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Piccoli equivoci di grande importanza

Partito dalla Francia l’appello a sostegno dell’affare Tabucchi, querelato da Schifani che gli chiede la bagatelle di 1.300.000 euro. Una somma richiesta a lui personalmente e non alla testata che aveva pubblicato l’articolo incriminato, L’Unità. Sul “caso Tabucchi” in Italia è silenzio stampa. Abbiamo cercato di capire perché.

Antonio Tabucchi I fatti : nell’aprile 2008 Renato Schifani viene eletto presidente del Senato della Repubblica. Come d’uso, la nomina viene seguita da un comunicato stampa del suo gabinetto che ne riporta la biografia. Il giornalista Marco Travaglio rispolvera alcune omissioni, peraltro già pubblicate su riviste come L’Espresso e in un libro, I Complici (di Abbate e Gomez) : nel 1979, Schifani è tra i fondatori della Sicula Brokers, che ha tra i suoi soci l’amico Enrico La Loggia, ma anche altri personaggi : Giuseppe Lombardo (amministratore delle società dei cugini Nino e Ignazio Salvo, che Giovanni Falcone nel 1984 arresta per mafia), Benny D’Agostino (poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione, peculato e truffa aggravata), Nino Mandalà (futuro boss di Cosa nostra a Villabate, fedelissimo di Bernardo Provenzano, arrestato nel 1989 e poi condannato per associazione mafiosa). Travaglio lo scrive in un libro, che passa inosservato finché non lo presenta, 3 mesi dopo, alla trasmissione di Fabio Fazio, “Che tempo che fa”. E visto che la maggioranza non legge ma guarda la televisione (oltre che farla), scoppia il caso Travaglio : si scusano pubblicamente il direttore di Rai 3 e il povero Fazio. Travaglio viene poi attaccato da un altro giornalista, tale D’Avanzo, e su questa polemica interviene, dalle colonne de L’Unità anche Antonio Tabucchi, candidato al Nobel della letteratura. Nel suo articolo “I fatti e i veleni”, Tabucchi difende il giornalista con un argomento molto semplice : “Sono fatti che appartengono alla biografia di un uomo politico nominato alla seconda carica dello Stato. Nelle vere democrazie si esige addirittura di sapere se in vita sua un uomo politico di tale rilievo abbia fumato uno spinello o sia riuscito a sottrarsi alla guerra del Vietnam. Se poi aver fumato uno spinello o essersi sottratto al Vietnam non abbia costituito un reato, la cosa si dice lo stesso, perché fa parte della sua biografia”, si legge nel suo articolo. “Ma nel comunicato del gabinetto di Schifani, né tanto meno sulla stampa italiana (con la sola eccezione de L’Unità), il giorno della sua nomina questi fatti non apparivano. La nostra stampa, come ha fatto per anni con le scarpe e le cravatte dei politici, era troppo occupata a descrivere il suo look”. Lo scrittore argomenta poi soprattutto sugli attacchi di D’Avanzo basati sulle intenzioni di Travaglio, su quello che lui, D’avanzo, ha capito e che gli spettatori avrebbero capito. In pratica, Travaglio non ha detto che Schifani era un mafioso ma, per D’Avanzo, è come se lo avesse detto o almeno “è l’opinione che voleva creare”.
Gli avvocati di Schifani attaccano allora il “giornalista” Antonio Tabucchi (ignorando forse che è uno scrittore di fama internazionale che solo occasionalmente nella sua veste di “intellettuale” collabora con testate italiane e straniere) chiedendo la somma faraonica di 1.300.000 euro. Non querela L’Unità. Querela lui personalmente.
E’ da Parigi, il 19 novembre 2009, che Gallimard, l’editore francese di uno degli scrittori italiani più amati dai francesi, lancia via Le Monde una petizione a sostegno di Tabucchi. La Repubblica, con un po’ di ritardo pubblica un trafiletto e il testo tradotto della petizione. Il resto della stampa italiana tace. Micromega fa un bel dossier ma purtroppo la rivista, di ottima qualità, non può essere considerata rappresentativa della Stampa Italiana.

