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Intervista

Michelangelo Frammartino

Esaltata dalla visione de “Le quattro volte” decido di contattare Michelangelo Frammartino, già mio insegnante e regista che stimo molto, per proporgli un’intervista. Dopo varie vicissitudini, riesco finalmente ad intervistarlo in una fredda mattina post-natalizia, il giorno dopo dell’uscita in sala in Francia, in una Milano ancora deserta.

Michelangelo, come è nata l’idea del tuo film « Le quattro volte » ?
L’idea è nata principalmente dai luoghi, dal girovagare casuale. Ad un certo punto dopo il mio girovagare sulle montagne calabresi mi sono ritrovato con i quattro luoghi in mano, in maniera quasi casuale.
Inoltre di solito quattro luoghi in genere determinano quattro storie slegate tra loro, mentre io ho cercato una connessione, affinché le quattro storie fossero allacciate tra di loro.
Sono molto sensibile alle tematiche che collegano trasformazione, ambito minerale e animale e amo molto lavorare con i concetti che vadano oltre il mondo sensibile, come l’anima e il suo passaggio di corpo in corpo. Trattandosi di un film prevalentemente senza dialoghi, lo spettatore deve trovare la connessione, deve essere in grado di costruire il legame tra le varie vicende.

Quanto tempo avete impiegato per girare il film e come è stata adattata la produzione allo scorrere delle stagioni ?
La produzione ha impiegato tanto tempo, di cui due anni per l’elaborazione e tre anni di riprese. Però per un anno e mezzo siamo rimasti fermi, per problemi di budget. La difficoltà è stata realizzare un film di questo tipo, diverso dal solito cinema italiano, ed è stato caratterizzato da un collage di piccoli budget.

Come è stato accolto il film in Italia ?
La critica in Italia è stata buona. E il film è stato distribuito dall’Istituto Luce. E’ andato bene nelle città, anche se a Milano ad esempio è uscito solo in una sala. Mentre è andato molto male nelle province. Addirittura sono state fatte uscire 5 copie in Calabria, ma nessuno è andato a vederlo.
Purtroppo il problema è anche stato che il film in certi casi è stato tenuto fuori troppo poco, senza dargli il tempo di farsi conoscere, per dare spazio a cose più commerciali. Mentre se un film di questo tipo rimane in sala, a lungo andare ha tempo di incassare, e lo dimostra il fatto che a Milano dopo un mese la gente continuava ad andare.

E in Francia ?
In Francia c’è stata una buona partenza. Il film è uscito in trenta copie, di cui 5 a Parigi e 5 in Ile de France e ci sono buone aspettative.

Come vedi la situazione del cinema italiano all’estero e in Italia ?
Il problema italiano è che esiste un rapporto immagine-potere molto forte. L’immagine deve essere seducente, accattivante e soprattutto non deve far pensare.
Il pubblico italiano non è abituato ad essere rispettato e quando si trova ad esserlo, nel momento in cui gli si dà la possibilità di pensare e creare dei ragionamenti sul film che sta vedendo, allora si sente spiazzato e dice “ma che cosa mi si sta chiedendo di fare ?”.
E questo all’estero non succede. Purtroppo è una situazione molto triste e difficile da risolvere.

Qual è il tuo prossimo progetto ?
Il mio prossimo progetto riguarda un film di animazione sul passaggio dagli anni ‘70 agli anni ‘80, quando per la prima volta la vita da pubblica e all’aperto, si sposterà al chiuso nelle case, divenendo privata. Sarà un po’ claustrofobico, perché parlerà del rapporto di un bambino che passa le sue giornate in casa con la tv, proprio per ricollegarci con le immagini seducenti di cui parlavo prima.

Quant’è difficile fare il regista oggi in Italia ?
Sai, dipende per cosa si intende per fare il regista. Se vuol dire lamentarsi perché si vuole salire a tutti i costi nel carrozzone del cinema italiano, fatto di film commerciali e commedie, allora non mi interessa. Se invece significa fare qualcosa di nuovo, come quello che cerco di fare io, ma anche altri colleghi come ad esempio Pietro Marcello (il regista de La bocca del lupo), bhe allora è molto più difficile. E per tutta una serie di problematiche alla percezione dell’immagine che ho citato prima. Comunque mi ricordo che anni fa non era così complicato esordire in Italia. Produrre un’opera prima era quasi un vantaggio per le case di produzione. Oggi è sia difficile essere come gli altri che fare cose diverse.

dimanche 10 avril 2011, par Sara Grimaldi