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Nel nome del figlio

E’ stato il figlio di Daniele Ciprì

“È stato il figlio”, diretto da Daniele Ciprì, è l’unico film italiano in concorso alla 69° Mostra d’Arte cinematografica di Venezia ad aver ricevuto due premi: Miglior contributo tecnico per la fotografia e Coppa Volpi per l’esordiente Fabrizio Falco che ha bissato la sua interpretazione in “Bella addormentata” di Bellocchio.
Il regista palermitano, alla sua prima opera da single (le sue precedenti creazioni erano in sodalizio con Maresco), attinge a due fonti per narrare la vicenda, ispirata a fatti realmente accaduti: il romanzo omonimo del siculo Alajmo e il suo repertorio autobiografico della Palermo anni ’70.

Una cornice degna della grande tradizione della novella in medias res ci presenta Busu, un pensionato in fila alla posta, che racconta aneddoti sul suo ambiente: antiteticamente alla Sherazade delle Mille e una notte, Busu non deve prolungare la sua condizione per salvarsi; la sua fabula è al contrario tentativo di alleviare la condanna all’attesa burocratica. Si sofferma meticolosamente sullo strano caso della famiglia Ciraulo in cui Nicola, il capofamiglia (un fantastico Toni Servillo) sbarca il lunario rivendendo il ferro “recuperato” dalle navi in disarmo: nonostante la precaria condizione economica, i Ciraulo (propaggine dell’antico sistema patriarcale, dove nonni, figli e nipoti condividono lo stesso tetto) non mancano di momenti di serenità e armonia del focolare (l’episodio del mare è un vero concentrato d’umorismo pirandelliano). Lo strappo nel cielo di carta arriva quando improvvisamente l’adoratissima figlia Serenella viene assassinata da un proiettile vagante, destinato al cugino Masino, durante un regolamento di conti mafioso. La famiglia Ciraulo cade nello sconforto, incapace di darsi pace per quanto accaduto; fino a quando all’orizzonte non si profila un’insperata consolazione: il vicino di casa Giovanni Giacalone, infatti, suggerisce a Nicola di fare domanda allo scopo di ottenere un risarcimento per la morte di Serenella, in quanto vittima di delitti di mafia. Ottenuta la conferma di 220 milioni di lire versati dallo Stato, i Ciraulo cominciano a spendere sotto l’impulso della voglia di voltare pagina. Purtroppo la promessa di rimborso non trova riscontro concreto: la famiglia s’indebita pesantemente, il padre decide di rivolgersi prima all’avvocato Modica e in seguito persino al misterioso usuraio amico di Giacalone. Quando finalmente la somma arriva, una volta pagati i debiti, non avendo un conto in banca, i cinque parenti si ritrovano dinanzi a un dilemma sconosciuto: come utilizzare i soldi? Il capofamiglia, dopo aver bocciato le proposte di moglie, genitori e figlio, svela infine la sua idea: acquistare una Mercedes. All’iniziale e perplessa sorpresa segue un entusiasmo che finisce per contagiare anche tutti i membri della famiglia. E così, da socialmente disagiati, i Ciraulo si ritrovano di colpo ricchi: la Mercedes da semplice mezzo di trasporto diventa, infatti, un vero e proprio status symbol, tanto da meritarsi la benedizione di un sacerdote. L’autovettura, segno del benessere acquisito, sarà però anche causa di tanto dolore, come un novello Cappotto gogoliano, o meglio, come una moderna Provvidenza verghiana.
Le norme della sceneggiatura vogliono che il personaggio incluso nel titolo sia il protagonista dell’intreccio: un controsenso se si pensa a Tancredi, rampollo di casa Ciraulo, fratello della disgraziata Serenella. Il personaggio più introspettivo e apparentemente meno espressivo del gruppo di sei familiari. Lo sguardo tra l’ebete e l’assente o il sognatore, qui il talento del giustamente premiato Falco è indubbio, a metà strada tra l’espressione ieratica dei colossi degli imperatori romani e la tipizzazione della tradizione vernacolare sicula: Tancredi è la chiave d’accesso al mondo dei Ciraulo, al microcosmo della famiglia e al macrocosmo della Sicilia e dell’Italia anni ’70. Il nome di questo figlio risuona del tragico tassesco ma è all’arte dei cunti che Ciprì strizza l’occhio: ammette di essere affascinato da come i pupi siciliani, fissi su un’espressione, possano invece essere cangianti ed emozionanti per opera del burattinaio. In effetti la maschera di ciascun personaggio (il cast si avvale di attori eccellenti), volutamente scolpita nello stereotipo, permette a Ciprì di iperrealizzare la sua Palermo ed accedere così ad un’autenticità superiore a qualsiasi neorealismo. Tragedia greca (soprattutto nel finale con tanto di coro e di “macchina” - è il caso di dire! - che raccoglie il cadavere dell’“eroe”), novella verghiana e pirandelliana tra determinismo e ironia, ma soprattutto testo cinematografico di un eccelso curatore della fotografia (non a caso premiato in prima persona al Festival) che gioca con il medium tra immagini arrugginite, come gli scafi bazzicati da Nicola, e orchestrazioni del quadro filmico che sanno di denuncia espressionistica e di arte povera. La Palermo da Temps perdu di Ciprì è, per mezzo di tale inventio, metonimia dell’Italia di allora e di oggi: dove il baratro finanziario è un’implacabile spada di Damocle e la voglia di apparire è un hybris pericolosissimo. Ed anche in termini filmici, il fatto che il tutto sia stato girato nel brindisino, finanziato dall’avanguardistica Apulia Film Commission, rende quest’opera un mito universale.
Nel nome di Tancredi si svolge la tragedia, che è quella di un fratricidio, se si vuole, di un’Italia incapace di uccidere il Padre come vuole la psicanalisi, e di un aborto di parricidio, con la complicità delle mamme: questo giovane ventunenne taciturno che non sa nemmeno aggiustare un televisore, che si trascina con nonno e padre per arrabattarsi coi ferri vecchi, indubbiamente pigro e inespressivo è l’erede dei “Mostri” risiani strabici e grotteschi. Nel nome del figlio è iscritta una nazione che si lascia andare fino a farsi reificare nella ruggine e negli scheletri dei relitti.

giovedì 22 novembre 2012, di Valentino N. Misino