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Mi ricordo ... Jannacci

Ho un ricordo nitidissimo del mio primo incontro con Jannacci : era la fine degli anni Sessanta e Dario Fo ci dirigeva in uno spettacolo basato sul mondo popolare, "Ci Ragiono e Canto" ( titolo completo: “Nasco, piango, grido, ammazzo, mi faccio ammazzare, faccio all’amore, rido, mi affatico, credo, prego, non credo, crepo, ci ragiono e canto”).
Io, giovane liceale sbalzata dai banchi di scuola al palcoscenico da un giorno all’altro, ero affascinata dall’avventura che stavo vivendo, dalla forza di un uomo di spettacolo come Dario Fo e fiera di rappresentare insieme ai miei compagni una cultura alternativa e popolare.
Un giorno, durante le prove in un teatro milanese, è apparso uno strano personaggio: aveva un bel viso dai tratti regolari, classici, come sminuiti da un paio di grandi occhiali dalla spessa montatura nera.
Se ne stava dritto dritto, un po’ apprettato e brandiva una chitarra come fosse un mitra. Era Enzo Jannacci, giovane medico che aveva da poco scoperto il cabaret e che scriveva le sue prime canzoni.
Quel pomeriggio fui testimone di una delle più straordinarie lezioni di improvvisazione alle quali abbia mai assistito.
Dario ed Enzo, l’uno agile, come un pupazzo di gomma, l’altro piantato rigidamente sulle gambe, come ingombrato dal suo corpo, circondati dalla troupe, iniziarono a raccontarsi la storia di un re che piangeva a calde lacrime perché l’imperatore gli aveva portato via uno dei suoi trentadue castelli … "Cunta sü, cunta sü, racconta, cosa è successo poi ?" li incalzava il gruppo dei cantanti "Ah beh, sì beh, anche un vescovo piangeva e anche un ricco, perché, poverini, avevano perso uno delle loro trentadue abbazie, dei loro trentadue possedimenti …" "Cunta sü, ancora, ancora” … sempre facendo corpo con la sua chitarra, Jannacci lancia una replica al compagno che a sua volta aggiunge particolari alla storia: il vescovo era così afflitto da mordere la mano al sagrestano, il ricco lacrimava così forte da annacquare il bicchiere del vino che stava bevendo e tutti erano tapini tranne il contadino a cui viene tolto tutto, ma che ride perché … e insieme, continuando a lanciarsi battute come si gioca al pallone, i due compari enunciano la morale della storia: sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re, al ricco, al cardinale; diventan tristi se noi piangiamo !
Così ha preso forma la canzone "Ho visto un re", riproposta in seguito in svariate situazioni, da interpreti diversi.
Jannacci è diventato poi il cantante famoso che tutti conosciamo, ma il personaggio lunare, entusiasta, spiritoso, creativo di quel giorno mi è rimasto nel cuore.

giovedì 4 luglio 2013, di sylvia Malagugini