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Palermo brucia

Anche il mio primo romanzo era ambientato a Palermo.
E precisamente intorno all’antico Ponte Ammiraglio, dove sono cresciuto, come i miei genitori, e pure i loro, e così fino alla settima generazione.


Era quello un romanzo sulle origini, che ruotava intorno a un luogo misterioso, perché non è data origine senza mistero. Il luogo in questione si trovava a un centinaio di metri dal Ponte Ammiraglio, in Via Decollati, ed è oggi un posto dimenticato dalle guide turistiche. A segnalarlo ci sono pochi indizi, tra cui il cippo votivo sul Corso dei Mille, all’angolo con Via Decollati : un parallelepipedo in pietra di circa un metro, lumini e fiori in cima e, sul lato frontale, una lastra d’ottone su cui è sbalzata l’immagine dei Decollati.
Quando mi hanno chiesto di scrivere qualcosa su Palermo, ho pensato ai Decollati, anche perché rischiano di sparire per sempre dalla città. L’anno scorso, infatti, sono passato com’è mia consuetudine dal cippo votivo dei Decollati e mi si è presentata un’immagine desolante : il cippo era stato travolto da un’automobile e l’icona sacra strappata dal tufo, divelta, distrutta. Sulla pietra restava soltanto qualche fiore.
Alla rabbia, è seguita la voglia di raccontare, affinché non si perda la memoria di ciò che eravamo, e siamo. Ecco dunque la storia dei Decollati e della loro via.
Fin dal 1799, in una piccola chiesa accanto al Fiume Oreto, si seppellivano i corpi dei condannati a morte che venivano giustiziati a Piazza Marina con due tipi di esecuzione : per impiccagione alla forca, se il prigioniero era popolano, o per decapitazione alla ghigliottina, se nobile. Il santuario della Madonna del Fiume, poi denomimato Madonna del Carmelo ai Decollati, non era però un cimitero come gli altri, ma un luogo di devozione popolare unico in Sicilia. Davanti alla Chiesa c’era una piramide su cui erano esposti i teschi dei giustiziati, e in fondo c’era una grata a protezione degli ex-voto, davanti a un’icona con la Madonna e i corpi dei Decollati tra le fiamme, imploranti la salvezza, accanto alla forca e alla ghigliottina.
Qui giungeva la processione delle devote, il lunedì o il venerdì notte, per chiedere l’oracolo ai Decollati. Le cristiane pregavano la Madonna per il suffragio delle anime dei condannati a morte, affinché la Vergine le salvasse dal fuoco del Purgatorio e le accettasse finalmente in Paradiso ; e in cambio delle loro preghiere, le devote chiedevano ai Decollati di conceder loro una grazia, con un vaticinio.
Le donne scendevano accanto al fiume, fino alla cripta dei Decollati, ognuna con una propria ansia per cui chiedevano oracolo e grazia : il figlio in guerra, la figlia da sposare, la malattia di un parente… e, giunte davanti all’effigie sacra, recitavano un rosario in dialetto siciliano.

Pi li flagelli e battitura
Vui ch’avistivu, Signuri
Pi li chiova arribbuccati
l‘armi di corpi decollati arrifriscati

Poi le donne restavano lì, tribolanti nel buio, in silenzio, ad ascoltare i rumori della notte e interpretarli come presagi positivi o negativi. C’era dunque un codice dei suoni, il cosiddetto “eco dei Decollati” : cinguettio d’uccello o fischio di treno, ad esempio, era considerato buon augurio ; mentre raglio d’asino o scroscio d’acqua, malaugurio.
Quello dei Decollati era un culto centrale nella religiosità popolare siciliana, cattolica e pagana al contempo, a cui Giuseppe Pitrè dedicò infatti il primo capitolo del volume sul soprannaturale del suo trattato etnografico “Credenze e pregiudizi del popolo siciliano”.
La devozione dei Decollati potrebbe rivelare alcuni tratti profondi della cultura siciliana, a partire ad esempio dalla questione più ovvia : com’è possibile che i condannati a morte, teoricamente considerati dei criminali, siano trattati come dei santi, diventino cioé oggetto di devozione religiosa ?
Forse il popolo siciliano ha un’istintiva simpatia verso i delinquenti ? Oppure, come piace pensare a me, le devote non credevano alla colpa dei condannati a morte, ma semmai sospettavano fossero stati perseguitati ingiustamente dalla Legge, da un potere che si accaniva sugli indifesi, sui più deboli.
Forse in questo culto si nascondeva la coscienza dell’ingiustizia terrena, la saggezza popolare secondo cui sono sempre i più fragili a pagare per gli altri.
Una verità triste, universale, che sembrerebbe eterna.
Da qualche anno, poi, il mito dei Decollati sembra essersi incarnato in altri corpi di perseguitati dalla legge. Proprio in via Decollati, infatti, dall’altro lato della ferrovia, c’è un centro per migranti e richiedenti asilo.
Qui, a due passi dall’antico santuario, sopravvivono decine di africani sbarcati sulle coste della Sicilia.
Anche loro sperano che qualcuno li salvi e, come in un Purgatorio, aspettano che qualcuno li tiri fuori dalle fiamme.
Io li guardo camminare sulla via dei Decollati, avanti e indietro. Osservo i loro corpi sulla strada sprovvista di marciapiede e m’appare in visione un’immagine di malaugurio : un’automobile che piomba su di loro, proprio com’è accaduto con il cippo votivo dei Decollati.
Un’immagine che evoco per esorcizzare il male, il destino per cui i più miserabili siano condannati a morte, giustiziati per colpe non loro.
Un’immagine come un ex-voto, affinché la memoria non sia distrutta e i Decollati tratti in salvo. Chiudo gli occhi. Fischio di treno : buon augurio.

dimanche 30 octobre 2016, par Giuseppe Schillaci