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Parigi senza passare dal via

Una nuova rubrica che prende il titolo dal libro omonimo di Francesco Forlani, pubblicato da Laterza, in cui seguiremo le narrazioni dell’autore su quartieri scelti a caso, come se Parigi fosse un gigantesco gioco dell’oca.

Ho tirato i dadi, jetés tre volte sul tavolo della cucina, ed è uscito quindici. Quindicesimo dunque e mentre li raccolgo per riporli nell’apposita bustina, ripenso fortemente – anzi mi viene in mente quasi senza nemmeno fare dell’anticamera- alla Ruche del passage de Dantzig, quartier Saint-Lambert, 15e arrondissement. Al termine alveare preferiamo arnia, per dire Ruche, - perché fa più figo dice Marina e visto che è lei a riportarmici, d’ora in poi chiameremo così, Arnia, la cité d’artistes (http://laruche-artistes.fr/) che un visionario e benestante scultore Alfred Boucher fece ricostruire acquistandola alla Grande Esposizione Universale del 1900 perché un luogo potesse accogliere le migliori menti- e i cuori- dell’arte pulsante in quell’inizio di secolo bourdonnant. La Ruche aveva accolto il padiglione dei vini di Gironde progettato da Gustave Eiffel, e questa cosa dei vini associata ad Arnia fa dire a Marina, proprio mentre varchiamo la piccola soglia della magnifica e strana maison, che a Torino, dove vive, Arneis sta a dire originale, ribelle, scontrosa, il vino delle Langhe, naturellement. Invece la griglia dell’ingresso principale, viene dal pavillon de la Femme, le cariatidi de la Rotonde, quello d’Indonésie. Così dico che deve esserci per forza un’ape regina lì dentro.
Noi siamo qui per incontrare Ernest Pignon Ernest, anzi rivederlo a distanza di molti anni per farci raccontare delle sue nuove avventure sui muri delle città del mondo, lui Colleur de rêves, Colleur de nuit come lo ha battezzato il clarinettista francese Louis Sclavis in un bellissimo disco interamente dedicato a Napoli, les murs de Naples, appunto. Nel Novembre scorso, al Théâtre du Rond-Point, Pasolini era all’affiche, e l’affiche era la sua.
Quando si dice che l’anima di un luogo deve a chi vi ha abitato la potenza che il visitatore percepirà, basta sapere che lungo il corridoio a ringhiera che distribuisce chiavi e porte lungo tutta la struttura a tre piani poligonale, i passi di Fernand Léger, Marc Chagall, Blaise Cendrars, vi hanno risuonato per sentirne il battito. L’octagone, sarà per Ardengo Soffici che con Modigliani vi porterà l’accento della nostra creatività oltre che l’amata baronessa Oettingen.
Marina è in un certo senso una nobile anche lei. Architetto, mecenate di tempo da dedicare agli ultimi, sia che si tratti di quartieri, e lo fa da urbanista, che di poveri cristi, servendo da mangiare zuppe meravigliose a prezzo politico nell’arnia torinese che è la Casa del Quartiere a San Salvario. Diciamo che Marina è quella che in caso di occupazione nazista organizza lo spaccio dei rifugiati nei covi senza farsi sgamare dalla Gestapo.
Ernest però non c’è. Così ne percorriamo il lungo e tentacolare giardino fino a una piccola radura su cui il sole batte a picco, se c’è, altrimenti piove. C’è una casa di fronte di un solo piano e sul balcone una massa di oggetti sembra occupare ogni spazio fino a sporgersi come una donna che attiri l’attenzione di un passante ; ci abita un’artista gentile, una donna che colleziona cose, anzi si colleziona ella stessa, me l’aveva descritta Ernest quindici anni prima ; non filtra, non dimentica, non perde, non tralascia, non lascia cadere, rompere, né rovina, regala, rivende, ma tutto stipa. Osservando le ringhiere ormai fuse con quanto vi si appoggia con una certa pressione, sembra quasi che perfino il respiro della donna sia intrappolato in quelle crociere di spigoli, un brulichio di superfici, per lo più opache su cui di tanto in tanto si stagliano oggetti brillanti. Marina mi dice che non sa se sia più felice una tale natura, di formichina della mente o chi dissipa ogni cosa. « Come me ? »- le chiedo. « Come noi tutti »- ribatte lei, « oddio, quasi tutti noi che ce ne stiamo con i nasi all’insù a fissare il cielo, il tetto che ci sovrasta, il passato, ignari del bel tempo o della pioggia, ma profondamente attirati da un balconcino in bilico sulla città.

samedi 23 janvier 2016, par Francesco Forlani