare l’ira viscerale di «Inneres Auge» del 2009 a un livello più alto, nobilitandola nell’ultimo album, attraverso le liriche del primo singolo «Passacaglia», ispirato dalla composizione classica del sacerdote seicentesco Stefano Landi e scritta a quattro mani con il fido Manlio Sgalambro (un sodalizio artistico che ormai dura da quasi vent’anni).
L’album spalanca le sue porte al disagio della contemporaneità quanto alla ricerca del sublime, elevando il tutto con rimandi colti e poliglotti: in «Caliti Junku», si spazia dall’italiano al latino, dal vernacolo siciliano all’inglese.
Un album tra i suoi più riusciti e felici (testuali parole del «cinghiale bianco») che condensa, dal punto di vista musicale, il percorso artistico di una vita, raggiungendo l’agognato “centro di gravità permanente” con vertici di leggerezza e ineffabilità davvero notevoli.

De Gregori, la strada maestra…

«Sulla strada», il nuovo disco di Francesco De Gregori, segue di quattro anni il precedente «Per brevità chiamato artista» del 2008. L’ispirazione sembra facile: galeotto fu il libro «On the road», manifesto della beat generation scritto da Jack Kerouac, che il “Principe” confessa aver letto solo di recente, a 55 anni dalla sua pubblicazione. Così nasce la ballata elettro-acustica, singolo dell’album, dal ritmo piuttosto serrato e i raffinati interventi “pedal steel” che ritmano l’attacco: «Come un ponte su una cascata / Quel che vedi dai finestrini di questa macchina usata / è difficile capire cos’è, ma dev’essere strada…», canta l’artista in questo nuovo viaggio; il primo dopo la scomparsa dell’amico e compagno di ventura, Lucio Dalla (il berretto Lupo di Mare nella copertina sembra quasi evocarlo nel rimando allo storico duo di «Ma come fanno i marinai»).
Ma «Sulla strada» è solo la fodera dell’album, ricco di tante suggestioni: innamoramento, ironia, vita quotidiana e velata malinconia che sono il «mood» di una narrazione realistica e sognante del cantautore, corroborata dal consueto lirismo che lo contraddistingue. Nove racconti brevi con altrettanti colori musicali, in un assortimento che varia fluidamente dal folk-rock («Sulla strada», «La guerra») ai ritmi latineggianti («Omero al Cantagiro», «Ragazza del ’95»), passando per il «rebetiko» «Belle époque», fino al lento valzer che sostiene la romantica «Showtime».
Da citare l’acuta produzione di Guido Guglielminetti, bassista e fedele capo banda dalle ottime intuizioni, la seconda voce di Malika Ayane, accompagnamento di «Omero al Cantagiro» e «Ragazza del ’95», e ancora la collaborazione di Nicola Piovani, compositore e direttore d’eccezione degli archi di «Guarda che non sono io»; canzone in cui l’autore sembra nudo davanti alle sue parole, descrivendo il punto esatto dove finisce l’artista e inizia l’uomo.
La chitarra «on the road» di apertura lascia il posto agli accordi più pacati - dai toni più ambrati - nel finale «Falso movimento», dove Francesco De Gregori si espone disarmato: «Stasera sono un libro aperto, mi puoi leggere fino a tardi»: un invito che si consiglia di accettare.