Sostiene Tabucchi


Il caso Tabucchi solleva non poche domande : a) Perché Schifani ha querelato la persona piuttosto che, come si fa in questi casi, il giornale ? Tra l’altro L’Unità non è alla sua prima querela da questo governo. b) Perché la stampa “ufficiale” passa sotto silenzio questo attacco ? c) Perché non si è creato come nel caso dell’appello per la libertà di stampa lanciato da tre giuristi (vedere Focus In n° 4) o come nel caso dell’appello di Saviano un movimento di sostegno capace di raccogliere centinaia di migliaia di firme in pochi giorni ?
Lo chiedo ad Antonio Tabucchi, perplesso quanto me se non di più. “Non è una questione di libertà di stampa”, mi dice, “piuttosto di libertà di parola”. Vero è che le parole di Tabucchi sono state pubblicate su un giornale ma questo è normale : “non avevo qualcosa da dire a un vicino di pianerottolo ma a un personaggio pubblico”, spiega lo scrittore. Ovvio allora che lo faccia in un luogo pubblico come possono essere le colonne di un giornale. “La libertà di stampa è una conseguenza della libertà di parola. Se quando un individuo critica un potente o un miliardario viene massacrato, è libertà di stampa o di espressione ?”. Convengo : è un attacco alla libertà di parola. Per riprendere l’esempio del vicino di pianerottolo, se il problema provoca danni al palazzo deve essere risolto attraverso il rappresentante pubblico : il condominio. In questo caso, la testata.
Peggio : un gruppo editoriale, che davanti alla legge è “persona giuridica” ha i mezzi economici e legali per difendersi (anche se ormai molti sono ridotti al lastrico dalle richieste di risarcimenti). Un individuo no. Se poi questa persona esercita una professione liberale, lo scrittore (ma, precisa Tabucchi, sarebbe lo stesso per un dentista o un architetto), la difesa porta via non solo denaro ma anche tempo utile per dedicarsi al proprio lavoro.
Querelare la persona piuttosto che il giornale si avvicina più all’intimidazione, secondo l’antico principio maoista del ”punirne uno per educare tutti”. Attaccando non una persona qualunque ma Antonio Tabucchi, si educano i giovani giornalisti a tacere. Ricordiamo tra l’altro che il protagonista di Sostiene Pereira, pubblicato da Tabucchi nel 1994 era diventato il simbolo della difesa della libertà di informazione per gli oppositori dei regimi antidemocratici e, durante la campagna elettorale dello stesso anno, aveva aggreggato l’opposizione contro l’emergente magnate della stampa Silvio Berlusconi. Strana coincidenza, no ?
Sorge allora un’altra domanda. Perché nessuno dei capi-gruppo del parlamento ha sollevato un dibattito sul caso Tabucchi o sulla libertà di espressione ? “E’ come se ci fosse la luce in cucina ma non arrivi in camera … si sono rotti i fili”, commenta lo scrittore. Un’informazione che non riesce neanche a valicare le Alpi. “Ma l’Europa se n’è accorta ?” si chiede giustamente lo scrittore. Interpellato sulla libertà di stampa in Italia il Parlamento europeo ha votato una risoluzione per la quale nel paese di Sua Emittenza tutto è regolare. “Non si rendono conto che lasciando passare queste impunità covano le uova di serpente”, afferma Tabucchi. Il problema della libertà di espressione non è circoscritto all’Italia : è già un grosso problema in alcuni paesi, può diventarlo a breve in altri. “E’ un discorso che va rivolto all’Europa”, insiste Tabucchi. “Non è più come quando Chamberlain andava a Monaco e tornava dicendo ‘va tutto bene’. Adesso c’è l’Europa. Nel 2000 in seguito ai propositi razzisti di Haider, l’allora presidente francese Jacques Chirac aveva chiesto all’Europa (ed ottenuto) delle misure contro l’Austria”. “Se il Consiglio d’Europa non prende posizione” rincara lo scrittore, “allora forse sarebbe il caso di fare campagna per il non voto : non si può votare per dei rappresentanti così poco rappresentativi”. Ma come ? Proprio Tabucchi che è sempre stato un europeista convinto, dice una cosa del genere ?
Bisogna tornare ai padri fondatori dell’Europa che da Spinelli a De Gasperi, quindi con orientamenti ideologici profondamente diversi, avevano creato una carta dei valori comuni fondamentali. Se no, cos’è l’Europa ? Un’associazione di commercianti ?” conclude.
Difficile trovare risposte alle tante domande che sollevano il caso Tabucchi e i commenti dello scrittore. Una cosa è certa : quando in un paese ci si attacca alla cultura – intellettuali, scrittori, artisti – e all’informazione, la democrazia è gravemente in pericolo.

lundi 11 janvier 2010, par Patrizia Molteni