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Mondiale 1930 – Le fatiche dell’arbitro Langenus

In Era l’anno dei mondiali di Fabio Geda

L’America fatica a spazzolarsi dalla giacca la polvere delle macerie del Black Tuesday, il crollo della borsa valori di New York (ottobre 1929). A febbraio viene scoperto il pianeta Plutone. Il 13 gennaio di quell’anno (stiamo parlando del 1930) le prime strisce a fumetti con Mickey Mouse appaiono su una rivista – fino a quel momento il topo in braghette più famoso del mondo era apparso in una quindicina di cortometraggi d’animazione (uno per tutti : Steamboat Willie) e aveva fatto guadagnare un bel mucchio di dollaroni al bravo zio Walt. Intanto, in Uruguay, a Montevideo, con doppi turni di lavoro, notte e giorno, rischiando le braccia, le gambe e in certi casi la vita, senza sosta, eserciti di operai lavorano alla costruzione dello stadio nel quale il governo intende far disputare il primo campionato mondiale di calcio. Non una partita. Tutte. Lo vogliono chiamare Centenario, lo stadio - la Costituzione era stata adottata cento anni prima - ma lo stanno costruendo in un campo che la gente chiama chivero, perché ci pascolano le capre. Non è un buon posto. Il terreno nasconde una falda acquifera e a peggiorare le cose ci pensano le nuvole, che nella stagione giusta scaricano su Montevideo tanta acqua quanta non ne avevano mai vista da quelle parti.
In Italia, nel frattempo, il riservato e introverso principe Umberto II di Savoia sposa l’espansiva ed estroversa Maria Josè del Belgio. Guarda caso il Belgio andrà ai mondiali, l’Italia no. In effetti, l’Europa è impantanata pure lei nel guano della crisi economica, e pagare una crociera di un mese attraverso l’Atlantico a un testosteronico gruppetto di giocatori di pallone per mandarli a scalciare in Sudamerica, be’, non è certo una priorità. Alla fine, soltanto il Belgio, la Francia, la Jugoslavia e la Romania aderiscono al torneo. Affittano tutti insieme allegramente una nave (italiana) caricano la coppa e Jules Rimet in persona (in caso la coppa fosse caduta in mare, la squadra vincitrice avrebbe potuto sollevare di peso il vecchio Jules) e prendono il largo. Intanto, in Uruguay continuano a darci dentro di pala, piccone e cazzuola ; ma il tempo rema contro : sono in ritardo, un ritardo spaventoso. Il 13 luglio dovrebbe esserci il fischio d’inizio e lo stadio Centenario è in alto mare, quasi quanto la nave delle squadre europee ; forse di più.
Ma.
Ma noi lasciamo perdere le capre del chivero, i topi americani e i regnanti europei - tra l’altro, piccola curiosità : la nazionale romena era stata selezionata non dall’allenatore, ma dal re Carlo II in persona, fresco di corona, sic - e spostiamo la nostra attenzione su una cabina della Conte Verde, la nave (italiana) sulla quale viaggiano alcune nazionali, Jules Rimet e tutta la Fifa. In quella cabina, seduto sul letto, intento a impomatarsi i capelli, c’è il capo di gabinetto del Governatorato della provincia di Anversa. Un tizio allampanato, elegante, che da bambino aveva tentato di diventare un giocatore, ma, non essendo granché, aveva lasciato quasi subito per dedicarsi all’arbitraggio. Il suo nome ? John Langenus, ma alcuni lo chiamano Jean. Ha trentanove anni.

John Langenus si era presentato la prima volta agli esami per diventare arbitro che non ne aveva ancora compiuti quindici, di anni. La commissione - un austero drappello di arbitri inglesi - gli aveva chiesto presso quale centro sportivo avesse studiato. Lui, ragazzo onesto, aveva detto che non aveva studiato da nessuna parte, che era autodidatta. Loro lo avevano bocciato.
Non si era arreso, e la seconda volta era passato.