Guccini, l’ultimo viaggio verso l’isola che non c’è…

Un viaggio atteso da 8 anni (dopo « Ritratti » del 2004) e annunciato dall’autore sullo sfondo di un mulino, quello del suo bisnonno, dove si è ritirato: «Da domani invece di macinare faremo una cosa curiosa, registreremo il disco che sarà pronto per Natale…», aveva detto Guccini nel breve video pubblicato su Youtube, un mese prima della recentissima uscita del nuovo album.
Sono passati 45 anni da quando Francesco Guccini ha inciso il suo primo disco, «Folk Beat» nel 1967. Con «L’ultima Thule» il cerchio si chiude, sempre in poesia, con le sue rime efficaci, costantemente coerente a se stesso (un’intera carriera su etichetta EMI). Otto brani inediti di riflessioni e considerazioni intimiste ci guidano in un «pellegrinaggio» ricco di riferimenti letterari, introspettivo, alla riscoperta di luoghi, ricordi e memorie d’infanzia del «bardo di Pavana»; con un occhio sempre attento alla storia italiana e alla satira sociale. Ma qui Guccini canta anche l’addio alla musica, confessando che quest’isola è il suo punto d’arrivo e che non ci sarà neppure un tour di concerti a supportarlo (scusate il nodo in gola). Lo stesso titolo, richiama alla leggenda di un’isola dispersa tra i ghiacci che, più che una sfida, rappresenta per lui un approdo; un attracco dopo tanto navigare.
Un ritorno alle origini - conclusivo ma potente - registrato nello studio del Mulino di Chicon, nel suo paese in provincia di Pistoia, con i « musici » di un tempo: Ellade Bandini, Juan Carlos «Flaco» Biondini, Roberto Manuzzi, Antonio Marangolo, Pierluigi Mingotti, Vincenzo «Vince» Tempera, ed i contributi di Paolo Simonazzi e Vittorio Piombo. Gente di gran mestiere, che sa cosa serve per accompagnare Guccini e come sublimare l’ascolto di una voce, forse meno tonante di quella di un tempo, ma sempre rotonda come la sua celebre « R ».
Può depistare un po’ l’inizio di «Canzone di notte n. 4»: un «siparietto» di scontro generazionale con teneri ricordi di nonni che invitano in dialetto a spegnere la luce e a dormire…
Poi parte la seconda, «L’ultima volta», dove ti senti a casa: un poetico elenco di ricordi implacabili per tutti. C’è sempre un’ultima volta in cui viviamo «quei» momenti, piccoli o grandi, senza sapere che sarà proprio l’ultima; quegli istanti che si trasformano in immagini per il resto della vita (…«Quand’è stata l’ultima volta / che hai sentito tua madre cantare?... /...leggendo il giornale / hai veduto tuo padre fumare?»); fino all’anticipazione della morte, che piomba senza avvisare che si tratta «del giorno dell’ultima volta» / …ed il ritmo del tuo respirare / che pian piano si ferma e scompare ». Flaco Biondini, coautore del brano, sostiene che l’ultimissimo verso sarebbe dovuto essere «…e toccarsi ben bene le palle», quasi a esorcizzare bravamente il presagio; probabilmente questa sarebbe stata la gag del concerto, che non ci sarà.
E al terzo brano, «Su in collina» - zac! - Guccini ti accoltella, dritto al cuore! Si tratta della traduzione letterale della poesia di Gastone Vandelli «Mort en culleina», una storia di resistenza partigiana interpretata qui come un cantastorie. La voce è rude e si avverte «il vento ghiacciato per la schiena», poi sul dorso scorre un brivido, prima e dopo l’assolo: il vilipendio del cadavere del compagno, tra il filo spinato, sfigurato da calci e pugni «di quegli assassini»; il cartello con la scritta beffarda «Questa è la fine di tutti i partigiani», la promessa di vendetta... 4 minuti e 53 che trasformano la musica in sequenze di quella guerra fratricida del post 8 settembre 1943 (proclama Badoglio).
La memoria storica, in «Quel giorno di Aprile», continua più melodica - un po’ alla De Gregori - sugli anni del boom e del dopoguerra: il 25 aprile non è solo un’occasione per fare un ponte di vacanza, ci ricorda il poeta: «Se la guerra è finita perché ti si annebbia di pianto / questo giorno di aprile?», dove «La Russia è una favola bianca che conosci a memoria» e «L’Italia è una donna che balla sui tetti di Roma / nell’amara dolcezza dei film dove canta la vita, / ed un Papa s’affaccia e accarezza i bambini e la luna / mentre l’anima dorme davanti a una scatola vuota». Ma il rischio dell’oblio è dietro l’angolo e la chiusura del brano batte secca: «Suona ancora per tutti, campana / che non stai su nessun campanile, / perché dentro di noi troppo in fretta / si allontana quel giorno di aprile».
Tutta Gucciniana (con evidenti richiami a Georges Brassens), è «Il testamento di un pagliaccio», dal tempo bandistico, il testo goliardico e i forti riferimenti alla cronaca politica.
Un’atmosfera felliniana e circense - su fondo di fisarmonica molto francese - si respira con «Gli artisti» (Guccini/Biondini) dove il concetto è che sono tutti convinti di essere «speciali» ma, il nostro, si considera invece «un umile artigiano che vola con piccole ali».
«L’ultima Thule» infine - una delle migliori canzoni dell’album - ci riporta ai brani epici di «Asia» o «L’isola non trovata» (del 1971). Guccini naviga da vecchio corsaro e punteggia il testo di lessico marinaresco, terminando con un epitaffio: «si spegnerà per sempre ogni passione / si perderà in un’ultima canzone / di me e della mia nave anche il ricordo».
Con l’occhio rivolto all’orizzonte - dove tutto finisce, anche la musica - il cantante si affida alla formula «Ta Panta Rei», tutto scorre, anche lui passerà…ci dice. La nave di capitan Guccini si ferma qui, con un album di alta produzione e dalle sonorità mediterranee. Il viaggio dura 43 minuti - o 45 anni - e si conclude nel punto di confine, là dove le storie finiscono… ed altre possono cominciare. Guccini, infatti, ci rincuora dichiarando alla stampa che si dedicherà sempre alla scrittura e magari a «buttar giù» nuovi libri gialli (Malastagione, 2012 è l’ultimo di 12 romanzi da lui già scritti a quattro mani con Loriano Macchiavelli). Buon vento Guccini… e buon ascolto a tutti!

martedì 19 febbraio 2013, di Gianni Cudazzo