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Marco Tullio Giordana

Piazza Fontana, non si racconta, si vive

Nella vita ci sono attimi, momenti, eventi, che, pur fuggevoli o apparentemente banali, lasciano in noi un segno indelebile. Ci sono persone che riescono a trasmetterci con grande facilità cose che non immaginiamo, che non ci aspettiamo, dei veri e propri “incontri” che resteranno marcati a fuoco sulla pelle della nostra memoria e del nostro inconscio. Degli incontri che, pur in maniera impercettibile, cambieranno il corso delle cose e ci arricchiranno enormemente, che ci trasmetteranno delle emozioni e delle sensazioni forti, sconvolgenti quasi…degli attimi intensi, fuggevoli eppur di una grande intensità. Non capita a tutti, ma quando capita non se ne esce indenni da incontri cosi, qualcosa ci lasciano per forza, e ne usciamo sempre e comunque umanamente più ricchi e più grandi. Io sono un uomo fortunato.

Ho avuto la fortuna di poter incontrare e discutere con Marco Tullio Giordana negli uffici parigini di Bellissima Films, la casa di distribuzione in Francia del suo ultimo opus, “Piazza Fontana.”
Un vero incontro come quelli di cui vi parlavo poc’anzi : una conversazione intrisa di emozioni, gioie, amarezze e sensazioni di un’intensità incredibile, durante la quale il tempo sembrava essersi fermato e non voler finir mai…
Piazza Fontana non è un film, non è un documentario, ma un omaggio ed una testimonianza struggente su uno dei fatti di cronaca più terribili e misteriosi della storia recente del nostro paese.
«E’ stato un film difficile perché è un film che non parla alle generazioni più giovani in quanto si tratta di cose accadute oltre 40 anni fa. Per me si è trattato quindi anche di tramandare la memoria di quanto accaduto, perché gli insegnamenti che ne abbiamo tratto non siano persi in futuro. In tutti questi anni nessuno l’aveva fatto, ed ho ritenuto mio dovere farlo».
Marco Tullio Giordana, che all’epoca viveva a Milano, quel 12 dicembre del 1969 si trovava a bordo di un tramway che passava a 200 metri da piazza Fontana al momento dell’esplosione che causò la morte di 17 persone e ne ferì altre 88.
«Un frastuono incredibile, un gran polverone, gente che gridava spaventata in mezzo di strada. Io ero un giovane studente e fui scioccato da una violenza così inaudita e ingiustificata».
Da questi ricordi, da queste emozioni che ancora oggi sono presenti in lui - «ho smesso di avere degli incubi su quanto accaduto solo dopo aver finito il film», Marco Tullio Giordana ha fatto un film che non può lasciare indifferenti, nonostante un chiaro partito preso nel modo di presentarne i protagonisti.
Il personaggio del commissario Calabresi in particolare, che condurrà l’inchiesta sulla strage gode di un’attenzione particolare e di un’ammirazione non dissimulata da parte di Giordana. All’epoca infatti ebbe anche modo di conoscerlo personalmente in occasione di un interrogatorio che il regista subì da parte del commissario al riguardo dell’occupazione del Liceo Berchet – uno dei luoghi più caldi della rivolta studentesca di quegli anni a Milano – alla quale aveva partecipato.
«Calabresi era molto diverso dal cliché del poliziotto dell’Ufficio Politico dell’epoca. Era un uomo elegante, colto, che faceva molta attenzione alla sua persona e che aveva delle maniere da vero signore. Anche per questo non ho mai creduto all’ipotesi che fosse stato lui a uccidere Pinelli». E quando parla di Calabresi, Giordana lascia trasparire un’emozione particolare, una certa compassione per quest’uomo che fino all’ultimo, anche dopo che l’inchiesta gli sia stata ritirata, ha sempre continuato a cercare di trovare i colpevoli della strage.
«In quegli anni c’era in Italia una vera e propria pigrizia intellettuale, e Pasolini era uno dei rari che non aveva paura di difendere le sue convinzioni e di dire ciò che pensava ed ha sempre cercato di capire cosa fosse successo. Questo film, come la maggior parte dei miei film, è anche un omaggio nei suoi confronti»
Signor Giordana, secondo lei, perché in 40 anni nessuno ha mai raccontato questa storia prima di lei ?