Durante una delle sue prime partite, dalle parti di Hamme, un difensore espulso lo aveva colpito con un pugno allo stomaco e i guardalinee erano stati costretti a rianimarlo con i sali. Un’altra volta un gruppo di tifosi gli aveva lanciato addosso dei mattoni rubati in un cantiere vicino. Ma sono cose che capitano, e non si era scoraggiato. Non solo, durante la Prima guerra mondiale aveva affrontato alcuni pericolosi viaggi nella neutrale Olanda per non perdere dimestichezza con il fischietto.
Nel 1920, era arrivata la sua prima grande occasione internazionale. In seguito alla cancellazione della Olimpiade berlinese, il Comitato olimpico aveva scelto Anversa - dove Langenus era capo di gabinetto - come sede dei Giochi olimpici. Veniva da sé che una delle partite di calcio sarebbe stata affidata a lui, e la scelta era caduta su un incontro da giocarsi a Bruxelles.
Bruxelles ? aveva urlato Langenus, sentendo la proposta : Non sia mai. E aveva rifiutato. Perché ? Perché voleva arbitrare nella sua città, per tutte le traverse del mondo. Davanti al suo pubblico. Che modo era quello di fare le cose ? Spedirlo a Bruxelles. Ma stiamo scherzando ?
La cosa - ovvio - non era piaciuta alla sua federazione. E per un po’ il nostro Langenus era stato tagliato fuori.
E dire che non era uno qualunque (e lo avrebbe dimostrato).
Langenus amava leggere, viaggiare e quando aveva cominciato ad arbitrare all’estero non aveva mai perso occasione per visitare i paesi nei quali era ospite. Era una persona colta e nel tempo si era dimostrato abile nel gestire i conflitti in campo. Proprio per questo, nel 1930, era stato chiamato a far parte del gruppo di arbitri che avrebbero dovuto inaugurare una nuova stagione del calcio internazionale : i Campionati del mondo.
Quindi, torniamo nella cabina della Conte Verde, dove Langenus s’impomata i capelli e controlla il suo bagaglio per essere certo di non aver scordato nulla (ad esempio i suoi famosi pantaloni alla zuava, con i quali era solito scendere in campo). La nave sta per attraccare nel porto di Montevideo. I primi mondiali della storia stanno per avere inizio.
Per quanto muratori e imbianchini ci stiano dando dentro, tra colate di cemento, viti e bulloni, il Centenario non è ancora finito. Le prime partite vengono dirottate su altri due stadi : il Penarol e il Nacional. Ma il battesimo dell’erba e della folla, per Langenus, arriva il 18 luglio proprio in occasione della prima partita giocata nel nuovo stadio (quando le squadre entrano in campo stanno ancora terminando i lavori). Uruguay - Perù. Finisce 1 a 0. Alla fine della partita, il pubblico di casa, preso da gioia incontenibile, invade il campo. Settantamila spettatori si riversano nel rettangolo di gioco trascinando via tutto quello che i muratori nella fretta non hanno avvitato bene – panchine, reti di protezione, maniglie delle porte - e risucchiando nel gorgo dell’entusiasmo anche Langenus e un guardalinee, che ore e ore dopo la fine della partita si trovano a vagare per le strade di Montevideo, ancora vestiti da arbitri, senza avere la minima idea di come raggiungere i propri alloggi.
Provato dal primo incontro, Langenus si augura che il secondo sia più tranquillo. Ma ovviamente si sbaglia.
22 luglio : Argentina-Cile. Entrambe le squadre scendono in campo per vincere.
