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Mobbing e precarietà sul lavoro

© Mix et Remix

Mi capita di ricevere un numero crescente di domande di aiuto psicologico a causa di problemi legati al mobbing. Che cos’è il mobbing ? E’ un termine inglese (siamo sempre di più anglofoni...!) che indica le turbative (vessazioni, ricatti, esclusioni, dequalificazioni, umiliazioni, controlli ingiustificati... ) che il dipendente subisce da parte del datore di lavoro e/o dai colleghi. Mi chiedo se c’è un nesso tra questo fenomeno e la crisi economica. E’ evidente che la precarietà lavorativa non facilita i rapporti sul lavoro. Se ciascuno potesse trovare facilmente un lavoro e sceglierlo tra una ampia rosa di possibilità lascerebbe immediatamente il luogo dove non si sente apprezzato per trovare di meglio. Quindi la risposta è affermativa : la crisi economica, la disoccupazione, la sempre maggiore precarietà occupazionale, rendono più fragili, più vulnerabili, più ricattabili i dipendenti. Benché sia difficile far riconoscere in sede giudiziaria il legame causale tra i sintomi provocati da queste situazioni e la loro fonte, è indubbio che le conseguenze psico-fisiche dovute a una esperienza di vessazione e di devalorizzazione sono vaste e spesso gravi. Ciascuno reagisce in modo differente a seconda della sua personalità. I sintomi più frequenti sono : la perdita di fiducia in sé, l’isolamento, la caduta nella depressione, la somatizzazione, vale a dire l’insorgenza di sintomi nel corpo : inappetenza, insonnia, stanchezza, ipertensione, malattie organiche. Certe persone reagiscono attraverso l’agressività : invece di essere distrutte psicologicamente, aumentano a dismisura le difese psichiche, attaccano i “nemici”, si trincerano in roccaforti di isolamento, senza peraltro poter trovare una soluzione a un malessere inevitabile.
La differenza di nazionalità è una variabile significativa nella distribuzione di questo fenomeno ? Non credo che tra i lavoratori francesi e quelli italiani esistano differenze importanti. Evidentemente quando l’emigrazione italiana era quella del dopoguerra, la fragilità e la ricattabilità dei lavoratori italiani era molto alta, ma a quel tempo nessuno parlava di mobbing, era già tanto avere un lavoro, eppure le umiliazioni e le vessazioni hanno prodotto sicuramente malattie psichiche e organiche che nessuno ha mai diagnosticato, né collegato alle vere cause in quei tempi di massima precarietà. Oggi le classi svantaggiate - i “sans papiers”, le persone senza qualificazioni, gli extracomunitari, ma anche i giovani lavoratori intermittenti - sono altamente ricattabili dai loro datori di lavoro.

Tutti uguali davanti al mobbing

Tuttavia constato nella mia pratica professionale che il fenomeno del mobbing attraversa tutte le classi sociali e tutte le nazionalità.
Ho ricevuto recentemente una giovane manager che dopo un periodo di lavoro nel reparto “Produzione” della sua azienda, è stata trasferita d’ufficio nel reparto “Commerciale”. I nuovi ritmi e l’ambiente ostile e competitivo le hanno creato un disagio crescente che ha abbassato il livello di produttività. Un cerchio infernale si è instaurato : più il suo disagio cresceva e più l’ostilità dei superiori e dei colleghi aumentava, fino a un crollo psichico che ha portato la signora al ricovero ospedaliero. La disumanizzazione di un mondo del lavoro in cui l’unico valore è il profitto, crea situazioni di questo genere. Produzione e efficienza sono le parole d’ordine date, senza scrupolo, alle vittime di questa logica consumistica.
Paradossalmente il fenomeno del mobbing non è limitato al mondo della produzione diretta, ma è presente anche nel terziario : nel mondo della scuola, della sanità, nell’ambiente associativo, in luoghi cioè dove l’attenzione al singolo e alla sua dignità dovrebbero essere prioritari. Anche qui c’è un legame con la crisi economica ? Io credo che questi fenomeni siano sempre esistiti, ma che oggi ci sia una maggiore sensibilità nel riconoscerli. La crisi economica può accelerare alcuni meccanismi : all’improvviso tutti si sentono più fragili e vulnerabili. Non si capisce da dove arriva la minaccia, non si può più contare sulle abituali garanzie (lavoro sicuro, valore certo del denaro, stabilità dei crediti), e la minaccia della precarietà economica fa aumentare, in modo indifferenziato, l’ansia e l’agressività. Così è più facile “rifarsi” sui dipendenti o sui colleghi, provare a se stessi la consistenza del proprio potere schiacciando chi si trova in posizione contrattuale più debole. Sono rivincite discutibili e inefficaci, non “pagano” chi le mette in atto, e possono provocare disastri psicologici in chi le subisce, demolendo le persone che ne sono vittime.
Come difendersi dal mobbing ? Quando si può, e quando si è cercato in tutti i modi e inutilmente di trovare soluzioni, è preferibile cambiare luogo di lavoro. Ma come abbiamo già detto, questo non è sempre possibile. Si tratta allora di “salvare” le parti positive di sé, vale a dire, bisogna evitare di identificarsi completamente nel proprio ruolo professionale. Altrimenti l’attacco al ruolo diventa un attacco alla persona. Un uomo e una donna non sono solo dei “lavoratori” ma anche persone, madri, padri, mogli, mariti, fidanzati, figli, fratelli, sorelle, amici.... Le parti meno vulnerabili e più gratificanti di sé vanno mobilizzate e “salvate” dall’onda catastrofica del mobbing. E’ anche importante non isolarsi nell’azienda o sul posto di lavoro, non difendersi sottraendosi allo sguardo e nascondendosi. Parlare con gli altri, avere qualche alleato, continuare il dialogo può rivelarsi prezioso. Quando la famiglia e gli amici non sono sufficienti, poter parlare con un professionista come uno psicologo, può essere un aiuto. Il lavoro psicoterapeutico permette di osservarsi mettendosi a una certa distanza da sé e permette di scoprire aspetti sconosciuti della propria personalità, risorse inedite, ma anche di riconoscere i propri disfuzionamenti e di modificare alcune modalità relazionali che si sono dimostrate improduttive. E’ sempre importante chiedersi, quando qualcuno ci attacca, quale parte di responsabilità abbiamo nella produzione di tanta tensione. C’è una responsabilità anche nell’accettare troppe vessazioni e troppi maltrattamenti. A volte si pagano in quelle occasioni colpe inconscie e/o immotivate che non hanno niente a che vedere con la situazione lavorativa. Quando invece il sadismo del datore di lavoro o dei colleghi è gratuito e inattaccabile è meglio andarsene, anche a costo di perdere l’unica “sicurezza”.
La crisi economica riduce il conto in banca, riduce il valore del denaro, riduce il potere di acquisto, essa non deve però ridurre e distruggere la nostra dignità agli occhi degli altri, né ai nostri occhi e né a quelli dei nostri familiari.

lundi 2 février 2009, par Cinzia Crosali