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Speciale Mostra di Venezia a cura di Margherita Teodori e Guseppe Delauri

Molto favolistico, poco favoloso

È stato uno dei film più attesi a “La 71. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica” di Venezia, e l’ultimo a chiudere la serie dei titoli italiani in concorso : “Il giovane favoloso”, di Mario Martone, con protagonista Elio Germano, si presenta come progetto ambizioso del cinema nostrano.

La pellicola ripercorre l’intera esistenza del celebre scrittore marchigiano, passando attraverso la gioiosa infanzia, il tormento adolescenziale nella “gabbia Recanati”, l’importante incontro con Pietro Giordani, la fuga a Firenze, poi Roma e infine Napoli con l’amicissimo Antonio Ranieri.
Mario Martone – dopo “Noi credevamo”, film ambientato nello stesso scenario storico – sceglie di raccontare Leopardi, e dunque nuovamente l’800.
“Dopo aver messo in scena Le Operette morali” – dice – “ho capito che c’era la possibilità, con la scrittura di Leopardi, di parlare agli spettatori di oggi. Ho scelto di tenere aperto il cantiere e ho pensato che ci fosse spazio per un altro film ottocentesco di approccio però completamente diverso”.
Sì, perché se “Noi credevamo” è un film storico, storico e basta, ne “Il giovane favoloso” Martone scende più in profondità e ambisce alla descrizione dell’anima.
Elio Germano è Giacomo Leopardi, primogenito del Conte Monaldo Leopardi (Massimo Popolizio), padre severo nonostante l’amore e della marchesa Adelaide Antici (Raffaella Giordano), madre dura, religiosa fino alla superstizione e fortemente legata alle convenzioni sociali.
Bambino prodigio, Giacomo cresce sotto lo sguardo implacabile di una famiglia rigida e intransigente, coltivando la sua passione per le lettere nella vastissima biblioteca paterna, che da lì a poco, diventa per lui “prigione”. È dunque nella “gabbia Recanati” che Leopardi si avvicina all’amico Pietro Giordani, sovversivo, ribelle e pure ateo al quale confida : “Qui, amabilissimo Signore mio, tutto è morte, tutto è insensataggine e stupidità. Si meravigliano i forestieri di questo silenzio, di questo sonno universale. Letteratura è vocabolo inudito. Unico divertimento in Recanati è lo studio”.
Tormentato dunque, dalla “vile prudenza che ci agghiaccia”, all’età di 24 anni lascia finalmente il borgo natio e scappa a Firenze, poi va a Roma, e in ultimo a Napoli dove si risveglia “il bisogno di amore e di entusiasmo”.
A Napoli Giacomo ritrova – anche grazie all’amico Ranieri (Michele Riondino), una passeggera serenità, “un colpo al cuore e un colpo di fulmine” ; ma l’aggravarsi delle malattie, la diffusione del colera e la forte nostalgia per la sorella Paolina (Isabella Ragonese) lo fa nuovamente cadere nel baratro della malinconia.
“[…] il bisogno che ho di fuggire da questi Lazzaroni e Pulcinelli nobili e plebei, degnissimi di Spagnuoli e di forche”.
La pellicola si chiude a Torre del Greco ai piedi del Vesuvio dove compone “La ginestra”, il vasto poemetto considerato oggi testamento spirituale dell’autore.
“Il giovane favoloso” raccoglie per lo più giudizi positivi, a Martone “il merito di aver riportato in vita un poeta, filosofo, saggista e, soprattutto uomo che la nostra scuola, e la cultura tutta, hanno mistificato, impolverato e pervertito” – scrive Federico Pontiggia su Il Fatto Quotidiano.
D’altronde è vero, non si può certo negare al regista di non aver almeno un po’ istruito questa platea decadente, ma nel farlo, è stato forse un po’ approssimativo. Avrebbe potuto mettere in scena un po’ del nostro Leopardi in maniera più approfondita ; ha invece scelto di inscenare tutto Leopardi in maniera frettolosa e a tratti superficiale. Ne è uscito il ritratto di un personaggio “ironico” -come lo ha definito il regista stesso - sottovalutandone la drammaticità e il pessimismo.
Un Leopardi moderno, senza dubbio, che tanto convince un pubblico lontano dalla letteratura e da uno studio approfondito, mentre delude quello che del poeta seppe apprezzarne la profondità e la fragilità. “Senza Elio non ci sarebbe stato il film” - afferma deciso Mario Martone.
Un Germano bravo, preparato, che però a tratti frana, risulta distante e poco espressivo ; ma d’altronde, chi avrebbe potuto interpretare Leopardi se non lui ? Il risicato ventaglio di possibilità italiano in quanto ad attori reclutabili ha senza dubbio facilitato la scelta ; e “Servillo non ne avrebbe avuta l’età !” – si ironizza su La Repubblica.
Si è vociferato per giorni che il Premio Volpi sarebbe andato ad Elio Germano. Non è andata così. Purtroppo, per lui.
Ad ogni modo, il film di Martone ha dato prova di avercela messa tutta, la “sfida Leopardi” non era certo semplice, e seppur non favoloso, questo resta senz’altro un buon lavoro.

mercredi 15 octobre 2014, par Margherita Teodori