L’Argentina ha già battuto il Messico (6 a 3) e la Francia (1 a 0), ma quest’ultima a causa di una svista clamorosa dell’arbitro brasiliano Almeida Rego. Era successo che la nazionale biancoazzurra, dopo un primo tempo teso e in equilibrio, era passata in vantaggio all’81’ grazie a un calcio di rigore realizzato da Monti. A quel punto mancavano nove minuti. I francesi si erano gettati in avanti al suono della marsigliese con tutta la foga che erano riusciti a grattare via dai tacchetti. Due minuti dopo avevano fallito un goal già fatto con Maschinot, ma non si erano arresi, no. Erano ancora lì. Passaggi veloci. Respiro mozzato. L’ala sinistra Langiller d’un tratto aveva preso palla a tre quarti, aveva scartato due difensori e si era presentato al limite dell’area. Lo stadio aveva trattenuto il fiato. E in quel momento – esattamente in quel momento – Almeida Rego aveva fischiato la fine. Che dire ? A volte succede. Peccato che era l’84’, non il 90’. Quando si era accorto dello sbaglio lo sbadato arbitro brasiliano era corso negli spogliatoi chiedendo a tutti i giocatori di tornare in campo (alcuni erano sotto la doccia) ; li aveva convinti, ma il risultato non era cambiato.
Il pomeriggio del 22 luglio, Argentina e Cile si spendono senza riserve. Langenus, stretto nella sua camicia bianca, corre a venti metri dalla palla. Il porteño Guillermo Stabile è in grande forma e sigla le prime dure reti dell’incontro al 12’ e al 14’. L’Argentina esulta, ma il Cile non ci sta, e al 16’ accorcia le distanze con Subiabre. A quel punto la partita s’incattivisce. Gli argentini vogliono chiuderla così, i cileni mordono il freno. Inquietudine e violenza cominciano a strisciare sottopelle, le entrate si fanno più pericolose e Langenus è costretto a intervenire in diverse occasioni. Ma il caos s’impadronisce definitivamente del campo al 43’, quando Luis Felipe Monti (che l’anno dopo si trasferirà in Italia per giocare nella Juventus) a gioco fermo colpisce con un calcione da dietro il mediano cileno Casimiro Torres. Improvvisamente si scatena il pandemonio. Langenus tenta di sedare la rissa con l’aiuto di alcuni dirigenti, ma non riuscendoci è costretto a chiedere l’aiuto della polizia uruguagia, che entra in campo con i cavalli, olè.
A questo punto, vista la competenza con la quale ha saputo gestire la scottante situazione tra Cile e Argentina, il comitato chiede a Langenus di arbitrare anche la semifinale tra Argentina e Usa. A questo punto, pensa lui, cos’altro potrà succedere ? Il peggio è passato. Sì. il peggio è passato. Ma il calcio deve ancora regalare a Langenus qualche scena divertente.
26 luglio 1930. Tra Argentina e Stati Uniti non c’è gioco : al 20’ segna Monti, al 56’ Scopelli, al 69’ Stabile, all’80’ e all’85’ Peucelle, all’87’ ancora Stabile. Mancano pochi minuti. I biancoazzurri sono in vantaggio 6 a 0. E dire che gli Stati Uniti erano partiti convinti di vincere. E forse è proprio per questo, per il senso di frustrazione che ti assale quando sei troppo sicuro di vincere, che, per una misera svista arbitrale del nostro Langenus, il presidente della Federazione statunitense furibondo entra in campo e gli lancia addosso l’intera cassetta del Pronto Soccorso. Sì, la valigetta del pronto soccorso. Piena di bende, unguenti e fiale varie. Tra cui, una di cloroformio. Be’, una volta tanto qualche dio minore si accorge del bene che l’arbitro belga tenta di spandere sul terreno di gioco e lo difende. La fiala di cloroformio si spacca a terra e le esalazioni investono in pieno il dirigente americano che copre a grandi falcate ancora alcuni metri urlando le peggio cose, poi comincia a barcollare da ubriaco, alza un dito al cielo invocando qualche giustizia divina a stelle e strisce e alla fine crolla anestetizzato sulla linea dell’area. Lo portano fuori di peso. Si sveglierà negli spogliatoi, alcune ore più tardi.
A questo punto Langenus vuole solo più tornarsene a casa, in Belgio, ad Anversa. Allungare le gambe di fronte al camino, sentire il profumo della resina, il tepore del fuoco che gli scalda le piante dei piedi e abbrustolire una salsiccia, innaffiandola con qualche buona birra chiara. Punto.