«Molti pensavano che alla gente non interessasse. In Italia non vogliamo riflettere sul passato recente. Si ha piuttosto tendenza a insabbiare le cose, a non rinvangare per non fare uscire alla luce magari delle verità scomode…E’ un problema delle istituzioni, non della gente. E’ stato un film molto difficile da finanziare perché disturbava tante gente. Il cinema tedesco degli anni ’60 e ’70 parlava del terrorismo DURANTE il periodo in cui c’era del terrorismo in Germania. I tedeschi hanno avuto un passato difficile da assumere e non avevano quindi la possibilità di non poterlo affrontare. Il produttore voleva fare un film sulla strage di piazza Fontana. Quando me l’ha proposto, la mia prima reazione è stata di diffidenza, pensavo che fosse un film difficile da realizzare. Non doveva essere un mero documentario. L’idea di incentrare il film sulle due altre «vittime» di Piazza Fontana – Calabresi e Pinelli, entrambi morti di morte violenta per ragioni senza dubbio legate alla strage - é stata la chiave del film. Bisognava trovare prima l’emozione: il cinema, prima ancora che raccontare una storia».
Per il film Giordana dice di essere stato ispirato molto anche dal libro di Paolo Cucchiarelli, I segreti di Piazza Fontana, nel quale, come nel film, si evoca l’ipotesi di due bombe. Quest’ultima ipotesi ha fatto molto parlare ed ha creato polemiche a non finire ed attacchi molto violenti al regista da parte di varie persone tra le quali Adriano Sofri, condannato a 22 anni di carcere come mandante dell’omicidio del commissario Calabresi.
«Non sono un giudice, ma un artista, e parlo dei fatti in quanto tale, senza nessuna pretesa di dare delle verità assolute allo spettatore», dice Giordana. «Se Calabresi avesse spinto Pinelli nel vuoto, quale sarebbe stata la sua reazione nei giorni, nelle settimane seguenti, quando ogni mattina sarebbe dovuto entrare in quell’ufficio, il suo, teatro di un atto così tragico e terribile? Probabilmente avrebbe chiesto ad essere trasferito: invece è rimasto, perché aveva una missione da compiere. Calabresi non ha mai smesso di indagare sui fatti di piazza Fontana, anche dopo il trasferimento dell’inchiesta a Roma. Due giorni prima di essere ucciso, Marcello Guida, prefetto a Milano al momento della strage, lo chiama chiedendogli di andarlo a vedere a Trieste dove è stato trasferito. Calabresi aveva trovato un quantitativo molto importante di esplosivo appartenente alle forze NATO, lasciato a disposizione dei fascisti. Guida lo aveva chiamato per chiedergli di smetterla con le sue ricerche perché era andato troppo lontano…»
Molta acqua è passata sotto i ponti e molte cose sono cambiate. Un film come questo ti cambia la vita, sia come regista, produttore, attore, ma anche e forse soprattutto come spettatore, perché durante la sua visione si riceve in pieno tutta la violenza, la follia, la gravità di quanto accaduto, la realtà dura e per certi versi inaccettabile della politica e del militantismo di quegli anni.
«La scena dell’esplosione è stata girata all’interno della stessa banca dove avvenne l’attentato nel 1969. E’ già stato un grande progresso, anche solo due o tre anni fa una cosa del genere non la si sarebbe neanche potuta immaginare. E’ stato molto angosciante far esplodere la banca per la seconda volta. Si tratta di una scena difficile, da un punto di vista emotivo ma anche tecnico. Ho utilizzato 6 telecamere ed è stata girata molto rapidamente. Quando ho dato il via al clap, un ragazzo giovane, è rimasto totalmente paralizzato dallo stress ed abbiamo dovuto tirarlo via per un braccio per non dover ricominciare tutto da capo! Non rifarò mai un film così»
Un film del genere è un monumento, una pietra miliare nella filmografia di un regista, anche di uno come Giordana che da sempre è stato molto attivo e per certi versi “scomodo”, parlando senza peli sulla lingua di situazioni molto gravi e importanti, della storia e della vita di una certa Italia.
