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Intercultura

Microespressioni, maxiproblemi

Il recente episodio che ha visto davanti alle telecamere di tutto il mondo i capi di governo francese e tedesco rispondere con un sorriso ironico alla domanda se avessero fiducia nella capacità nel nostro capo di governo a tenere gli impegni presi ha provocato un’alzata di scudi nella nostra opinione pubblica, ma non ha affatto sorpreso noi che lavoriamo all’estero. Noi, infatti, ci misuriamo quotidianamente con lo stereotipo dell’italiano superficiale e inaffidabile.

E’ interessante soffermarci sul sorriso della Merkel e di Sarkozy. Si potrebbe utilizzare come chiave di interpretazione quello che usano gli storici dell’arte per interpretare il sorriso enigmatico della Gioconda. Il loro sorriso tradisce senz’altro un senso di complicità data dalla certezza che il destino del continente dipenda dalla loro intesa, ma non solo. Sembra che si divertano alle spalle di Berlusconi, che nel passato si è permesso delle considerazione poco ortodosse nei loro confronti. Ora tocca a loro ridere del partner italiano. Nel loro sorriso, però, si può intuire anche un certo imbarazzo, come due bambini colti in fallo. Perché? Forse perché si sono resi conto che quel loro sorridere insieme può far intuire un’intesa non solo pubblica, ma anche privata, che il gesto della Merkel di dare davanti alle telecamere un orsacchiotto a Sarkozy come regalo per la figlia non ha fatto altro che confermare. Un gesto, quest’ultimo, che ha sorpreso l’opinione pubblica tedesca, non abituata a vedere i propri rappresentanti fare in pubblico gesti così privati. Chissà quanto hanno sparlato del povero Silvio, sembrava insinuare quel sorriso. Se poi applichiamo la teoria sulle microespressioni di Paul Ekam, ormai noto per la serie televisiva “Lie to me”, quel sorriso denotava anche un certo disprezzo. Questa microespressione, secondo Ekam, è la più facile da individuare perché è l’unica unilaterale, con un solo lato della bocca che tende verso l’alto.
Una personalità come Berlusconi conferma in molti suoi aspetti lo stereotipo dell’italiano. Macho e seduttore, le sue gaffe hanno fatto il giro del mondo. La sua affermazione «di aver rispolverato le doti di playboy» con la presidente finlandese Tarja Halonen per portare l’authority alimentare a Parma aveva provocato una presa di posizione da parte della diplomazia finlandese che aveva stupito i nostri giornalisti. Gli italiani non avevano capito che una simile battuta poteva far dubitare l’opinione pubblica finlandese che la signora Halonen non avesse tutelato a sufficienza l’interesse del proprio paese.
Le brutte figure di Berlusconi fanno le prime pagine dei giornali esteri. La stupefacente serie di gag del nostro mentre tenta in tutti i modi di entrare sotto i riflettori puntati su Barack Obama, lascia stupefatto il resto del mondo, mentre in maggior parte gli italiani sono apparentemente rassegnati.
I problemi cominciano quasi sempre quando Berlusconi si avventura all’estero. A Mosca, come tutti si ricordano, saluta il presidente-eletto Obama come “bello, giovane e abbronzato”. Già nel 2003, davanti al Parlamento Europeo di Strasburgo, Berlusconi apostrofa un europarlamentare tedesco come kapo’, le guardie nei campi di concentramento dicendogli che poteva presentarlo ad un regista italiano che stava girando un film sui lager. O ancora, quando lo stesso anno invita gli investitori americani a scegliere l’Italia per i loro capitali, citando fra le altre ragioni «che da noi ci sono delle bellissime segretarie».
Con un rappresentante di questa caratura, si può ben immaginare la difficoltà dei professionisti italiani, e non solo, a distinguere la propria immagine da quella di Berlusconi. Ma che fatica dimostrare in ogni momento che non siamo come lui. Eppure quest’uomo è stato votato dalla maggioranza degli italiani per quasi vent’anni. Perché? Recentemente mi sono sentita dire da un francese che non ama gli italiani, perché con il loro voto hanno dimostrato di riconoscersi in Berlusconi e quindi di essere come lui. Ma come ci vedono gli stranieri? Surfando su siti francesi, inglesi e tedeschi ho potuto verificare che per i nostri vicini noi amiamo la pasta, la mamma, il caffé, la squadra, le donne, vestire bene, le belle scarpe (sito tedesco), l’arte (sito francese), siamo poveri (sito inglese, dove evidentemente lo stereotipo del sud sottosviluppato prevale su quello del nord industrializzato), abbiamo un forte senso della famiglia ma nessun senso della collettività e lasciamo così spazio a mafia e terrorismo.
Stranamente nessuno ricorda che l’Italia è stata la culla del Rinascimento. Sarà un caso o una latente individia? L’importante è che non ce ne dimentichiamo noi. Far scivolare ogni tanto nei nostri discorsi un accenno discreto al contributo che il nostro paese ha dato alla cultura europea permette di ristabilire quel rispetto che ci meritiamo, perché – e questa è la sorpresa – gli italiani hanno fama di lavoratori non solo duttili e creativi, ma anche tecnicamente capaci.

giovedì 8 dicembre 2011, di Marzia Beluffi