Invece no.
Il comitato Fifa ha capito quale genio del fischietto si nasconde sotto quei pantaloni alla zuava e alle cravatte e alle calze di lana ritorta. Così, gli chiedono di restare anche per la finale tra Uruguay e Argentina, prevista per il 30 luglio.
Langenus non accetta subito. Ha ancora fresche, in testa, le immagini di quel fiume in piena di tifosi uruguagi che lo ha travolto dopo la partita con il Perù. Ha ancora chiaro, nelle narici, l’odore dei cavalli che sono intervenuti a sedare la rissa tra argentini e cileni, e quello del cloroformio che lo ha difeso dal dirigente della nazionale statunitense. Ma la finale, ah, come dire di no a una finale ?
Accetta.
Ma in cambio di una polizza sulla vita. E dietro l’assicurazione che la nave Duilio, che sarebbe salpata quel giorno verso l’Europa, avrebbe ritardato di alcune ore la partenza per aspettare lui. Tre minuti dopo il fischio finale - indipendentemente dal risultato - vuole essere al sicuro in una cabina di quella nave, a spalmarsi con tranquillità la brillantina sui capelli, pronto per andare a cena nel salone principale.
È in quella situazione, scortato da un centinaio di poliziotti, che John (aka Jean) Langenus si presenta sul campo del Centenario per arbitrare la prima finale di un campionato del mondo. Non ha nemmeno fischiato l’inizio che già deve districarsi tra i problemi (come volevasi dimostrare). Le due squadre litigano sul pallone da usare : la nazionale argentina vuole a tutti i costi usarne uno che pesa meno di quello voluto dalla nazionale uruguaiana. Langenus cerca rifugio nel regolamento, ma non ci sono commi o cavilli in grado di sostenerlo. Si ritira a pensare nello spogliatoio. Passeggia vorticosamente avanti e indietro. Quando esce, dichiara : Ho deciso. Tutti tacciono e ascoltano. Ho deciso che si giocherà il primo tempo con il pallone voluto dall’Argentina e il secondo tempo con il pallone voluto dall’Uruguay. Che dire ? Un vero peacekeeper, il nostro Langenus.
Il primo tempo, con il pallone voluto dall’Argentina, l’Argentina passa in vantaggio. Dopo il primo goal segnato al 12’ dall’uruguagio Pablo Dorado con un tiro raso terra che sfila alla sinistra del portiere argentino Botasso, i soliti Peucelle e Stabile, al 20’ e al 37’, portano i tanti argentini arrivati in massa a Montevideo a sognare la coppa. Ma nel secondo tempo il pallone voluto dall’Uruguay asseconda la propria squadra. Al 57’ Pedro Cea segna la rete del pareggio. Al 68’ Victoriano Santos Iriarte, con un tiro da fuori area, segna quella del sorpasso. E giusto un minuto prima che Langenus fischi la fine dell’incontro - giusto un minuto prima che scappi verso la nave Duilio che lo attende in porto, giusto un minuto prima che il mondiale abbia termine e che la prima coppa Rimet sia assegnata – Hector Castro detto el Manco (il monco, perché privo della mano destra, persa a tredici anni lavorando) mette al sicuro il risultato con un tiro imprendibile che lambisce la traversa ; e fa esplodere la gioia incontenibile di tutto l’Uruguay.
Così, in quell’agosto del 1930, mentre - come ci ricorda Eduardo Galeano - “Albert Camus è il San Pietro che custodisce la porta della squadra di calcio dell’università di Algeri, e impara a vincere senza sentirsi Dio e a perdere senza sentirsi spazzatura”, uno sfinito arbitro belga s’imbarca, e naviga mollemente attraverso l’atlantico. Verso un meritatissimo riposo.

In Era l’anno dei mondiali, a cura della Nazionale scrittori
(Rizzoli - Corriere della Sera, 2010).

vendredi 17 juin 2016, par Fabio Geda