«In Italia l’accoglienza al film è stata molto contrastata e complessa. Ho visto il film con la vedova di Pinelli e con i suoi amici. Hanno tutti accettato senza problemi e sono stati profondamente toccati e commossi dall’interpretazione di Pierfrancesco Favino. Era la prima volta che lavoravo con lui, è un grande attore che riesce a imitare alla perfezione i dialetti di tutta Italia ed entra nei suoi ruoli e nei suoi personaggi in una maniera sorprendente. Un gruppo di giovani giornalisti italiani ha intrapreso di andare a cercare in Africa del Sud Maletti, che all’epoca era capo dei servizi segreti militari, e l’hanno intervistato dopo aver visto il film con lui. E’ stato molto scosso, si è molto emozionato ed ha preferito non fare nessun commento. Mi sarebbe piaciuto essere là».
Dopo un film come questo le cose le debbono sembrare a volte troppo semplici, banali. Cosa le piacerebbe fare adesso?
«Onestamente, non lo so, dipenderà anche dai progetti che mi verranno presentati. Mi piacerebbe girare adesso un film basato sui sentimenti personali, oppure magari farò più teatro. Da giovane avrei voluto essere pittore, chissà… Mi piacerebbe molto anche lavorare in Francia. Mi sarebbe piaciuto molto lavorare anche con il mio amico Philippe Noiret, un grande attore ed un grande uomo. Lo conobbi quando era venuto in Italia per recitare nei «3 fratelli» di Rosi. Ci fu subito tra di noi una simpatia spontanea e nacque una bella amicizia che ha resistito al tempo. Magari potrei anche smettere di fare del cinema: un’attività artistica non è un mestiere, ma una vocazione, e quando l’ispirazione comincia a mancare bisogna essere lucidi e sapersi fermare prima della data di scadenza…».
Arrivo in fondo ai miei appunti, alla fine dell’articolo, e mi rendo conto che del film ho parlato ben poco… come ha detto Giordana, è stato molto difficile girare un’opera simile. Bene, da parte mia vi devo dire che parlarne non è certo più semplice. Non è semplice dimenticare le emozioni, le sensazioni, i sentimenti che un soggetto così particolare e importante anche nel quadro della storia recente dell’Italia evoca per forza di cose. Per quanto mi riguarda non ci riesco, è più forte di me. E’ un film che non si racconta, lo si vive. Non lo si guarda, lo si assorbe. Non ci sono mezzi termini. Si può non amare, può anche suscitare una certa sensazione di disturbo, di disagio, ma in ogni caso non potrà mai lasciarvi indifferenti. Per quanto mi riguarda ci sarà un prima ed un dopo Piazza Fontana. E che dire degli attori? Che Valerio Mastrandrea è assolutamente sorprendente in un ruolo serio come quello del commissario Calabresi, lui che ci aveva abituato sempre a film più leggeri ed allegri? E delle due attrici principali, Michela Cescon e Laura Chiatti? Basterebbe guardare la loro filmografia per capire che non si tratta di due attrici qualsiasi. Nei loro rispettivi curriculum appaiono nomi di registi come Ferzan Ozperek, Matteo Garrone, Pupi Avati, Giuseppe Tornatore, Francesca Archibugi…in Piazza Fontana interpretano due personaggi «di contorno», rispettivamente Licia Pinelli, moglie di Giuseppe, e Gemma Calabresi, coniuge del commissario. Sono ruoli secondari solo in apparenza, ma in realtà molto importanti perché anche tramite loro si arriva a definire la personalità e le sfumature dei caratteri dei due protagonisti del film. Voglio finire parlando poi di Pierfrancesco Favino, attore di cui ho un vero e proprio culto che mi impedisce di essere obiettivo. Ancora una volta si conferma di una giustezza, di una forza, di un’adattabilità inimmaginabile e riesce a dare uno spessore, un pathos, una fragilità ad un personaggio che sarebbe potuto risultare antipatico e scomodo. Ed infine, un messaggio personale per Marco Tullio Giordana: signor Giordana, se per un prossimo film dovesse riuscire a trasmettere un milionesimo delle emozioni, dei turbamenti, dei sentimenti che “Piazza Fontana” ha suscitato in me, mi permetta di dirle che la sua data di scadenza è ancora lontana anni luce…

martedì 26 marzo 2013, di Fabio Casilli