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Movimenti cittadini in Francia

Si parla spesso di antipolitica, etichetta usata per definire ora questo ora quel movimento cittadino, ma non appena si cerca di individuare qualcuno che si riconosca in questo termine, ci si trova davanti a un insieme vuoto. Ma cos’è allora l’antipolitica?

L’abbiamo chiesto a Micaela Bracciaferri e Maria Zei del Meet Up Les Amis de Beppe Grillo à Paris: “La risposta si trova invertendo la domanda: cos’è la politica? In Italia quando si parla di politica si pensa immediatamente ai partiti. Si tratta di una visione limitata, che non condividiamo. Per noi la politica è partecipazione attiva alla vita democratica. In quest’ottica l’impegno di un movimento cittadino come quello dei Meet Up, o la nascita di movimenti come quello a 5Stelle, sono la prova che si è preso coscienza del fatto che la politica appartiene a tutti. Ma questo concetto deve essere messo in pratica: non basta votare e delegare! Se chiedessimo oggi ai cittadini italiani se si sentono rappresentati dai partiti politici - di destra, centro, o sinistra poco importa - risponderebbero quasi tutti di no. Allora, che fare? Continuare a lamentarsi è semplice, investire tempo ed energie in progetti che permettono di migliorare la situazione è più complesso, ma è la strada migliore e, forse, l’unica che resta. Al contrario, antipolitica è il lassismo di chi si lamenta da anni dello status quo senza fare nulla: è l’inazione”.
Il problema, in effetti, a dispetto dei titoli sulla stampa, non sembra essere tanto la politica, quanto i partiti. Le reazioni cambiano, infatti, quando appare una citazione di Michele Serra, tratta dal “Venerdì” di Repubblica del 4 novembre (con riferimento ai nuovi movimenti, in particolare agli “indignados”, n.d.r.): “le rivolte lasciano il tempo che trovano se non si traducono in politica, e se i movimenti non si strutturano in partiti per diventare, alla lunga, nuovi governi”. “Bisognerebbe sapere cosa intendeva quando parlava di “rivolte” - rispondono Maria e Micaela. “La dinamica della democrazia richiede un impegno a tutti i livelli, mentre in questa frase appare una sola visione: quella partitica tradizionale. I movimenti cittadini non devono morire, il loro è un ruolo di ponte, sono una presenza della società civile all’interno delle forze politiche al governo. Non basta, tuttavia, che i movimenti siano testimoni della vita politica, il ruolo di osservatori è un po’ limitato. Per questo esistono le liste civiche: perché i cittadini che si candidano possano avere anche un vero potere nelle istituzioni. Vogliamo trasformare tutte le liste civiche in partiti? Non c’è alcun interesse, almeno non per i cittadini. Forse per i partiti che sognano d’inglobare tutto”. Ancor più duramente reagisce Claudia Bedini, del Collettivo 5.12, nato dal primo “No B Day” (che ebbe luogo appunto il 5 dicembre 2009) e che oggi è “un aggregatore trasversale di cittadini, associazioni e partiti accomunati dall’appartenenza alla sinistra. Organizziamo manifestazioni di piazza alle quali partecipano tutti, congiuntamente e in buona armonia. Secondariamente, è un punto di riferimento per la partecipazione a manifestazioni francesi”. “Dunque il movimento per la liberazione della donna, il movimento contro la guerra in Vietnam, il movimento gay”, elenca Claudia, “hanno lasciato o lasciano il tempo che trovano? Non credo. Hanno influenzato l’opinione pubblica e i partiti. E anche il “No B Day” si proponeva appunto di mobilitare opinione pubblica e partiti contro Berlusconi”. Più sfumata, invece, l’opinione di Enrico Persico Licer, politologo per passione, già membro dello stesso collettivo e molto attivo sulla scena “movimentista” parigina: “Potrei anche essere d’accordo, ma non penso ci siano né partiti né governi buoni a prescindere. Le proposte devono nascere dalla polis dal basso e poi salire la piramide. Vorrei poi dire a Michele che categorizza la politica come qualcosa di esclusivamente rappresentativo in quanto prevede i partiti: da un punto di vista filosofico la sua visione non ha senso perché la democrazia diretta può e deve avere la stessa dignità intellettuale della democrazia rappresentativa”.

giovedì 8 dicembre 2011, di Paola Vallatta